Articoli

Cannibal Corpse (1995-2020) – Nothing Left To Mutilate!

Fateci caso: non scrive testi, è bravo a ruttare, ha un’attitudine da orso buono, è malleabile, sta al posto suo. Senza nulla togliere alle sue capacità gutturali, al suo enorme collo a prova di headbanging e l’attitudine dura e pura, Corpsegrinder (leggi box) è più uno strumento di scena al servizio di Alex e Paul che una personalità dinamica in grado di arricchire la motrice creativa dei Cannibal Corpse.

Ed è l’uomo ideale di Webster e Mazurkiewicz, che hanno licenziato il loro frontman in un momento delicatissimo, sostituendolo con un semi-sconosciuto. Se la sono rischiata di brutto. Nel 1996, il pubblico considerava Chris Barnes imprescindibile. Per molti i Corpse erano lui, quindi mandarlo via con il fenomeno death commercialmente agli sgoccioli, per ragioni interne e non percepibili da fuori, poteva far saltare per aria tutto quanto.

Non credo che Alex e Paul abbiano mai pensato di poter sostituire Chris nella scrittura dei testi. Non erano certo sicuri che bastasse compilare in eterno di serial killer necro-libidinosi e di malati di mente col bisturi per non far sentire la mancanza del loro ex compagno, ma è quello che in parte sono stati costretti a fare per non perdere il pubblico più nostalgico e ottuso.

Quindi, gli sproloqui ultra-gore alla Barnes, ripetuti più o meno in modo manieristico, non mi hanno mai convinto. Webster e Mazurkiewicz sono stati capaci di arricchire il repertorio lirico a modo loro, staccandosi dal gore ed esplorando la componente psicologica dei propri mostri. Ovviamente questo non gli è riuscito da subito. All’inizio hanno combinato una specie di harakiri in nome della mitezza.

Siamo cannibali ma non mordiamo davvero

Prendete Vile. A cominciare dalla copertina c’è già una gran smania di mettere a posto le cose con l’opinione pubblica. Il soggetto grafico non è la solita donna sventrata e divorata, ma un uomo mutilato e tenuto in catene. Questa scelta ha fatto felice Vincent Locke, il fumettista autore di tutti gli artwork dei Corpse. Lui ha confessato di aver patito molto la realizzazione di Butchered At Birth, con quella povera madre sventrata da due brutti ceffi. Nella successiva copertina di Tomb Of Mutilated, proprio per via della sua smania di recuperare un po’ di punti col gentil sesso, Vince ha dato alla femmina zombie un’aria soddisfatta. Ma facendo così ha reso ancora più malata la scena.

Chris non pensava mica a un porno con gli zombi. Il disegno doveva solo essere “un morto che mangia la figa a una donna”. Locke però, con la sua sensibilità cavalleresca, decise di mettere la vittima sullo stesso piano del suo aggressore. Anzi, donò alla femmina una certa “regalità” che il sacco di vermi tra le sue gambe, chiaramente non a guardarlo non aveva. Se guardate l’artwork qui sopra si vede bene che la “signora” se la sta spassando.

Ma nel caso di Tomb fu esteticamente una respinta in corner, un tentativo di ridurre gli effetti negativi di un’immagine altrimenti inequivocabilmente misogina. In Vile invece c’è tutto l’agio di un bel tiro assestato, un calcio di rigore nella porta della stessa Storia dei Cannibal Corpse, dopo che il portiere Barnes è stato espulso per condotta riprovevole.

Comprensibilimente seccati da tutte quelle polemiche femministe, e stanchi di commissionare ogni volta due copertine a disco per ovviare i soliti problemi di censura con la Germania, Paul e Alex decidono quindi, assieme a Vincent, di creare un contro-manifesto programmatico all’insegna della parcondicio. “Vedete, noi facciamo il culo anche ai maschi. Nel mondo dei Cannibal non c’è scampo per nessuno, al di là di ogni discriminazione. Odiamo tutti, non solo le donne!”

Copertina a parte però, è soprattutto nei testi di Vile che avviene lo scempio vero ai danni di Chris Barnes, con una riforma lirica che si mostra degna del titolo stesso del disco: vile. Una roba da far girare nella tomba il cadavere di Albert Fish.

Se ne volete sapere di più, cliccate qui.

E inutile dire che questo tentativo di moderazione e riequilibrio non servì a nulla, tranne che a indispettire i vecchi fan. Il mondo continua dal 1996 a oggi, a vedere i Corpse come un manifesto al femminicidio, comunque Webster giri il senso dei testi e sposti la furia musicale verso altre situazioni violente. Nei primi album ce n’è ancora abbastanza per far incazzare le donne dei prossimi cinquanta secoli a venire. Quelle canzoni del resto il gruppo ancora le suona dal vivo con un certo orgoglio, mostrando una tenacia che sa solo di misoginia per chi non è avvezzo al metal e non capisce certe logiche amorali ma tecniche dei generi.

I gruppi black metal parlano apertamente di violenza sulle donne, magari la praticano nel privato, ma preferiscono puntare su altre scabrosità per abbracciare la parte del torto e farne uno stendardo. I Cannibal invece sono lì a scherzare con incendi che nemmeno la nera fiamma appiccherebbe. Non c’è da stupirsi se Chris Barnes non sia un pluriomicida nel braccio della morte e non abbia sul gozzo denunce per violenza domestica. Chi si meraviglia se tutti i Corpse sono dei tranquilloni con una normale vita sentimentale, fatta di rotture, fidanzamenti e la ruota completa degli alti e bassi? Non c’è niente di autobiografico in brani come Fuck With A Knife. E allora?

Proverò a spiegare la cosa, passasse mai di qui un profano con la voglia assurda di raffrontare il suo pregiudizio con qualche percezione alternativa dello stesso. Il principio di band come Cannibal Corpse e Obituary è sempre stato quello di condurre agli estremi ciò che già si praticava in abbondanza nel metallo degli anni 80. I W.A.S.P. mettevano in scena ragazze torturate e schiavizzate. I Motley Crue lo facevano sia in pubblico che in privato in modo più ludico che altro, almeno finché non passarono all’eroina. Qualcuno ricorda le polemiche attorno alla foto degli Slayer che sbavano sangue sul corpo di una bella figliola, ( che era la fidanzata di Hanneman)? E poi ci sono stati pezzi, da The Reaper dei Priest fino a Dead Skin Mask, sempre degli Slayer, in cui le band hanno raccontato senza moralismi di alcun tipo, le imprese dei più celebri serial killer della Storia.

Le vergini uccise possiamo trovarle anche nei testi dei primi Iron Maiden. D’accordo, nessuno aveva mai parlato di stuprarle con un coltello o dissotterrare il cadavere, scucire le ferite del patologo e sborrare nelle cavità asciutte e drenate, ma si è sempre e solo trattato della scelta estetica di un gruppo di pischellotti, che aveva deciso di portare il metal agli estremi teorici e pratici: velocità massima, pesantezza massima, attitudine massima, oscenità massima.

Questo non assolve i Cannibal dalla propria ingenuità. Se scrivi di tirar fuori le viscere dalla vagina di una vergine, poi ne dovrai rendere conto alle associazioni. Eppure il gruppo nel 1992 sembrò cadere dal pero. Il giorno in cui videro insorgere un oceano risentito di nazisti forbiciari e inviperite portatrici di pubi e tette contro di loro, i Corpse ci rimasero male. Ehi, che è ‘sto casino, gente?

Parliamoci chiaro, non è aumentando i particolari di qualcosa di orrendo che si diventa più responsabili di chi vi si è cimentato prima fino a renderlo una cosa normale. Chi sono i Corpse rispetto a tutti coloro che per secoli hanno messo in scena sevizie, soprusi e torturi ai danni di personaggi femminili, nell’arte intera? L’iconografia religiosa, con la scusa delle martiri, ha raffigurato per ettari di muri ragazze marchiate a fuoco, sventrate e bruciate vive. Per non parlare di chi durante i secoli queste cose le ha fatto sul serio, magari con la legge a permetterglielo! Ma si sa, quando rimetti nel piatto la merda che il mondo sperava di aver neutralizzato sotto una coltre di falsità, quel mondo si risentirà e griderà allo scandalo.

La misoginia dispari-gore dei Cannibal Corpse

Gli Slayer avevano già provato a esasperare il discorso di gruppi come Venom o Celtic Frost. Un giorno si spinsero a quello che reputarono il limite massimo possibile dell’accettazione: Necrophiliac. Probabilmente non c’è un brano più indigesto di quello in tutti gli anni 80. Ed ecco da dove i Cannibal hanno deciso di cominciare il loro percorso.

Quello che sto cercando di dirvi è che purtroppo, i nostri beniamini dell’heavy metal hanno scritto certe canzoni senza riflettere sulle implicazioni politiche e sociali. Capisco che è imbarazzante ma dietro l’audace sfida alla censura del death metal, ci sono soltanto dei ragazzini cresciuti con certi film, dischi e libri commercialmente violenti.

Il metal è misogino? No, solo immaturo. Si tratta di un tipo d’arte nato spesso e volentieri in un contesto ormonale destabilizzato, dove il corpo femminile è soprattutto una mecca della sborra. Non voglio generalizzare, probabilmente esistono diciottenni con un grandissimo rispetto per le donne e che scrivono canzoni come  Polverized Cunt, ma non credo di esagerare se dico che a quell’età, oggi come ieri, vedere una ragazza che urla inseguita da un gigante con una motosega ecciti e diverta il pubblico giovanile. I ragazzi non si chiedono perché la loro reazione non sia di orrore ma per spiegarlo potete leggere cosa ne dicono gli psicologi con la storia dei falli all’arma bianca e la repressione sessuale che genera Michael Myers. Al tempo dei primi dischi, Barnes aveva poco più di vent’anni. E si divertiva a fare il cazzone.

E l’horror è misogino? Uffa, sì, ma per convenzione. Anch’esso trae linfa da una forma d’arte precedente e segue in modo bovino la tara culturale alla base della tradizione narrativa patriarcale. Il cinema ha ereditato la propria fiction dal teatro, dalla letteratura decadente in cui la donna era puttana e assassina e dal romanzo gotico di Walpole e la Radcliff, in cui invece era virginale e brutalizzata. (Stoker con Dracula fu solo capace di fondere insieme i due stereotipi femminili).

E il gotico da dove arrivava? Dal folclore, che era fiction trasmessa oralmente lungo i secoli nei bivacchi notturni e le gozzovigliose taverne; creazioni allegoriche frutto di società patriarcali che vedevano nella femmina il simbolo della purezza e della fragilità ma anche la causa del turbamento e della corruzione maschile. L’odio e il controllo della donna sono sempre stati alla base della cultura occidentale. Oggi facciamo i “grandoni” con le condotte discutibili delle società mediorientali nei confronti di quello che è chiamato in modo ridicolmente allusivo “l’altro sesso” ma noi fino a cento anni fa non le mandavamo neanche a votare, le “nostre” donne. E sdoganando le signore, pare che le cose inizino finalmente a migliorare anche per i poveri amici a quattro zampe.

Alex e Paul non hanno mai avuto problemi con le scemenze ultra-folli di Barnes: “Sono solo canzoni, amico”, così hanno sempre risposto ai giornalisti. “L’horror è fatto di ‘sta roba”. E c’è da capirli. Passavano ore a vedere Evil Dead, dove una ragazza frigida finiva stuprata da un intero bosco. E non andiamo sul genere antropofago italiano che è meglio. Lì si trova l’humus immaginifico vero dei Corpse: in roba come Cannibal Holocoust di Deodato, censurato in tutto il mondo per decenni; oppure Antropophagus di D’Amato, Paura sulla città dei morti viventi di Fulci e Mangiati vivi di Lenzi.

In quei film le ragazze subivano le cose più tremende. E non mi dite che era finzione, perché dietro c’erano attrici partite con le più alte aspirazioni e ridotte a concedersi come carne da macello in contesti prossimi al porno, in un sistema produttivo profondamente maschilista. Magari per guadagnarsi quei palchi rosso sangue, prima le pulzelle erano state pure costrette a succhiarlo al produttore e al regista. Non è un segreto che la tipa impalata sulla locandina di Cannibal Holocoust era la parrucchiera di scena. Lei accettò di farlo perché nessun attore voleva farlo.

Chi l’ha duro la vince

Ma non divaghiamo troppo. Tornando ai Cannibal e le liriche, secondo me Alex e Paul si sono messi ad ammorbidire il messaggio della band per diverse ragioni, non ultima un po’ di maturità in più. E soprattutto l’hanno fatto  restituire una buona volta l’attenzione alla musica, che per loro è sempre stata la cosa più importante.

E che musica, gente. Da Vile in poi, il gruppo ha realizzato grandissime cose. Sia in parte per merito di Corpsegrinder, gregario a livello creativo ma una pressa umana dal vivo e un infallibile interprete in studio: rapido nell’apprendere i pezzi nuovi, adattarvi al millimetro le liriche e capace di “burpare” su tutte le variazioni ritmiche pensate da Alex, senza perdere una battuta.

E poi grazie all’innesto dell’ex Nevermore Pat O’ Brien, al posto di Rob Barrett. Con lui il discorso tecnico-creativo raggiunge livelli da tregenda. Tra il chitarrista e Webster ogni disco è un ulteriore tassello verso l’assurdo di intricate e folli sinfonie, per quanto il concept di base dei Corpse sia da sempre lo stesso di Eaten Back To Life.

L’interesse da parte del gruppo infatti non è stato mai quello di evolversi in una specie di versione splatter dei Tool. Hanno allungato il minutaggio degli album, alternando lavori di 35 minuti complessivi ad altri che ne superano i cinquanta. Hanno rallentato e spinto al massimo sui riff da scapoccio, si sono concessi intermezzi cubisti e persino qualche parentesi strumentale, ma sempre evitando di esagerare con le variabili. Un disco dei Cannibal Corpse è e rimane quello che il pubblico si aspetta che sia. Brutale, estremo, al sangue.

 

Ma perché tanta dedizione al solo fine di fare sempre lo stesso disco?

Prima di tutto ci sono ragioni concrete. La politica di Alex e Paul alla fine ha pagato, portando la band a vendere più di due milioni di album in carriera. E per un nome brutal death oltranzista, questo è un traguardo impensabile da raggiungere. Se è successo lo si deve all’inarrestabile professionalità del gruppo.

Poi c’è una questione culturale. Rimanere fedeli a stessi alla fine paga sempre e permette divertenti transizioni. A livello culturale la band ormai è passata dalla fase uno, quella in cui era vista come pericolo per lo status quo, alla fase due della buonizzazione, cominciata con Ace Ventura e culminata a casa di Cher, suonando per il compleanno di suo figlio.

I metallari del resto adorano vedere un gruppo intransigente immerso in situazioni pop assurde, ma è sempre pronto a puntare il dito sporco di merda se la stessa band finisce in qualche grosso festival, a condividere il palco assieme a nomi più commerciali. E quando i Corpse hanno accettato di unirsi a dei bill zeppi di infedeli alla causa, le proteste non sono tardate. Proprio Corpsegrinder ha rinunciato al suo passivo aplomb per sfanculare il pubblico, e a ragione.

Bisogna riconoscere i meriti dei Cannibal. Disco-tour-disco-tour-disco-tour-disco per vent’anni senza mai fermarsi. Persino una volta cacciato Jack Owen sono riusciti, recuperando al volo Rob Barrett, a coprire tutte le date dal vivo in calendario senza disagi per nessuno. Solo lo sbrocco di Pat O’Brien, ha suscitato qualche inevitabile rallentamento al loro cammino, ma una cosa del genere avrebbe messo in ginocchio persino Steve Harris.

Vero, i detrattori considerano il Grand Guignol death dei Corpse ormai come uno stanco Bagaglino sempre più spento e telefonato, ma secondo me è gente che non ha mai avuto la volontà di capire davvero questo gruppo o che ha smesso di provarci molto tempo fa.

E infine la questione tecnica. Vi siete domandati perché i Cannibal, dopo 30 anni di death metal continuino a suonare con una potenza e una capacità di esecuzione superiori a qualsiasi nuova leva del genere? Vi siete mai chiesti come ci riescano ancora? Pensate che dei cinquantenni possano farlo così? Al naturale?

Voglio dire, non esiste un disco dei Corpse che sia “moscio”. Sono tutti irrefrenabili. E per riuscire a tenere alto questo livello di tensione, il gruppo ha dovuto lavorare sodo sia in fase di produzione, cambiando spesso guida, dai veterani Colin Richardson a Neil Kernon, ai novelli Erik Rutan e Mark Lewis, e senza mai ripiegare su scelte autarchiche, magari convenienti a livello economico ma dannose per ridefinire ogni volta una presa sonora capace di stuprare i follicoli agli ascoltatori. I Cannibal Corpse hanno agguantato il diavolo per le palle da subito, ma al contrario di altre band non hanno mai e poi mai musicalmente lasciato la presa.

E questo anche spingendo sulla tecnica. Sono sicuro che Alex, signore maturo e senza più nulla da dimostrare, si impegni ancora sul basso come un pischello giapponese di quindici anni. E gli altri della band fanno bene a seguirne l’esempio, se vogliono continuare a godersi l’avventura nei Corpse. Altrimenti la porta è sempre quella:

Perché tanta importanza alla tecnica? Beh, Webster ha sostenuto in varie occasioni che la brutalità si produce con quella e non l’attitudine. In fondo è la scuola opposta a quella di Rob Rusey, che sul palco, con il suo fisico palestrato e la sua veemenza da headbanger, probabilmente metteva il cherubino Alex in un angolo, ma disperdendo in parte, tra un accordo preso male e un solo zeppo di stecche, la forza d’urto del gruppo.

Chi ha vinto tra Alex e Chris?

La gestione Webster, che ha smorzato l’aspetto più sovversivo della band (i testi) ed esaltato al massimo quello strumentale, alla fine ha permesso al gruppo di trasformare l’avventura dei Corpse in un lavoro con cui pagare le bollette, cosa che era nei piani di Alex fin dai tempi del furgone scassato diretto ai Morrisound.

Ma anche Chris Barnes e la sua boria da fattone, il totale disinteresse per la tecnica e l’attitudine burina è ancora tra noi. Come vogliamo metterla? E non con dodicimila progetti tutti uguali. I suoi Six Feet Under tirano avanti. Non hanno venduto quanto i Cannibal Corpse ma si difendono bene e dal vivo pare siano una ficata. Di sicuro Barnes non ha più commissionato un artwork con su una donna tagliata a metà e degli zombi che si fanno le seghe tutti attorno, non ha più scritto dei testi osceni e ambigui come Necropedophile, ma non si può dire che abbia ripudiato completamente le vecchie idee che sostenne nei Cannibal Corpse. Basta ricordare le liriche di Maximum Violence, superiori a quasi tutto quello che Alex e Paul abbiano messo in rima da Vile in avanti, e soprattutto i deprimenti Graveyards Hits, che cominciarono proprio nell’EP di Hammer Smashed Face, con la cover dissacrante di Zero The Hero dei Sabs in chiave death.

Forse, se Rob Rusey non avesse deciso di chiuderla con il death, diventando un maestro di golf e voltando le spalle a tutti i suoi ex compagni, ora il suo posto sarebbe accanto a Chris. Invece ha finito per andar con lui l’errabondo Jack Owen, che dopo essersi fatto cacciare dai Corpse, ha ripiegato sui Deicide e infine si è riunito al suo vecchio amico Barnes per un insperato colpo di coda dei Six Feet Under, dichiarati clinicamente morti dalla critica quasi vent’anni fa ma che forse potrebbero, proprio ora che sono zombi artistici al massimo stadio della putredine, dare una lezione di brutalità a tutti quanti. Staremo a sentire.

Ti potrebbe interessare anche

Iscriviti alla Mailing List di Sdangher
Inserendo la tua email, acconsenti al trattamento dei tuoi dati personali.