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Uomini e topi, il rock ai tempi della chirurgia – Alla faccia di chi dice che il rock è morto: in America il rock viene usato per salvare vite umane!

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Non so voi, ma io sapevo da tanti anni, che durante le operazioni chirurgiche, che sia una banale appendicite o una a cuore aperto, i chirurghi (ed anche anestesisti, infermieri e sanitari assortiti), chiacchierano, scherzano, cazzeggiano e ascoltano musica. Si, Grey’s Anatomy e The Good Doctor hanno mostrato questa realtà, ma complice il filtro sulle telecamere e una certa retorica condita da piani sequenza, amorazzi vari e la patina yankee da “medical drama”, tutto sembra mitizzato e distante, restando in tema, “anestetizzato”. Provate a riportare la stessa dinamica in una sala operatoria a Pozzuoli, Biella, Pistoia o Macerata, tra infermieri macerati da mutui, rate della macchina, un enfisema da sigarette e occhiaie da Pornhub su cui si sono segati fino ad un ora prima di indossare camice e guanti.

E chirurghi imbolsiti, dalla stempiatura e riporto, oppure magri ed abbronzati, gellati, il tipico “puttano da balera”, che dopo l’orario passano la serata cercando di portarsi a letto la milfona pugliese baccagliata alla sala di latino americano.

Ecco che il piano sequenza si allontana, la patina ingrigisce, il sogno americano svanisce in un battito di ciglia. Banalmente l’anticamera della chirurgia è fatta di piastrelle verde gabinetto, con le fughe tra le righe incrostate, cicche sparpagliate, un puzzo di medicinali e le risate sguaiate della donna delle pulizie, una siciliana obesa di 60 anni con il mollettone sulla testa.

Ma questa è la realtà in cui, facendo le corna, se ci toccasse di venire ricoverati e messi “sotto i ferri”, 99 su 100 capiterebbe. In America no, i chirurghi sono “cool”, non ascoltano Gigi D’Alessio e Eros Ramazzotti mentre fanno le tonsille a Nonna Erminia, loro sono rock, sono hard rock e sono adrenalinici. Tutto questo racconto ci porta a vedere la brutale differenza tra noi e loro, uomini e topi.

Secondo uno studio, Spotify, è riuscito a stilare la classifica della musica preferita che i chirurghi americani ascoltano in sala mentre operano e al 49% si tratta del rock, in tutte le declinazioni. Raccogliendo le preferenze è stata creata la “Surgeon Playlist”, che vede Rock You Like a Hurricane degli Scorpions, Sweet Child O’ Mine dei Guns N’ Roses, Break on Through dei Doors, Paint it Black dei Rolling Stones, Whole Lotta Love dei Led Zeppelin. E ancora We Will Rock You dei Queen, Back in Black degli AC/DC, Rebel Rebel di David Bowie, Ace of Spades dei Motörhead, Nothing Else Matters dei Metallica e Piece of My Heart di Janis Joplin. Una bella botta di vita, che guida la lama fredda e sottile del bisturi tra un assolo di Angus Young e una “yeah” di James Hetfield.

“La vita delle persone è nelle mie mani e ascoltare il rock mi trasmette tranquillità, in questo modo la mia totale attenzione è rivolta ai miei pazienti – spiega Alan I. Benvenisty, medico al Munt Sinai Helath System di New York e specialista in chirurgia vascolare e trapianti – ascolto le band della mia giovinezza e la sensazione di nostalgia mi trasporta in un luogo tranquillo, che concilia la concentrazione”. 

Incredibile ma vero, contro le opinioni di chi sostiene che “il rock è morto”, proprio il rock è uno strumento che salva delle vite umane. In America, non in Italia. In Italia accontentiamoci di non prenderci il tifo o un infezione mentre due barellieri alla Bombolo ci scaraventano su un letto sudicio e dalle sbarre bianche, mentre ascoltano Roma Capoccia di Venditti. Infine, “ca va sans dire” che saremo noi a contare le piastrelle, gonfi come otri di antidolorifici, mentre un medico di Manduria leggerà scocciato la cartella clinica, con il codazzo alla Sordi del film Il prof. dott. Guido Tersilli primario della clinica Villa Celeste convenzionata con le mutue. Sognando il rock dei chirurghi alti, belli e fighi delle cliniche tecnologiche made in USA, alla fine ci accontentiamo di molto meno. Come è giusto che sia.

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