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La TV nazionale con l’amianto nei cessi e le ascese repentine alla faccia del #metoo

L’articolo di Ruggiero sul mondo del lavoro mi ha risollevato una serie di riflessioni maturate al tempo del #metoo, ve lo ricordate? L’estate di due anni fa si dibatteva sulle tresche di Asia Argento con il minorenne. Ripensarlo oggi in tempi di mascherine e Covid19 fa strano, vero? Eppure la mia mente torna al caso Weinstain e a tutto ciò che ne conseguì. Le affermazioni che sto per fare mi inimicheranno tutta la popolazione femminile ma non me ne frega molto. Chi giudica probabilmente non sa e non ha vissuto abbastanza.Non tutti, per carità, sono vittime di quella campagna denigratoria senza aver peccato. Qualcuno avrà pure abusato di qualche sprovveduta. Ma il punto è proprio questo. Prendiamo ad esempio Harvey Weinstein. Ho letto l’intervista a una delle sue vittime.

“Mi ha chiesto di raggiungerlo in camera” – primo errore, un po’ come quando nei film horror la vittima scende in cantina al buio.

“Era in accappatoio e mi ha detto che se non mi prestavo alle sue richieste non avrei lavorato mai più.” – E qui si prospetta un bivio: sesso orale e una luminosa carriera. Rifiuto sdegnato e ritorno nell’anonimato.

Il potere da sempre autorizza registi, attori, autori, conduttori, politici, artisti vari a credere che tutto sia loro concesso. Provarci è lecito. Non la giudico una violenza. Molti attori eterosessuali hanno dichiarato a bocce ferme che hanno concesso favori sessuali a inizio carriera a registi come Zeffirelli, Pasolini, Visconti, per citare quelli italiani.

Il mondo dello spettacolo da sempre porta con sé un preconcetto di settore disinibito e purtroppo è così. Fino al 700 gli attori uomini interpretavano anche i ruoli femminili perché era ritenuto sconveniente fare l’attrice. Nella seconda metà del Seicento la pioniera Margaret Hughes, interpretando Desdemona, avrebbe infranto questo tabù professionale.

Tuttavia se io voglio fare l’attrice o fare carriera in tv non serve laurearmi in Cinema o diplomarmi al Piccolo. Basta che la dò a quello giusto. Si tratta di un tacito accordo di “do ut des” che c’è sempre stato. Il porco potente Weinstein di turno, fa bene a provare a riscuotere. Harvey di suo ha solo sbagliato i tempi, “convocando in camera”. Ad aspettare sarebbero andate a bussare alla sua porta.

Elencherò cinque punti coi quali giustifico l’andazzo licenzioso:

– Si dovrebbe far carriera per merito. Dal momento che questo non funziona, essendo l’offerta molto maggiore della richiesta, ci si gioca il tutto per tutto.

– L’occasione fa l’uomo ladro

– Chiedere è lecito rifiutare è cortesia

– Se minacciano di non far lavorare mai più, forse non è vero e a parlare è solo l’ira di un uomo rifiutato

– Se non sei disposta a scendere a nessun compromesso forse hai scelto la carriera sbagliata.

Avendo lavorato tanti anni in tv, vorrei poter dire che non è cosi, ma ho visto receptionist poco più che ventenni improvvisamente elevate al ruolo di autrici, autisti diventare funzionari, donne che facevano le comparse in pubblicità ritrovarsi dal giorno alla notte a fare da capoprogetto….

Ho visto come le nuove dive uscite dal “Grande fratello” e da altri reality si approcciavano agli autori nei camerini. Ho visto chi stava in cima quali parentele poteva vantare (ufficiali o di letto). Ho visto che chi lavora a testa bassa e non si comportava da donna / uomo dai facili costumi è relegato al primo livello della piramide alimentare, dopo anni di servitù, e morirà lì, senza alcuna possibilità di carriera e crescita professionale.

Quindi aver preso dei capri espiatori a casaccio e averli rovinati non fa delle denuncianti persone migliori. Perché se solo si scavasse, giusto per cominciare, nella TV italiana, ci sono almeno 50 Weinstein tuttora operativi. Ma conviene denunciarli o conviene tenerseli buoni e anzi essere loro grati per una carriera che altrimenti non sarebbe mai decollata?

Vorrei inoltre segnalare un episodio apparentemente non legato al #metoo:  l’incidenza di tumori al primo piano della Rai di viale Mazzini, con tanto di perizia medico legale che dimostrava la presenza di amianto sopra il limite consentito. Una decina di anni fa circa si prospettò un class action, con tanto di avvocati che iniziarono le pratiche, ma la non tanto velata minaccia di licenziamento ha avuto lo spregevole effetto che tutto venisse messo a tacere.

Qualche anno dopo pare che, piano per piano, abbiano bonificato lo stabile, poiché un trasloco era impensabile, ma ricordo con nostalgia i ripostigli nei cessi con scritto “non respirare, polveri di amianto” e il simbolino. Non è forse anche questa una forma di violenza, persino peggiore della richiesta sessuale? Il messaggio è lo stesso “Se vuoi lavorare devi subire in silenzio”. Ma questa nessuno si azzarda a denunciarla.

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