The Great Horsey Grindmill

The Great Horsey Grindmill #2 – La rubrica dedicata alla musica che puzza!

L’insonnia è una brutta bestia e mi costringe a trascorrere ore in più a cercare dei modi di occupare il mio tempo. Per esempio l’altra notte ho sbiancato la serata a domandarmi se sia meglio una band death metal vecchia che suona moderno, o una nuova che suona come quelle vecchie?

I Caustic Wound, che non ho capito come mai encyclopaedia metallum tagghi come grindcore, rispondono perfettamente al quesito con il loro debutto Death Posture. Le band moderne che suonano lercie, come se gli anni ’80 non fossero mai morti sono una manna dal cielo, se però dotate della giusta personalità. Sound lercio old school? C’è. Assoli d’impatto che provocano cervicale a suon di head banging? C’è. Voce gutturale cavernosa? C’è, fino a lordarsi le orecchie. Blast beat senza trigger? Insomma ci siamo capiti.

Cover vecchia scuola con un logo uscito da paint, perché frega cazzi del nome impossibile da leggere. Vanno dritti al sodo come ho detto con un sound old ma non troppo clonato, che diciamocelo divertente la prima volta, ma alla lunga scoccia come le clip homemade di pornhub.

Il disco vi ruba solo ventisette minuti della vostra già inutile esistenza. Ma attenzione, può dare dipendenza e sintomi di air guitar & drum e head banging improvvisi. Astenersi i fan del progressivo.

Gli Afterbirth me li ricordo come fosse ieri. Stavo facendo un lavoro stagionale e prima di dimenticare cosa significasse avere dei diritti, mi godevo la strada da casa al lavoro con l’mp3 di questi tizi fisso nelle orecchie. Era il periodo del “chi se ne frega delle nuove uscite, io devo ascoltare i demo di band morte e sepolte da anni che non si è inculato nessuno”.

Gli Afterbirth di Psychopathic Embryotomy, con due titoli che sembrano usciti pari pari da un disco dei Cannibal Corpse e Dying Fetus, seppur in un semplice demo, proponevano un brutal death metal letale. Ovviamente non è che basti saper suonare per divenire i “Metallica” del death metal, e nel 1995 il gruppo si sciolse.

Nel 2013, per motivi a me sconosciuti, la band tornò in studio con la formazione originale. Evento più unico che raro. Fanculo i feti morti. Fanculo il gore e lo splatter. E fanculo pure quel brutal death metal lercio. Vai di produzione precisina, vai di mastering digitale, vai anche di testi (ce ne sono davvero?) sullo spazio e la scienza. Su questi ho i miei dubbi, però sul sito ci sono i testi, ma io continuo a sentire solo uomini di neanderthal che urlano in una caverna. Certo ci sono momenti post qualcosa che al brutal death metaller si romperanno le lenti degli occhiali da sole per la rabbia, o tecnicismi così secchioni da far pensare a qualche lavoretto dietro al computer. Dai, ammettiamolo. Un album è perfetto solo se ha delle sbavature evidenti. Però mi è piaciuto. Non rimpiango i demo e neanche il tempo regalatogli. La sorpresa del 2020.

Appena aperto il link bandcamp e vista la cover, il primo pensiero è stato “NASUM”. Uno potrebbe dire che con un titolo come Quarantined l’immaginario delle maschere antigas fosse inevitabile, ma spulciando la playlist ti trovi la cover di Inhale / Exhale appunto dei Nasum e ogni dubbio va beatamente a farsi fottere. Non conosco molto degli Slund, a parte che li ho appena trovati su youtube col tag powerviolence e sludgecore.

Un mix impossibile? Certo, a meno che non la band non faccia prima un pezzo powerviolence e poi uno sludgecore. Quarantined poi è una raccolta di cover mica male, che spazia appunto da pezzi più grind oriented a più lenti e fangosi. Nessuna anticipazione sulla manciata di tracce che andrete ad ascoltare, spero in un fottuto pomeriggio in cui la vostra unica alternativa alla noia sia ascoltare l’ennesimo cd dei Deicide o farvi una dose extra di piombo per via orale.

Se è ritmato non è rumore. Se è rumore non è ritmato. Solo Satana sa cosa sia. Questa è la prima impressione che ha dato Archipel​{​o​}​gos  dei MATA, progetto nostrano che è apparso nella mia playlist come un cumshot sotto le lenzuola.  No signori, non scartavetriamoci lo scroto alla ricerca dell’ennesimo tag, che magari poi non rientra neanche molto nello stile.

Chiamatelo industrial se volete, o ritmic noise se proprio siete schizzinosi, ma io per certe drummachine e voci, i soldi li esco volentieri, più per un live che per l’album in digitale. Un ascolto fluido come lo sangue che cola dal naso di un malato grave di Covid19. Un ascolto ho concesso due… forse tre volte, mentre il mio corpo era occupata a fare altro, eppure colonna sonora perfetta, con quei giri di basso, mentre i miei ingranaggi si muovevano scombinati nella membra. Se vi sentite sul baratro della follia, forse è il momento adatto per concedervi questi MATA. Attenzione solo a non schizzarvi sugli occhi, che poi brucia.

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