Pascolando

Io, Chelsea Wolfe e le tombe dell’amor perduto e ritrovato!

chelsea wolfe

Ho iniziato a sentire Birth Of Violence con un anno di ritardo, ma chi segue Sdangher sa quanto freghi a me e agli altri ronzinanti delle scadenze promozionali, il sushi-nastro delle nuove uscite e il treno delle recensioni che ogni giorno affossano ogni speranza di vedere qualche vero contenuto nei siti musicali che non sia “compratelo è fico!” in un mondo che non compra e non vende più dischi.
Insomma ho scelto Chelsea Wolfe senza neanche sapere il motivo. Ce l’avevo in coda sul mio lettore mp3. Mi ha tenuto compagnia in un momento molto travagliato della mia vita sentimentale. Sapete, io sto con una donna da un anno e mezzo. L’amo e credo di aver vissuto insieme a lei una relazione davvero appagante come mai prima nella mia fottuta vita fatta di pippe, abbandoni preventivi, divorzi e crisi masochistiche.

Ebbene, come succede, nel giro di pochi giorni ho deciso di lasciare questa donna. Le ragioni non contano. Diciamo che ho avuto paura. In amore e guerra, con la paura spesso si sopravvive ma a volte si compiono sciocchezze impulsive che possono portarti nella tomba.

Non esagero perché mentre ero tornato di colpo single, ho iniziato a sentire un dolore così duro da sopportare che dopo due giorni di pianti quasi ininterrotti e il fisico spossato dalla tensione nervosa, ho deciso di tornare sui miei passi. Passi, ne ho fatti parecchi, camminare, camminare. Piangevo e camminavo per le strade, usando la mascherina per nascondermi il viso. La distanza di sicurezza mi ha aiutato a camuffare i singhiozzi, ma si vedeva che ero a cocci.

Così sono andato al cimitero, come faccio sempre in questi casi. Se piangi lì è una cosa normale, nessuno gli dà peso e ti giudica. Inoltre io e i morti abbiamo una specie di accordo, porto delle lacrime, di cui sono sempre assetati anche se non dedicate a loro, e in cambio mi tengono il gioco. E mentre ero davanti alla tomba di non so chi, pensavo che si mettono sempre in relazione l’amore e la morte per un motivo che mi è diventato chiaro in quel momento. Non si può sfuggire a nessuna delle due. Puoi illuderti di vivere senza amare, ma probabilmente lo dici perché già hai amato e hai scoperto la sofferenza che l’amore ti chiede in cambio di qualche giorno spensierato e di qualche notte infuocata con un’estranea che credi di conoscere da sempre. E poi scopri di no. Che è un’estranea, lo è sempre stata.

Ma l’amore non si sfugge. Puoi pensarla come ti pare, che non conviene, e che tanto alla fine ci rimetti sempre, ma prima o poi il tuo cuore partirà ancora per qualcuno e soffrirai. Soffri sia che non vivi che se vivi una storia. Non c’è via di fuga. Puoi credere di poter domare il cuore, così come puoi credere di essere eterno.

Piangendo il mio amore perduto davanti alla tomba di questo tipo un po’ rubicondo che ho il vago ricordo di aver visto qualche volta al laboratorio dove lavoravo, per delle analisi, probabilmente su trigliceridi, colesterolo e glicemia, speravo che Chelsea Wolfe mi carezzasse l’anima, come una mamma con un figlio moribondo.

Come faceva quella vecchia canzone? “Mamma, perché invece di comprarmi i balocchi, spendi tutto in quei profumi?”

La ricordate? No? Bene, perché era orrenda. Negli anni l’ha cantata Villa, Milva, De Sica e se avete fiducia, prima o poi magari la rifarà anche Battiato, un giorno che vi odierà tutti e gli girerà particolarmente male.
Ma torniamo a Chelsea. Il disco scelto come sostegno emotivo, nel momento in cui stavo convincendomi che fosse giusto chiudere la mia storia.

Cullami Chelsea, mostrami una via da seguire. Dammi coraggio, allevia le mie pene. E invece sapete cosa? Quella puttana sembrava darmi ragione, con tutte le frasi dedicate alla ricerca, la trasformazione interiore e il bisogno di ingoiare il dolore come una chiave. Poi il disco è invece diventato sale sulle mie ferite, con un brano che si intitola American Darkness, dallo stile molto vicino ai brani che si sentono nella colonna sonora del film di Paul Thomas Anderson.

Magnolia. Ricordate di averlo visto? Io non lo dimenticherò mai. Tre ore in un cinema, col mio metro e 82 incassato in poltroncine da nani. Finii per vedere l’ultimo tempo in piedi insieme agli altri spettatori, passando il peso da un piede all’altro all’infinito mentre sullo schermo piovevano rane e una canzone, Wise Up di Aimee Mann, mi trasformava il cuore in un gigantesco rospo espettorante lacrime acide di solitudine.

Che cazzo, quel pezzo è stato per me. Ed è ancora. L’intero disco di Magnolia non è semplicemente una soundtrack di un vecchio film degli anni 90, di un cinema emotivo che ormai si fa nei canali streaming e non più in tre ore ma in duecento, stagione dopo stagione. Un cinema di sogni bislacchi e maledettamente post qualcosa, solitudini moderne ricoperte di lì a poco dalla polvere e la follia dell’Undici settembre. Quel disco per me è la morte.

Soffro come un cane ogni volta che lo risento perché mi ricorda il primo amore della mia vita. Le doppiai Magnolia, per sentirlo in macchina quando non ci vedevamo, così da tenere le anime in contatto. “Ci sono io dentro quel disco. Il mio cuore suona con la voce da discount pop di questa tizia, con le chitarre arrangiate alla Nashville e le melodie in stile Ally McBeal facciamoci una birra e soffiamo palloincini alcolici in faccia alla vita dura vista da uno studio legale.

Quanto cazzo le canzoni si leghino a determinati momenti. Se questi momenti sono stati di pura felicità e sogno, quando si torna a evocarli, le note diventano chiodi. Se a quei momenti poi è seguito tutt’altro, delusione, incubo, perdita allora prendete il fottuto cd in cui l’avete intrappolato e andate sulla spiaggia dove siete stati felici. Seppellitelo sotto un metro, fateci sopra un bel castello e non vi voltate finché la marea della vita non l’ha ridotto a una poltiglia informe. Poi piangete pure e riprendete la vostra strada, senza più tornare a quelle canzoni. Mai più.

Certi dischi sono come geni nella bottiglia, ricordi di morte e di dolore profondo che restano racchiusi lì dentro, quando vuoi farti una pera di merda che ti sprofondi ancora in quel crateri bui e affamati, non ti resta che spingere play. La cosa pazzesca è che la stessa Chelsea Wolfe ha dichiarato, cosa che ho scoperto dopo aver fatto da solo la connessione, che la canzone American Darkness è un omaggio proprio a Magnolia. E questa se permettete è magia nera.

Ma è la successiva Birth Of Violence, terza in scaletta, a darmi il colpo di grazia e scagliarmi nel culo di un ghiacciaio.

Le canzoni sono come gli avvocati. Danno ragione al proprio cliente. Sempre. Ci si aspetta che la musica aiuti, che sia sempre dalla nostra parte. Quando soffriamo un abbandono, ecco che le canzoni prendono la nostra rabbia e la trasformano in speranza di rivalsa o di perdono, ci culliamo in liriche smielate che fino a poco prima ci sembravano stupide e scontate. Ci aggrappiamo a un ritornello che apre uno spiraglio di luce nel buio delle nostre viscere, ma non capita mai che una canzone prenda le difese della donna che hai scaricato.

Prima di rompere c’è stato un duro confronto tra me e lei, ma alcune parole si sono posate ai bordi delle mie orecchie senza mai raggiungere il mio cervello. Ho ascoltato ma non ho compreso o forse non ho voluto comprendere.

Ma appena Chelsea Wolfe ha iniziato a cantare le sue strofe, in Birth Of Violence, è stato come se finalmente il messaggio che la mia ex ragazza ha gridato con le lacrime agli occhi due sere prima, mi sia stato finalmente conficcato al cuore.

La prima parte del pezzo è un dialogo astruso con un uomo pieno. Quindi immaginate misteriose figure che compaiono e scompaiono, e poi ammicchi incomprensibili a quest’uomo ingenuo e che vuol cavarsela a buon mercato, ma ogni tot di rime ecco una frase che sembra riguardarmi in modo ironico:

No, non te la caverai con così poco, caro… No, non mi verrai mai davvero vicino… Non lasceremo che ti portino via da me… Mi perdonerai se sono in coma da codeina…

Le canzoni sono come le macchie di Rorschach. Sapete quelle stese di inchiostro su un foglio. I medici le sottopongono al matto e gli domandano, cosa vedi? Ecco, in un pezzo puoi vedere e sentire tutto ciò che desideri. Charles Manson nel disco bianco dei Beatles sentì il piano che gli serviva per conquistare il mondo e compiere il suo destino. Mio padre in un pezzo dei Pink Floyd con un maiale volante nel cielo ci ha sentito l’autorizzazione a prendere in moglie mia madre.

Sia Charlie che papà volevano sentirsi autorizzati in modo fatalistico a fare ciò che hanno fatto. Si tratta di un modo fanciullesco di scorgere segni fatali intorno a noi, che ci diano la spinta per credere che ciò che vogliamo sia anche ciò che vogliono gli dei, la natura, l’universo.

Io probabilmente volevo ripensarci, nonostante la mia risolutezza. Il brano di Chelsea è un classico gospel cantautorale, con la voce profonda, la chitarra effettata e qualche rimbrotto sintetizzato a far da ritmo, poi nella parte finale arriva un arpeggio più selvaggio e sopra di esso, poco dopo, la voce di lei si libra come quella di una sacerdotessa del deserto africano, e poi muta di un’ottava in una colomba sanguinaria e mi ripete: Baby lo sei… Baby lo sei… L’unico… L’unico…

Le stesse identiche parole della mia ragazza che mi tornano addosso come il vento spietato del deserto di notte. Sento la sabbia delle mie intenzioni che si ritira sotto i miei piedi e sprofondo, sprofondo sempre di più. Come puoi lasciare una donna che ami, il dolore ti sta strappando la pelle di dosso, solo per le teorie di qualche generale impaurito che segue gli scontri dalla cima della montagna, pronto a salpare l’oceano, appena vede i suoi prodi diventare balle di carne e vestiti e fango? Come puoi spegnere l’anima davanti a colei che ti dice, unico, baby lo sei. Per me lo sei.

Anche oggi sono uscito a passeggiare, sotto la pioggia che mi ha sorpreso a metà strada. La musica di Chalsea Wolfe è ancora nelle mie orecchie ma non sento più traccia di quel freddo carnale, né indizi di fuga verso vie ancora non percorse. Sono tornato con la donna che amo e questo disco adesso mi culla come un disco qualunque dovrebbe sempre fare, qualsiasi cosa decidiamo di volere. Baby, tu lo sei… Baby!

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