Furia Cavallo del Nord

Furia cavallo del nord – Tra Furia e turia… ma ci sono anche i Griftheskymfning!

black

L’isteria per il virus non totalizza più il naturale flusso delle conversazioni. La gente si assembra sulle spiagge alla faccia della Protezione Civile e la ripresa del campionato con l’accelerata a una giornata ogni tre giorni, ha riconquistato le vie cerebrali del maschio italiano in poco tempo. Ovviamente in questi mesi caldi, escono pochi album e a volte hai la strana (iniziata al tempo del lock-down) percezione che ascoltare le novità non sia nient’altro che una pratica morta.

Però qualcosa si muove lo stesso, e rovistando in quel bidone di immondizia che è internet e YouTube scopri, per esempio, che c’è un disco come quello dei Griftheskymfning ad aspettarti. Anzi, due.

Io li avevo intercettati già ai tempi di Djavulens Boning (tradotto: trombare col diavolo), lavoro che aveva messo in chiaro un certo tipo di misantropia, un totale tripudio di black metal a bassa risoluzione, ma ricco di melodia e insospettabile coerenza interna. Questa coppiata parte dalla stessa sostanza sonora, smussa un po’ gli schemi bizzarri degli esordi e differenzia in misura sostanziale i due titoli. Svart Materia è la faccia più accessibile e melodica, quella con i feedback di riverbero e i ronzii più alti;

Bedrovelsens Hard, invece, mostra i muscoli, il lato ruvido e recrudescente, sicuramente meno penetrabile ma sulla lunga distanza decisamente più interessante, con tanto di tappetini ambientali. Comunque sia, stiamo sempre dalle parti isolazioniste e gelide della mente di Sir N, che ancora una volta dimostra come sia possibile diversificare il proprio incontenibile estro creativo senza evidenti vasi comunicanti con tutte le altre sue creature: Grifteskymfning non assomiglia a Grav, Hadanfard o Reverorum Ib Malacht, ma in qualche modo si sente benissimo quanto ne condivida lo stesso spirito e approccio alla scrittura (e strumentazione). È il trionfo dell’artigianato musicale fatto in casa: pochi mezzi e massima resa, retrogrado q/b e poco permeabile alle mode, ma allo stesso tempo al passo con questi tempi in cui non girano soldi per la musica e i concerti non si fanno più.

Di pasta un filo diversa è invece il disco dei Turia, che mette in campo un arsenale decisamente rudimentale ma di sicura efficacia.

Talmente efficace da volare dritto tra le prime posizioni nella categoria disco dell’anno, secondo me medesimo. Qui dentro c’è davvero tutto quello che potrei desiderare in un disco black, un disco che mi ha fatto investigare sul perché uno a quasi quarant’anni dovrebbe ancora perdere tempo su uno stile di musica simile.

A parte una certa tendenza alla misantropia (la fascinazione per il male è ormai razionalizzata e vissuta con distacco, svuotata dal furore estatico e inconsapevole della gioventù), ovviamente ho capito che il fondamento principe di questa musica è semplicemente la ricerca di una soundtrack adeguata a uno spazio vuoto e silenzioso, che si annida molto in profondità, calcificato lì per sempre, come una specie di cicatrice o un nervo scoperto.

Ecco, i Turia toccano quello spazio con un piede di porco e con quel loro suono grezzo, epico ed etereo, sanno evocare desolazioni fredde, vuote, imponenti e quindi bellissime. Ci sono le reiterazioni senza fine di un certo black norvegese dei bei tempi, ma anche la tendenza a diversificare le strutture, e così è veramente facile passare dalle sezioni più furiose a minimalismi ai limiti del doom più intimista in maniera del tutto fluida. Monoliti di basalto, pinnacoli siderali, depressione del peccato. E quindi, vedete come basta veramente poco per fare breccia anche in un orso criticone ed esigente come il sottoscritto?

Quel che è sicuro è che il 2020 è l’anno del black metal olandese. Dopo Turia, dopo Fluisteraas – che ho digerito male, per i fiorellini in copertina – mi arrivano anche questi Duivel, che suonano nella maniera più prevedibile e basilare da immaginare.

Inizialmente pare una roba copia/incolla di vari trascorsi second-wave, ma poi scopro che c’è più di quello che sembra: è un disco che si muove a metà strada tra Francia e Norvegia, non solo geograficamente. Ci trovi dentro sì i Darkthrone e i Satyricon, ma anche certe morbosità espressioniste delle Legiones Noire più malate e decadenti.

È tutto molto old-school, molto marcio e diretto, una spugna imbevuta di liquami scaduti da un bel po’ di anni. Però la cura con cui viene creata la pasta finale è sicuramente interessante. Anche qui…viene fuori tutta dopo vari ascolti, quando hai tempo per soffermarti sui dettagli, tra pianole volutamente synth-foniche, fruscii d’aria dagli amplificatori, alternanza nel singing – ci sono quattro cantanti diversi per sei canzoni – e un lavoro di mix tanto raw quanto ricercato.

Ecco, forse anche troppo ricercato, per un disco che avrebbe voluto essere la rappresentazione di un intenzione istintiva e primordiale, ma non basterebbero due ore per capire come mai alcune qualità intrinseche di certa musica emergano in modo più convincente quando sono ingenue ed inconsapevoli, piuttosto che volute a tavolino per puro manierismo. Cosa volete che vi dica, però? Il pantano e il disagio ci sono, la narcolessia e il demonio, pure; quindi godiamoci il risultato, che è meglio.

Se invece avete un bel po’ di tempo da dedicare a un disco e voglia di immergervi in un’opera monumentale per davvero, allora probabilmente Wanderers: Astrology Of The Nine è sicuramente roba vostra.

Sostanzialmente, questa pappa ultra-pretenziosa è uno split di Spectral Lore e Mare Cognitum, ma in realtà si tratta di un audace tentativo di condividere una stessa visione comune e di dividersi il sistema solare, tra personalizzazioni, simbolismo esoterico e Gustav Holst in veste di nume tutelare.

Secondo me, a patto di resistere alla tentazione di staccare la spina prima di arrivare alla fine, funziona molto, ma molto bene. Da una parte gli Spectral Lore e il loro metal melodico, spazioso ma comunque lineare nelle strutture, dall’altra i Mare Cognitum, che come al solito mettono nel frullatore un bel po’ di idee e riff, per poi assemblare tutto con un piglio free-form, ma non troppo.

Funziona anche perché c’è la precisa scelta di non diversificare troppo il suono e l’atmosfera generale del disco, a riprova del fatto che si tratta ben più di un semplice split per dividere i costi; sospetto che poi scompare del tutto nei venti e passa minuti finali, dove le due band affrontano Plutone in modo dichiaratamente corale. Ed è la summa di tutto quello che un certo tipo di black metal atmosferico possa offrire in termini di accesso all’immagine come veicolo per descrivere dei mondi sonori lontani, giganti ed impenetrabili. Resta un unico problema: quante persone oggi hanno la pazienza e il tempo per spararsi una mattonata del genere dall’inizio alla fine senza distogliere l’attenzione?

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