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La svolta slasher metal di Alice Cooper (1985-1988)

Alice Cooper

Voglio fare la colonna sonora di Nightmare on Elm Street – Alice Cooper nel 1986 o giù di lì

Uno dei miei articoli più accorati pubblicato su questo blog, parla di un disco di Alice Cooper che si intitola DaDa. Lui nemmeno si ricorda di averlo realizzato, è il batuffolo di ovatta che assorbì l’intera merda in cui si era ficcato Mr. Cooper, tra droghe, depressione e carriera a picco tra il 1981 e il 1984.

DaDa uscì nel 1983 e non vendette un cappero. Non ci fu nemmeno un tour a supporto. Tre anni dopo, Alice Cooper tornò sulle scene ripulito, con un nuovo contratto discografico (MCA) e un partner portentoso, Kane Roberts.

Non voglio dirvi altro, questo genere di notizie tecniche potete trovarle su Wikipedia o Encyclopedia Metallum. Sono spesso sbagliate, ma sono affari che non mi riguardano. A me interessa trattare altro.

Constrictor e Rise Your Fist And Yell non sono dischi grandissimi. Il primo suona davvero molto datato, a quanto pare per colpa di Beau Hill. Il secondo è ridimensionato dal successo enorme di Trash. Per quanto mi riguarda ho un affetto profondo per entrambi. Trovo che siano pregni di quella malevola e un po’ caramellosa perversità dei film horror anni 80.

Alice passò il suo periodo di pausa a fare sport e guardare horror in TV. Ne noleggiava 3 al giorno. Li vedeva subito, così poteva tornare in videoteca a prenderne altri tre. L’esplosione slasher-gore di Venerdì 13, Halloween, Evil Dead e Nightmare On Elm Street sembrava molto vicina alle fantasie sceniche dei suoi vecchi spettacoli. La musica in classifica di gente come W.A.S.P., Twisted Sister e Lizzy Borden ricordava anch’essa le sue cose, quindi per Cooper fu un attimo capire come rimettersi in pista, mostrando a tutti quei pivelli emulatori chi era il re.

Oggi sembra un po’ difficile immaginarlo, ma nel 1986 c’era tutta una nuova generazione di teen-agers che non aveva la più vaga idea di chi fosse Alice Cooper… un po’ come oggi, del resto. Ci risiamo.

Vero che il suo ultimo disco era di tre anni addietro, ma un vero successo risaliva a 1976 (Welcome To My Nightmare), quindi oltre a scrivere un album capace di fondere lo stile classico dell’artista con le nuove tendenze dell’hard rock e dell’horror (soprattutto l’aspetto scenico dal vivo) Alice dovette organizzare un tour che fosse un ripasso e allo stesso tempo un’iniziazione e una rimpatriata per le nuove leve del rock & horror.

Nightmare’s Return o Nightmare 2, tour chiamato così per fare il verso alla progressione numerica dei filoni slasher più famosi, fu un buon successo ma Constrictor era solo uno sgranchirsi le ossa rispetto a quello che Cooper avrebbe potuto ancora fare in studio.

L’album ha i suoi momenti (World Need Guts, Teenage Frankenstein, Simple Disobedience) ma non c’è paragone con Rise Your Fist And Yell, disco che è più ruvido e irruento e di sicuro risulta più ambizioso.

Con la produzione si passa da Hill a Wagener. Entrambi affossano Cooper in una melma di watt ormai datati, ma almeno il secondo non introduce nel sound quei biribiri elettronici che rischiavano di mandare in vacca l’atmosfera su Constrictor. Prendete He’s Back e ditemi se non sembra la versione slash per un corso di fitness, con tutti quegli inserti new wave.

Rise… è depurato da queste sconcezze, ma resta una produzione che vorrebbe spaccare il mondo e non ci riesce del tutto. I brani sono fichi e con un bel tiro, ma cazzo, quest’uomo faceva dischi con Bob Ezrin, gli serve altro per riesplodere definitivamente.

Con Rise Your Fist And Yell siamo ancora nell’ambito del riscaldamento muscolare: horror, sangue e follia, dei bei riffoni e ritornelli orecchiabili, ma l’album del 1987 è anche più politico e in linea con i vecchi ribellismi adolescenziali di Alice Cooper (Generaion Landslide o School’s Out).

Il sodalizio con il cinema horror è ancora più marcato. Prince Of Darkness è scritta per Il signore del male di John Carpenter, in cui Alice fa una particina molto incisiva, in tutti i sensi. Inoltre Robert Englund è ospite di Lock Me Up.

Tornando alla politica, a metà anni 80 la questione PMRC teneva banco e per quanto Alice Cooper la trovasse dichiaratamente ridicola, pensò bene di sguazzarci un po’ dicendone quattro a tutte quelle vecchie signore altolocate che ne facevano parte.  Freedom è un brano pane al pane, un’invettiva contro la stupidità censoria americana. O meglio, non solo americana.

Al tempo del tour di Rise Your Fist And Yell, per il quale erano stati riesumati brani da leccarsi i baffi dei piedi come Dead Babies, Alice ebbe problemi in Germania con un membro del partito laburista, David Blunkett, che assistette a un concerto e, sconvolto dalle coreografie splatter, diede il via a una crociata mediatica contro Cooper.

Era in coppia con un altro compagno di partito. La cosa buffa è che Blunkett era cieco (non vedente, esatto) e si faceva dire dal camerata cosa accadesse sul palco di sconcio e schifoso. L’altro gli descriveva tutto urlando, non tanto per lo sconvolgimento o per la musica assordante che gli copriva la voce, ma perché era sordo e gli veniva naturale di alzare la voce, come capita anche a voi quando avete la musica in cuffia e di fatto siete socialmente sordi.

Una volta usciti una serie di articoli contro lo spettacolo di Alice Cooper a opera della vera coppia di Non guardarmi non ti sento, dove si “strillava” a grandi caratteri, delle sue scenette macabre da malato mentale dei live di Cooper, un senatore tedesco decise di impedire alla rock star di fare a pezzi un orsetto in scena. Come se, dichiarò al tempo Cooper, “nonostante i problemi che hanno a livello politico e con gli Skinheads, sia questa la cosa più urgente da scongiurare!”.

Tornando a Rise Your Fist And Yell, l’album vorrebbe tornare a esprimere la capacità architettonica e ambiziosa di Alice Cooper. Lui non era solo autore di piccoli bonsai dell’orrore ma anche di veri e propri concept macabri. Il disco non lo è per intero, un concept, ma nella seconda parte, non ho mai capito bene se da Time To Kill o da Chop, Chop, Chop, mette in scena una storia geniale in più brani, su un tipo che diventa matto a forza di guardare horror movies.

Non si capisce se uccida davvero tutte quelle donne o immagini solo di farlo, ma la cosa in sé è tosta, no? “Tosta” è una parola che si usava molto nel 1987. Prima il disco parte con un paio di pezzi che mandano affanculo il PMRC e poi ce ne sono altri quattro che mettono in scena l’incubo peggiore di Tipper Gore.

Chi conosce la storia di Alice Cooper come artista e come band, non dovrebbe stupirsi di questa trovata. Al tempo di School’s Out e di Killers, i giornali riempivano pagine e pagine inventando panzane sulle atrocità commesse dal gruppo durante gli spettacoli in tour.

“Alice fa sesso con un cadavere sul palco”

“Alice fa a pezzi un bambino di plastica dal vivo”.

Niente come i repressi e i repressivi hanno questa meravigliosa fantasia per le cose malsane e Cooper si inchinò di fronte a simili trovate, mettendole in pratica attraverso dei nuovi brani costruiti apposta in quel modo.

I Love The Dead, Sick Things, Cold Ethyl sono ispirate dai censori e non frutto della mente pazza di Alice Cooper. Quindi ecco che dopo la baraonda del PMRC, lui decide di dare a quelle signore impressionabili e paranoidi, la storia assurda che andavano immaginando loro stesse.

Chop, Chop, Chop è la canzone più allegra su un serial killer che sia mai stata scritta, come ha detto qualcuno in rete. Vero. Gail invece, con le tastiere spettrali, riporta Alice ai livelli spinti di Dead Babies.

Non sono in tanti a soffermarsi sui testi di questo album, ma vi converrebbe farlo. In quell’intermezzo voce e organo si sente la voce alla Steven (personaggio di Welcome To My Nightmare,, esatto) che parla dell’albero sotto cui è sepolta Gail e degli insetti che hanno covato dentro la sua carcassa, oltre al cane che ne dissotterra un osso davanti a lui.

Il finale di questo miniconcept, Rose With White Lace, è il pezzo metal più fico mai scritto da Alice Cooper.

Cosa intendo? Che la maggior parte delle cose realizzate da lui solista o nei tempi della band che portava il suo nome, sono state vicine a un rock and roll aspro, con punte di barocchismi e qualche sventolata progressive, mentre Rose With White Lace è proprio “heavy heavy metal”, un pezzo che può fare a gara con il power americano di quel periodo e avere la meglio senza problemi, per quello che mi riguarda.

Ma al di là del tiro (pure Step On You e Lock Me Up non scherzano mica) in Rose… il protagonista canta con un abito da sposa macchiato di sangue e crede si tratti di rose disegnate da qualcuno o forse da egli stesso.

Vi rendete conto che negli anni 80, tutti i discepoli di Cooper, dall’irruenza sui generis di Dee Snider alla teatralità psicotica di Lizzy Borden, che picchia un babbo natale e mostra pezzi di una donna in una cassa cantando frasi d’amore, solo Alice sa spingersi a fondo, rappresentando il male con un pizzico di poesia e di ironia, due spezie imprescindibili che gli altri discepoli, inclusi i W.A.S.P. e il furbacchione Ozzy, ignoravano completamente, servendo una ricetta basata solo sulla violenza e l’oltraggio cazzone.

Non vorrei essere frainteso, io adoro tutti loro, ma Alice è sempre stato sopra.

Rise Your Fist And Yell è anche il testamento metal di Kane Roberts, autore di una serie di album solisti discreti e imparentati con lo stile di quelli realizzati insieme e per Cooper, mentre Alice da Trash a Hey Stooped, per non parlare della nuova stagione autoriale-alternativa di The Last Temptation, ha via via abbandonato la verve muscolare di Freedom per mitigarsi un po’.

Mi piace paragonare l’era Roberts con quella di Marlette nei due album Brutal Planet e Dragontown, con Alice Cooper che ha ancora il naso giusto per affidarsi a un artista capace di rendere commestibili alle nuove generazioni, la sua solita vecchia ricetta shock rock.

Magari c’è chi detesterà la svolta industrial del 2000 mentre io mi ci esaltai. Ovviamente stiamo parlando di due periodi che per i puristi del rock, non meriterebbero quattro righe di raccordo, mentre guardate quante ne ho sprecate io.

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