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Axe – Storia di una band molto affilata!

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Dai Caught In The Act agli Axe il passo è breve. Bobby Barth è stato il loro produttore e lo è stato alla vecchia maniera: componendo con il gruppo, forgiandone il sound, facendogli da chioccia contro le intemperie del sistema discografico.

In coda al primo disco dei C.I.T.A ci sono giusto un paio di cover della band di Bob, omaggio non so quanto voluto, visto che a sentire il gruppo era lui ad avere l’ultima parola su ogni cosa.

I pezzi sono Steal Another Fantasy e Silent Soldiers, entrambi estratti dal terzo album degli Axe, Offering.

Sono due brani fantastici. Così ho deciso di dare una passibilità ai “sottovalutatissimi” Axe. Lo metto tra virgolette quel sottovalutatissimi perché in tutte le recensioni all’esordio dei Caught In The Act, Relapse Of Reason, ogni autore spendeva l’aggettivo “sottovalutati” con un tono accusatorio accennando agli Axe di Bobby Barth, quando molto probabilmente nessuna di quelle penne metalliche italiane ne aveva mai sentito parlare prima dell’esordio della band di Denver.

Nel rock e in particolare nel sotto-mondo del metallo e delle “rocce” più pesanti, c’è un fitto esercito di soldati silenziosi che avrebbero meritato qualche medaglia in più. Ho sentito reclamarne per i nomi più disparati, persino i Battle Bratt e gli Shadow King. C’è chi urla al vilipendio dell’arte per la sottostima di Done With Mirrors degli Aerosmith e per Power Of The Night dei Savatage. Quindi posso dire che talvolta il termine “sottovalutato” sia quantomeno gratuito.

Ci sono dischi e band che hanno raccolto ciò che meritavano, ovvero pochissimo. Punto. Oggi c’è solo un pubblico di manica larga, sempre pronto a scrivere sotto un post o una clip di youtube: “troppo sottovalutati, cazzo!”.

Nel caso degli Axe, però è vero. Di loro si è scritto poco e niente, anche in un tempo di rivalutazioni e riscoperte come questo. Se ascolterete dischi tipo Offering, Nemesis o persino i tre titoli della seconda e terza fase produttiva (che vanno dal 1997) vi renderete conto che questa band sapeva creare ottime canzoni, con un impatto notevole e una invidiabile versatilità.

Erano come la mano di Mario Brega. Potevano esse’ piuma (Foolin’ Your Mama Again) o esse’ fero (All Through The Night).

Vi domanderete come mai non abbiano raggiunto un maggiore successo negli anni 80; brani come Fantasy Of Love, Just Walk Away, Let The Music Come Back sanno di alta classifica.

Beh, a dire il vero a quel tempo gli Axe ci andarono pure in classifica e se vi capitasse di parlare con Bobby Barth davanti a una birra, lui vi racconterebbe di quando sconvolsero Sharon Osbourne o del giorno in cui gli Iron Maiden dissero sì, ma sono vecchie storie buone solo per rintuzzare quel senso di ingiustizia sotterraneo che vi prenderebbe a sentire i loro vecchi dischi.

Poi vi capiterà di guardare le foto degli Axe e i videoclip girati in quegli anni e capirete che quelle facce non potevano vincere con le puttane di Babilonia che imperversavano sul Sanset tra il 1980 e il 1984.

Insomma, è vero, prima di Nikki Sixx, anche Bobby Barth scrisse una canzone intitolata Girls, Girls, Girls e come per i Crue, diceva più o meno cose belle sulla fica e la smania compulsiva di averne in continuazione, ma si era negli anni 80, la prima decade in cui il pubblico non riuscì più a separare l’immagine dalle canzoni e un conto è vedere Vince Neil che urla “Ragazze, Ragazze, Ragazze” su una Harley, un conto immaginarsi il paffuto e irsuto Bob che le invoca magari dal ciglio di un marciapiede della Bowery.

Tra l’altro gli Axe fecero da spalla ai Crue di Shout At The Devil. Anzi, trovarono la propria fine durante quel tour, proprio nell’orbita a mille all’ora della band di Sixx, quando Bobby e il chitarrista Michael Osbourne fecero un mega-incidente. Il primo se la cavò con diversi danni alla schiena, ma l’altro ci lasciò il culo e tutto il resto.

No, non c’era Vince Neil al volante.

Successe al tempo del quarto disco, Nemesis, che beh, non era proprio il lavoro che l’etichetta e il manager della band speravano di spingere. Dopo Offering ci sarebbe voluto un altro hit come Rock N’ Roll Party In The Streets (che fu a tutti gli effetti un successo in America) ma invece l’album è “solo” un gustoso campionario di pezzi godibili e trascinanti, ma senza quel guizzo commerciale decisivo che sarebbe servito a far salire gli Axe sul prossimo livello della Grande Macchina (Leggi The Dirt).

In ogni caso, non fu il parziale insuccesso di Nemesis, la ragione che spinse Bobby ad accannare tutto quanto, dopo anni di sbattimenti e delusioni. La morte di Michael Osbourne e la lunga degenza per Barth, dopo l’incidente, lo spinsero a voltare pagina.

Archiviò gli Axe fino a data da destinarsi ed entrò nei Blackfoot, gruppo southern rock di cui non so una emerita ceppa al momento, ma che mi prometto di approfondire al più presto.

Bobby entrò nei Blackfoot senza praticamente incidere un solo disco con loro. Poi nel 1990 gli riprese voglia di recuperare gli Axe ma non combinò granché. Ai discografici non interessava più nulla di loro.

Come dice lo stesso Barth, “a un certo punto la musica rock passò di mano dagli artisti ai contabili. A quel punto non interessava più alle etichette se avessi scritto Bohemian Rhapsody ma quanto eri riuscito a vendere”.

Non faceva per lui incidere dischi in un ambiente così cinico. Dato che non esistevano più produttori creativi e spericolati da investire su ciò che amava, decise di diventarlo lui e appena si imbatté in quegli sfigati ragazzi del Colorado chiamati Caught In The Act si innamorò di loro e decise di aiutarli, riconoscendo nella musica che facevano, certe cose dei suoi vecchi Axe.

L’esperienza lavorativa dall’altra parte del vetro, con Relapse Of Reason e Heat Of Emotions, oltre ai buoni rapporti intavolati con la MTM tedesca, portarono Bobby a crare l’ambiente produttivo protetto e famigliare in cui poter riesumare  anchegli Axe.

Five (1997) e The Crown (2001) affiancarono la parabola creativa dei C.I.T.A., ormai diventati Guild Of Ages, in un profluvio di class, pomp e power ballad meravigliose; realizzate però nell’indifferenza del grande pubblico.

Nessuno si è cagato questi dischi, esatto, ma sono ancora molto buoni e con alcuni episodi class e AOR tra i migliori mai realizzati nella zona del crepuscolo che va dal 1995 a oggi.

Sentite Magic (In Your Eyes), Life In A Furnace, Fire And Water, Good Times e poi ditemi se Bon Jovi di quel periodo abbia fatto di meglio.

È interessante ascoltare i lavori della rinascita degli Axe perché sono tutti prodotti da Bobby Barth e hanno quel sound che lui avrebbe voluto anche nei vecchi dischi della band. “Al tempo potevi avere tutte le idee che volevi su come far suonare la tua musica, c’era sempre qualcuno più in alto che ti convinceva che era meglio entrare in quel determinato studio e avere quel certo suono che andava per la maggiore. Non controllavi nulla della tua opera”.

Nonostante l’indurimento progressivo raggiunto dalla band, a partire dall’esangue Axe fino all’abbronzatissimo Nemesis, Barth non si ritiene soddisfatto di nessuna di quelle produzioni, al punto che in quasi ogni album della ripresa anni 90 ha praticamente riproposto ogni brano con il suono che dice lui.

Volete sapere come andò con gli Iron Maiden? Un giorno il gruppo di Steve Harris passò a sentire gli Axe di persona, per decidere se portarli o meno in tour con loro, negli States. Era il 1981.

Io non so con quale brano Bobby decise di cominciare l’esibizione privata, ma i Maiden li interrupero quasi subito per dirgli che il posto era loro. Mi piace pensare che abbiano suonato una delle cose più veementi della loro produzione di allora: Midnight Drive Me Mad, un pezzo tirato, con un casino di chitarre armonizzate e linee vocali tutte in coro, dove Barth non canta da solo, ma in un coro molto complesso che recupera certe polifonie intricate in stile Chordettes (quelle di Mr. Sandman, esatto… ).

Probabilmente non andò così, anche perché quel pezzo non era nemmeno stato pubblicato sulla versione ufficiale di Living On The Edge (1980) ma si trova in coda a Nemesis, tre anni dopo… però cazzo, c’è una parte che ricorda un casino Children Of The Damned nella seconda parte, quando accellera e c’è quel pezzo di tapping. Che io sia dannato se sbaglio.

In ogni caso il gruppo non andò in tour con gli Irons. A quanto pare, Barth la spiega con l’idiozia e l’incompetenza del loro manager.

Sono cose decisive per sfondare e non conta ormai sognare i se e i ma: non andò bene. Offering uscì l’anno dopo ed era il disco giusto per fare il botto, solo che il gruppo non aveva ancora tutte le luci addosso e canzoni come Now Or Never dovettero rimboccarsi le maniche e scavare cunicoli di attenzione nei cuori del mondo, invece di scivolare a vele spiegate sulla superficie decadente dell’easy listening.

Rock ‘N’ Roll Party In The Street ci riuscì a far la breccia, anche perché sembrava una versione anabolizzata degli anthem metropolitani di Bruce Springsteen e agli Stati Uniti allora piacevano molto quel genere di cose.

Immaginazioni su fughe notturne verso la libertà e l’autodeterminazione, edonismo denim & Leather e macchine rombanti rappresentano una bella fetta della produzione degli Axe. C’è tutto un loro repertorio che oscilla tra guerra metropolitana (Silent Soldiers, Heat In The Street, Burn The City Down) e romanticismo di periferia macchiato d’olio di motore e coca-cola sbullonante (I’ll Think You’ll Remember Tonight).

Con gli anni Bobby Barth è passato dall’essere il figlio alla benzedrina di Zucchero Fornaciari e Glenn Hughes, fino alla controfigura dello zio Jesse di Hazzard degli ultimi anni e che oggi gli fa tanto “classic rock” ma che proprio non si addice a certe virate heavy-rock in stile Def Leppard o Journey che il gruppo continua a proporre anche nell’ultimo Final Offering (Fire & Storm).

A proposito di questo album, che dal titolo sembrerebbe chiudere la parabola degli Axe, va detto che ancora una volta devolve al mondo ingrato, pezzoni come Land Of Our Fathers e Make a Dream (Last Forever).

Insomma, agli Axe mancò il manager giusto e il fisico giusto, secondo me, oltre alla fortuna. Però con il manager ideale, anche un incidente tragico sarebbe diventato una manna, spiace dirlo ma è la verità.

Insomma è mancato soprattutto un grande manager. Sull’aspetto magari si poteva lavorare. Voglio dire, prendete i B.O.C.; erano tutti brutti e insulsi, però avevano Sandy Pearlman che li vestì di genio e fascino.

Gli Axe purtroppo sembravano una band di camionisti e non avrebbero mai optato per il mascara a chili come i Twisted Sister per sfidare gli anni 80 del glam metal.

Oggi dalle foto del periodo 1980-1983 scaturisce una sorta di retrogusto trash divertente. Molti pezzi della band potrebbero fare una gran bella figura sulla serie Griffin, ma è chiaro che nel 1982, Bobby Barth non poteva competere con David Lee Roth e nemmeno Rob Halford o Steve Percy. Era un cantante da locale sull’autostrada, con la rete da polli davanti.

E a questo proposito arriviamo a quella volta in cui gli Axe fecero rimanere di merda Sharon Osbourne. Erano di spalla a Ozzy e lei si presentò al gruppo prima della loro esibizione per rassicurarli in questo modo: “non badate ai fischi, ragazzi. La gente vuole Oz, non ce l’hanno con voi”.

Gli Axe si guardarono e dissero: “ok. Adesso te lo facciamo vedere noi cosa vuole la gente”. Affrontarono la platea di Diary Of A Madman come quelle tribune di birraioli cafoni del Colorado, davanti ai quali si erano fatti le ossa e le cicatrici.

Ecco perché i maestri navigati insistono a ribadire l’importanza della gavetta nelle bettole. Se superi certi scenari squallidi e violenti non hai paura di una platea urlante di duemila persone.

Salirono sul palco e infilarono i pezzi uno dietro l’altro, senza far rifiatare il pubblico, che alla fine li applaudì e li portò in gloria per una sera. Ciliegina sulla torta: il viso esterrefatto di Sharon la stronza che ogni tanto Barth si rigira nella mente con un sorriso gigione.

Col senno di poi possiamo dire che quello fu semplicemente l’apice di una carriera, come la piccola squadra che ferma sul pari il big team di turno, ma non sarebbe giusto giudicare gli Axe solo perché non hanno guadagnato abbastanza da comprarsi tre ville e due Rolls Royce a testa. Dischi come Offering o Nemesis non li scrivono i felloni e nemmeno gli sfigati.

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