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Pink Cream 69 – La band che ha finito per svanire sotto i propri stessi accordi

pink cream 69

I Pink Cream 69 sono la band dove cantava Andi Deris, vero? Esatto. La maggior parte di voi, nel proprio file mentale, ne troverà uno con il nome di questo gruppo e dentro leggerà solo questa informazione. Andy con la ipsilon o Andi con la i, a seconda del periodo storico, ovviamente.
In effetti fino a un anno fa, anche io non mi ero mai troppo soffermato su questo gruppo, poi un giorno ho sentito dire cose stratosferiche di Dennis Ward come produttore, in particolare per il lavoro svolto su Electrified dei Pink Cream 69, band dove ha suonato per quasi trent’anni e che ha mollato di recente, con una serie di motivazioni abbastanza deprimenti, che affronterò più avanti.

Così, ho detto, vuoi vedere se questi Pink Cream 69, in giro dal 1989 e con 12 dischi fatti, non siano una di quelle realtà valide che il viziato e pigro popolo rock/metal si permette di ignorare? Così me li sono esplorati per bene, come un bravo ginecologo metallico. Ci ho passato quasi un mese ascoltandoli tutti i giorni (esclusa la domenica) per quasi quattro ore al dì. Parlo sul serio. Mentre scrivo non ne posso più di loro e l’unico motivo che mi spinge a buttar giù questo pezzo è che dopo sarò libero di passare a qualcos’altro. È la clausola che mi impongo ogni volta in cui decido di scrivere qualcosa su un gruppo. Solo dopo averne scritto posso ascoltare e pensare ad altro.

In queste quattro settimane ho scoperto molte cose interessanti sui Pink Cream 69. Ho rivalutato la figura di Andi Deris. Ho maturato un’idea precisa su Dannis Ward, ho capito quanta grande musica ci sia nella discografia di questa sottovalutatissima band, mandando a memoria canzoni come Diggin’ Through The Past, Only The Good, Where The Eagle Learns To Fly, Talk To The Moon e Crossfire, per dire alcuni dei pezzi che più mi hanno colpito al cuore.

Però non pensiate che ora ve la menerò sull’attenzione che avrebbero meritato nel corso della storia hard & heavy i Pink Cream 69, non mitizzerò la sfortuna che hanno avuto e non professerò sull’urgenza con cui dovrete correre a recuperare gemme e rubini incastonati nella set-list di questi poveri ragazzi pieni di talento.

Sarebbero tutte cacate revisioniste.

Per prima cosa i Pink Cream 69 hanno commesso una serie di errori imperdonabili, hanno corso dei rischi senza rendersene conto e alla fine si sono ricavati una cuccia hard rock classica da cui non è più stato possibile smuoverli nemmeno con il cannone degli Ac/Dc.

Ma vediamo nel dettaglio come sono andate le cose. Si considera la prima morte della band all’uscita di Deris dal gruppo. In effetti gli altri non la presero molto bene e nemmeno lui in seguito parlò con grande affetto del gruppo, sia per la discutibile direzione alternativa presa con l’album Change, sia per una sostanziale incapacità dei Pink Cream di evolvere a livelli commerciali decenti.

Eccovi cosa pensa Andi dello split, gli ex compagni e i dischi quando lui comincia facendo faville con gli Helloween e poi per poco non ci lascia le tonsille per un virus giapponoide consegnato alla storia come il virus asiatico che andava combattuto con medicine altrettanto asiatiche.

“Cosa ne penso del loro disco? Non è che l’abbia così presente, sai? Beh, ritengo che loro fossero in grado di scrivere del buon materiale anche senza di me. Avevano pronte parecchie buone canzoni e non mi stupirei di un lavoro accettabile, ma non so, sono indeciso al riguardo. Quello che per me rimane un problema loro è che quando scrivono un brano riescono a mettere insieme degli ottimi inizi ma mancano i refrain, come un qualcosa di incompiuto e non credo sia stato un problema di tempo perché di quello ne hanno avuto un’enormità”. Intervista di Alessandro Ariatti su Metal Shock vattelappesca da qualche parte nel 1996 in occasione della promozione a Time Of The Oath.

Allora Andi non poteva sbilanciarsi troppo. Ci è tornato venti anni più tardi rivelando un po’ meglio cosa ci fosse dietro un commento così diplomaticamente bastardo come quello appena letto. L’avete letto, giusto?

“Eravamo una band sfortunata e questo ha cominciato a creare delle incomprensioni. All’epoca il resto del gruppo aveva deciso di seguire una direzione marcatamente commerciale, ma non me lo dissero. Le mie composizioni di colpo cominciarono a non andare più bene e non capivo il perché. Potevamo chiarirci due anni prima, però la cosa è stata trascinata avanti con situazioni del tipo: Adesso devi cantare in questo modo e ora in quest’altro perché le canzoni devono venire così e non cosà”. Odio scrivere canzoni copiando qua e là” Intervista ad Alessandro Ariatti su Psycho del 1998.

Andi ha passato più di ventanni a sentirsi dire di aver mollato i suoi amici per saltare sul carro di una grossa band e assicurarsi un futuro commerciale e i Pink Cream, dalla voce di Dennis Ward in particolare, hanno sempre lasciato intendere di essersi sentiti traditi e abbandonati, ma agli inizi degli anni Duemila, l’ex frontman spiega una volta per tutte come siano sempre andate le cose.

“Quando fondai i Pink Cream pensavo di essere tra amici, ma col tempo non sai mai chi lo sarà e chi no. Sono amico di Weikath da anni, nessuno mi ha mai obbligato a esserlo. Ci sono state persone che hanno cercato di impedirlo pensando che un giorno avrei potuto diventare il cantante degli Helloween. Non lasciai i Pink Cream perché mi offrirono il posto negli Helloween. Ero già intenzionato a non continuare con loro. Potevo scegliere per la carriera solista, per un disco con il monicker Pink Cream per la Sony con altri musicisti o tentando le sorti con gli Helloween, che al tempo non erano assolutamente in buone acque” Da un’intervista di Andrea Raffaldini su un Rock Hard tra tanti.

Va beh, comunque Daris andò via dopo tre dischi davvero buoni dal gruppo che tiene a ricordare, fondò lui. Siamo tra la fine degli anni 80 e l’inizio degli anni 90. C’era un sacco di roba buona in giro, come dice Keith Richards riferendosi decisamente ad altro, ma voi sapete cosa intendo io: i gruppi di qualità, i nomi interessanti non si contavano tra il 1989 e il 1992; dischi come l’omonimo dei Pink Cream o il suo sequel gemellare One Size Fits All, presentavano una mistura di hard rock e metal davvero brillante, con melodie di facile intrigo ma un debito vistoso verso Queensryche, Dokken e tutta la cricca che andava per la maggiore in quegli anni.

Il gruppo, sia al tempo di Deris, che dopo, ha sempre guardato al mercato americano, pur mantenendo uno stile crucco, per via della voce di Andi. I Pink Cream erano due tedeschi, un americano e un greco. Dopo che Deris partì per gli Helloween arrivò un inglese e da allora sono sempre stati molto più internazionali di quanto la stampa nostrana li abbia considerati. A rileggere le poche e timide recensioni sulle vecchie riviste specializzate si parla dei Pink Cream come dei Fair Warning o dei Grave Digger ma tolta la sede a Karlsruhe, Tedeschia, il gruppo era doitch quanto greco, britannico o americano.

Questo importa visto che da Change in poi, non c’è traccia di allemagna nei dischi del gruppo, ma un piglio molto più anglo e un approccio meno peso di quanto ci si aspetterebbe, vista la nazione sbandierata fuori dalla confezione.

Nella recensione del loro terzo album, Games People Play, Gianni Della Cioppa dice cose giuste e altre sbagliatissime. Non si può biasimarlo: al tempo non c’era ragione di offrire troppo l’orecchio ai Pink Cream. “Non sono originali ma si scelgono bene i riferimenti da cui prendere spunto”. Più o meno scrive così.

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Il loro terzo album però non è, come scrisse Gianni, “uguale agli altri due in una direzione sempre uguale”. Games People Play mostra un indurimento generalizzato, tematiche più cupe e un calo d’ispirazione. Il disco è lo specchio del tempo in cui uscì. 3 Maggio 1993.

Bisogna dire che la parabola dei Pink Cream è tutta uno specchio delle varie decadi che hanno attraversato. Il loro terzo lavoro risente dei primi cambiamenti nel mercato hard & heavy. Dentro potete sentirci gli Alice In Chains, quindi il grunge che piace al metallaro (o che comunque si doveva sorbire allora nello stesso cestone del metal) i suoni grossi e tondi dei Metallica di Bob Rock e la sporcizia glam-street dei Guns.

Ecco, Games è un po’ un misto di queste tre novità, con una matrice comunque indirizzata sul quattro quarti e il riffone vecchia Europa. La band oggi giudica quel disco fin troppo maturo, riferendosi probabilmente ai temi trattati: la morte del secolo (Dyin’ Century) tra nazi revival (Keep Your Eye On The Twisted) donne che odiano se stesse (Face In The Mirror) uomini schiacciati dal lavoro (Monday Again), propositi suicidi (Somedays I Sail) e persino un cantico contro il papa (Way Down).

Una bella differenza rispetto alle divertenti scappatelle e le crisi d’amore ormonale dei due dischi precedenti, che comunque hanno quel suono bello grasso e pompato 89/91, realizzato dal producer Dirk Steffens, loro chioccia alla Epic fin da quando ruppero il guscio in una gara di band organizzata da Metal Hammer Doitch.

Il disco non deve essere andato molto bene, specie sul mercato americano, che per i Pink Cream ha finito per diventare come l’Eldorado per Pizarro e Aguirre. Probabilmente questo e la serie di altre motivazioni specificate più sopra,  spinsero Andi a dire Aufidersen e andarsene nel Titanic degli Helloween, una nave dei vincitori fortemente alla deriva, che però per lui era comunque meglio della piccola barca tra i flutti umorali di un mercato sempre meno chiaro e una casa discografica sempre più dubbiosa di puntare sui Pink Cream, con tutta la band o il solo Andi a dargli un futuro.

L’uscita di Daris dalla band non fu solo un dramma perché lui era il frontman. Lo fu perché sì, ovvio, lui era il frontman (e che frontman) ma soprattutto perché era il principale compositore. Gli altri scrivevano canzoni ma il grosso era tutto di Andi. Uno dei motivi che portarono Weki ad arruolarlo negli Helloween era anche questa sua capacità compositiva evidente. Non a caso sarebbe diventato il principale autore dei dischi degli Helloween dal 1995 in poi e quindi per quanto mi riguarda il vero responsabile della loro rinascita. (Ma di questo parleremo in un articolo apposito sugli Helloboys da Pink Bubbles in poy).

Il resto dei Pink andò in crisi. Dennis Ward in particolare ha le lacrime agli occhi ancora oggi, se inizia a parlare di quando il management disse alla band che Deris non sarebbe tornato mai più e che si fermava a casa degli Helloween. Fu uno shock perché c’era di mezzo l’amicizia, sogni condivisi, un’avventura vissuta tutti uniti eccetera eccetera e il membro più vitale di tutti.

Non c’è da stupirsi quindi, che senza Deris, il gruppo abbia ridefinito da zero il sound, affidandosi a Shay Baby (produttore figheiro che aveva poco da spartire col metal e per questo produceva un gruppo metal, come andava di moda negli anni 90) e costruendo letteralmente i nuovi brani sui nastri ricevuti da un ragazzo inglese che scelsero come nuovo singer senza prima incontrarlo e suonarci un po’ assieme (che cazzo).

Change è un album grunge realizzato non da un gruppo hard/metal degli anni 80 ma un album grunge di una band nata dalle macerie e dall’abbandono materno di Deris. Al tempo quasi tutti i nomi di punta della scena si misero a fare gli Alice In Chains e i Soundgarden, riempiendosi la bocca con parole tipo “evoluzione” e “ma noi non abbiamo mai suonato davvero metal”. Dischi vissuti come tradimenti cattivi dal popolo tallico e che c’è voluto qualche anno e diversi lavori ortodossi per digerire.

La storia dei Pink Cream 69 dopo Change (lavoro abbastanza mediocre con una grandissima canzone che si intitola Only The Good), è esemplare in tal senso. Il successivo Food For Though è ancora alternativo (con accenni di ritorno al genere d’appartenenza) ma solo da Electrified si cominceranno a ricucire i rapporti con i fan, quel disco è una meravigliosa lettera di scuse.

Perdonate i miei gusti bizzarri ma reputo Food For Though tra le cose più belle mai realizzate dal gruppo e tutta la routinaria riconciliazione successiva con il pubblico tradizionale avviata col suddetto e pur buono Electrified, una lunga e pizzicosa barba sotto al culo.

Non fraintendiamoci, Endangered, Thunderdome e via così fino all’ultimo Headstrong sono dischi impeccabili, con dell’ottimo materiale, momenti AOR prelibati (Gone Again, Shelter) altri più taurini (He Took The World, Children Of The Dawn) e una generale ispirazione nel beccare ritornelli trascinanti e mai troppo banali, ma vi assicuro che questi lavori sono sempre LO STESSO LAVORO.

Ok, possiamo notare dei piccoli aggiustamenti se mettiamo vicino Electrified e Thunderdome, ma ragazzi è davvero tutto troppo statico, sia a livello compositivo, con soluzioni talvolta così scontate e fatte giusto per tergiversare sul medesimo e tranquillo sentiero dell’hard rock piacionico, e parentesi troppo di bocca buona (Spirit e Lost In Illusion scopiazzano l’incipit di Because The Night di Patti Smith/Springsteen e sono dannatamente in un solo disco: Sonyc Dinamite).

Vorrei stroncare qualcuno di questi album ma sono inespugnabili. I Pink Cream, come bravi tedeschi industriali, hanno preso le misure al pubblico e sia per il suono, le ritmiche, i riff, le strofe, continuano ad applicare lo stesso identico teorema, costringendo me a dire, ok, non è male, ok è buono, anche questo sì, qui magari… ma no, è buono pure qui. Invece vi giuro che odio quasi tutti questi album post-Electrified. C’è qualcosa di passivo, di morto vivente in essi.

Dennis Ward è il produttore della band e il principale responsabile di una così snervante e vile staticità. Insomma, non è un segreto che lui consideri Electrified come il suo asse cartesiano. Dopo quel disco ha capito come vanno fatte certe cose e non c’è più tornato sopra. Lo iImmagino come se tutte le volte che finisce un disco con i Pink Cream 69, avvolga nel cellophan il mixer e tutta la band e li riscarti tale e quale per il disco dopo.

Che poi ogni album dei gruppi prodotti da lui (inclusi i Masterplan MKIII, i Place Vendome e gli Unisonic) hanno questo suono innocuo delle chitarre, perfettamente sotto il livello di guardia del vostro sistema nervoso. Pulite, piallate più che smussate e levigate. Ci sono i riffoni’ Beh, sì, ma con quel suono di chitarre io li percepisco come tali sono a un livello intellettuale e non epidermico. Alzo il volume ma non sento niente nel culo, mi capite?

Tutto scivola via, liscio, comodo e ruffiano come un gattino ciccione su facebook. I rockettari si girano nelle orecchie un disco prodotto da Ward e dicono, però è buono dai, non è male. Soprattutto con i lavori dei Pink Cream 69 post 1999. Lo rispetto tanto perché ha scritto proprio lui Exceptional degli Unisonic, che da sola vale gli ultimi tre album degli Helloween, ma la ragione che mi ha portato verso questa band sfigata, il prodigioso producer americano che ci suonava il basso, è ciò che più mi ha deluso. Sono felice che i Caught In The Act non abbiano mai coronato il sogno di farsi produrre da lui.

Ecco perché adoro la fase di totale sbando del periodo Change/Food For Though. Il gruppo pensò di fare la mossa furba buttandosi sul grunge e l’alternative ma si ritrovò in un pozzo di merda. Con la cacca al mento però dalle dita di quei ragazzi uscirono arpeggi e riff rischiosi che lasciano qualcosa nel cuore ancora oggi, credetemi. Penso a Diggin’ Through The Past che piacerebbe agli Alter Bridge o Fate, con quell’andazzo un po’ scoppiato alla Blind Melon, e Pass You By che è il sogno romantico di Corey Taylor, secondo me.

Ci sono pezzoni in ogni album dei Pink Cream 69, certo. Penso a Shadows Of Time, con quel ritornello che è un’onda di nani e troll e principi guerrieri che si schianta sul vostro cuore, ma il più del resto è un meccanismo paraculo, oliato a puntino e impermeabile alle critiche.

Però, nonostante la band, negli ultimi quindici anni abbia raccolto solo recensioni entusiastiche, eccoli lì, divenuti via via il “progetto parallelo principale” di musicisti persi dietro a troppe altre cose per non infondere davvero solo una piccola percentuale del proprio liquido seminale nei dischi tarati al millimetro di Dennis Ward.

Lui si è potuto permettere di non scrivere canzoni per due dischi senza che nessuno se ne sia accorto e nel mentre investire le sue migliori composizioni sul progetto Unisonic. David Readman, partito come uno sparuto trasfugo di Seattle forgiato nella suburbia inglese e che sembrava una sega di cantante, ora è un divo da classic rock, a metà tra David Coverdale e Ronnie Dio.

Qualcuno dice che ha una voce particolare ma se permettete la mia opinione non è così. Ha una gran voce ma ha cambiato stile così tante volte, accomodandosi dietro alle varie mosse confuse del gruppo, prima della proda di Electrified che davvero sorprende oggi sentirlo ugolare come una bestia power metal, mentre in Food For Though i momenti audaci non varavano le due ottave. Dicevo ha cambiato stile così tante volte che non posso davvero pensare si possa riconoscere tra dieci. Deris invece, tale e quale sin dall’inizio, è Deris anche in una sequela di cinquanta urlatori. Lo riconoscete subito.

Senza Readman però il gruppo sarebbe morto, non lo penso io, ma gli altri tre componenti della band di quel periodo; nel mentre sono diventati quattro con l’aggiunta di un secondo chitarrista di nome Ewe qualcosa. È anche cambiato il batterista ma sono cose che si notano poco, davvero, con tutto il rispetto per il bravo Kosta il greco.

Ormai il gruppo è congelato in quel non stile tra 70/80/90, sbandierando una retaggio che non gli è proprio. Nel 1997 nessuno avrebbe potuto dire cosa fossero i Pink Cream. C’è chi crede che siano tornati alle origini, ma se confrontiamo le vere origini con Deris e quelle del ritorno alle origini teorico di Electrified, è palese che le due band non c’entrino nulla. Parlano la stessa lingua anni 80 ma con accenti e cadenze diversissime.

Le origini dei Pink se le è portate via Andi negli Helloween. Ancora lui definisce “pezzo Pink Cream”, quel certo brano hard rock che infila in scaletta a ogni disco della band amburghese allo scopo di allentare la tensione power e non fare la fine dei Gamma Ray.

Roba come Perfect Gentleman, Stay Crazy, Hey Lord, Mrs. God. Pezzi che nella storia dei Pink Cream, se Deris fosse rimasto, forse neanche li avrebbe scritti e che negli Helloween vengono usati per ridare fiato alla scaletta, tra una tirata power e l’altra. Che è il segreto in grado di spiegare come mai i dischi degli Helloween da Master Of The Rings a Better Than Raw siano tra i pochi titoli del power anni 90 che riascolto volentieri dopo tanti anni e che reggevo per intero già allora: erano variegati ed espressivi, con dei refrain trascinantissimi.

Finiamo con le deprimenti dichiarazioni di Dennis Ward, a far da chiusa a una storia che non è proprio stata di una grande allegria. Tranquilla sì, ma un po’ mesta. Lui ha mollato il gruppo nel 2019, dopo l’uscita di Headstrong, album che forse ha un po’ meno cuscinetti e un approccio appena più rude, volto al classic rock (e che ti pare).

Guardando indietro agli anni passati con la band, Ward esprime una serie di dubbi (“forse non eravamo né fica né pisello”) e una certa insofferenza per un gruppo che di fatto non esiste quasi più (“se non per tre concerti all’anno”).

Curioso che non riconosca le proprie responsabilità. Dal momento che produci, fai i suoni e componi le canzoni, dovresti anche ammettere i demeriti di come le cose si siano involute nel tempo, tanto più che tu per primo hai iniziato a riempirti di impegni lavorativi e band parallele dicendo poi senza convincere nessuno che solo quando spingevi rec per i Pink Cream ti sembrava di essere tornato a casa.

Ma la cosa interessante che dice Dennis è un’altra. I Pink Cream “esistono ma non esistono”, che è un po’ la sensazione che ho provato ascoltando Thunderdome (con gli applausi finti di un pubblico che il gruppo ahimè non ha mai saggiato di quelle dimensioni) o In10nsity, lavoro che è buono, sicuro e stabile ma che come un cadavere di tre giorni, di intenso ha solo l’odore.

Sorprende che negli anni, proprio i Pink Cream 69 abbiano denunciato la presenza di troppe band non vere, trasformandosi anche loro, da gruppo a side-project senza nemmeno accorgersene.

Per l’ennesima volta questa band, come il bistrattato camaleonte degli Helloween, si evolve in base ai cambiamenti ambientali. Probabilmente avremo ancora a che fare con loro e non ce ne accorgeremo nemmeno.

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