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The Dark Ride: Tutto sugli Helloween dal 1990 al 2020 – 30 anni di casini, botte e crisi mistiche!

Al tempo del nostro primo tour Ronnie James Dio era costantemente incazzato. Probabile che gli desse fastidio il nostro crescente successo, al punto che ci impediva di fare un soundcheck accurato, costringendoci a salire sul palco e suonare direttamente. A un certo punto l’autotreno che trasportava il drum set di Dio finì fuori strada danneggiando irreparabilmente la strumentazione, per cui Ronnie ci chiese se potevamo prestargli la nostra batteria. Rispondemmo di sì ma chiedendogli di pagare il costo del noleggio. Si trattava di una batteria costosa. Probabilmente non gli avremmo fatto questo sgarbo se si fosse comportato bene con noi, ma dopo tutti quei problemi abbiamo deciso di fargliela pagare una volta per tutte. (Michael Weikath)

Dedico questo intro al vecchio Ronnie perché non credo gli faccia onore tutta questa melassa intorno alla sua figura. Era uno stronzo, spesso e volentieri, pace all’anima sua. Ma parliamo degli Helloween, che è peggio.

Capitolo 1 – Come siamo caduti in basso

Gli Helloween sono una band piuttosto sfigata, almeno era ciò che pensavo quando ho iniziato a leggere di loro sulle riviste, tra il 1990 e il 1991. Erano già archiviati da un po’ Walls Of Jericho, i Keepers. ma dopo quell’inizio fortissimo era difficile scommettere ancora su di loro.

C’era stato questo grande casino tra la vecchia casa discografica (la Noise) e la nuova (la Emi) che gli impedì di suonare dal vivo per quasi tre anni. Tre anni in cui avrebbero dovuto consolidare il successo in Europa e conquistare l’America, dopo il botto di Keeper Of The Seven Keys II.
Ma che ve lo dico a fare, andò tutto in vacca. Si può dire che fu in qualche modo il blocco definitivo della crescita di questa band. Ma vediamo in dettaglio come andarono le cose.

In verità il problema con le due case discografiche credo sia stato frutto di una certa ingenuità da parte del gruppo. Su un Metal Shock antecedente al duello Noise/Emi, Klaus Byron scrisse, con un tono quasi commosso, della fedeltà da parte delle zucche alla loro etichetta natale.

Infatti, nel 1989, per quanto la Noise si fosse quasi svenata per pagare il secondo Keeper, e pur continuando a non avere i mezzi con cui gestire una band ormai in grande ascesa, gli offrì comunque un nuovo contratto, per cinque album.

Il gruppo, ormai sulla bocca di tutti, con i concerti sold-out e le critiche esaltanti da ogni dove, invece di dire “no grazie”, e aspettare un’etichetta adeguata alle loro potenzialità e ambizioni, firmò.

Poi bussò il dinosauro Emi e loro dissero: “ehm! Ciao, Noise, noi dovremmo andare…” Però quella non si accontentò di baci e abbracci e fece valere il suddetto contratto.

Il gruppo, che già non era proprio il crogiolo dell’armonia, finì per sbroccare sempre di più e lo fece in sala d’incisione. La pausa dalle esibizioni li costrinse a occuparsi del nuovo album in un momento di grande confusione e frustrazione.

Kiske non era convinto di stare bene negli Helloween, Weikath, che aveva tolto di mezzo il competitor Hansen, si ritrovava l’altro Michael sempre più bizzoso e imprevedibile e c’era qualcuno che correva nudo nelle stanze d’albergo.

Tra i due Michael c’era stata una dolce primavera iniziale, con il chitarrista che aveva scovato e introdotto il giovanissimo e sconosciuto cantante nella band, facendogli da padrino. Nel mentre, parole di Kiske, gli metteva contro Kai Hansen dicendogli cose pessime e terribili su di lui e su quello che lui diceva di Kiske.

In più, Ingo cominciava a dare grossi segni di squilibrio. Non erano le solite sbornie e cadute d’umore. Aveva dei comportamenti pericolosi, disdicevoli, ingiustificabili e davanti alle rimostranze del resto della band, nemmeno fingeva di essere dispiaciuto; anzi, manifestava una sorta di strana indifferenza ai casini che combinava, come se non fosse lui il vero responsabile. Ehm, in effetti…

Quando gli Helloween entrarono in studio, si trovarono di fronte un grande produttore, Chris Tsangarides (you know, Metal On Metal, Painkiller?) il quale però non li capiva proprio, quegli Helloween, e non gli piaceva la maggior parte dei pezzi con cui si erano presentati in sala d’incisione.

“Avevamo molte canzoni da cui scegliere”, dice Wekath, “ma a lui piacevano solo quelle più heavy e su quelle ha deciso di lavorare. Noi non siamo un gruppo che si comporta in modo scortese con un produttore, ma lui ha reso le cose davvero antipatiche, distruggendo la magia che c’era in quelle canzoni, così alla fine c’erano rimasti solo i pezzi heavy metal”

Curioso che Weiki parli di magia “dentro le canzoni”, mentre fuori era un vero disastro di scazzi e follia tra gli autori stessi di quelle canzoni, ma tant’è. Ci si mise anche il produttore sbagliato…

“All’inizio non mi sono accorto che qualcosa non funzionava” continua Weikath, “sembrava tutto a posto fino all’ultimo momento, quando abbiamo realizzato che dopo aver fatto un terzo di quello che facevamo di solito in studio, avevamo invece già finito. Allora ho pensato, qui c’è qualcosa che non va, ma ormai era tardi per rendersene conto e porvi rimedio”.

Per il gruppo l’album nuovo avrebbe dovuto essere quello che poi sarebbe stato Chameleon (e che nemmeno Chameleon in fin dei conti sarebbe riuscito a essere): un lavoro con un sound fenomenale e una scaletta da mandare fuori di testa tutti gli etichettatori dei supermercati metallari.

Pink Bubbles Go Ape cercava comprensibilmente leggerezza, dato che tutto intorno e nella band, sembrava invece divenuto così pesante e melmoso. Quindi meglio puntare sulla “invidiabile” vena surreale e buffonesca già intravista nei Keepers (Rise And Fall, Dr. Stein, exactly).

Purtroppo ha finito per essere un lavoro un po’ spuntato, ancora passabilmente metal, ma con un divario compositivo troppo grande rispetto ai due Keepers. Oggi è un album che fa una certa tenerezza e si può finire per amarlo, rivalutando episodi come Mankind, Number One e addirittura Heavy Metal Hamsters, ma diciamo che la cosa più appassionante è la fotografia di un periodo davvero troppo incasinato per vedere quel gruppo realizzare qualcosa di meglio.

Oltre a non poter uscire in Germania, sempre per le dispute tra Emi e Noise, l’album non convinse granché la critica (fu stroncato con due lame e mezzo da Beppe Riva, eh?) sebbene vendette molto in Inghilterra, popolo dai gusti musicali notoriamente di merda.

Fu però Chameleon a dare il colpo di grazia alle speranze del pubblico metallaro. Il disco che oggi molti defenders dichiarano di avere nel cuore (ma confessandolo con un certo imbarazzo e guardandosi molto intorno prima di dirlo) nel 1993 sembrava il manuale su come un gruppo metallico avrebbe potuto uccidersi a livello commerciale

Col tempo Weikath ritrattò l’album mentre Kiske ne è ancora oggi orgoglioso. Di fatto, il brano When The Sinner è un capolavoro di libertà creativa che i Dream Theater si sognano la notte, cadendo dal letto.

Chameleon fu comunque un disastro di vendite. La Emi, tanto convinta e propositiva all’inizio, salutò prevedibilmente gli Helloween, i quali a loro volta scaricarono Kiske, ormai nemico di se stesso, e Ingo, ufficialmente diagnosticato come schizofrenico dai clinici.

Ecco, questo è più o meno il periodo in cui io iniziai a leggere riviste metal e sugli Helloween: defezioni, fiaschi commerciali e la fastidiosa tendenza di molti metallari dei primi anni 90, a considerarli come emuli un po’ ridicoli degli Iron Maiden.

Capitolo 2 – C’eravamo tanto odiati

Le interviste alla band (o quello che ne restava) e agli ex componenti, negli anni 90, sono state uno spasso, perché se ne dicevano davvero di ogni. Leggete qui un po’ di dichiarazioni che ho ripreso in giro.

Kai Hansen: Quando Weiki entrò negli Helloween i nostri rapporti non erano certo idilliaci, poi io me ne andai. Tutto per il solo motivo che scrivevo troppe songs, quindi per i problemi di gelosia e invidia.

Michael Weikath: Geloso io? E di cosa? Prima di tutto non è vero che Kai scriveva tanti brani in quel periodo ed è sufficiente andare a controllare i credits delle songs di Keepers 1 e 2 per accorgersene, in secondo luogo non so cosa intenda Hansen per gelosia. Direi che invece si sia trattato di una questione di rispetto dei ruoli tra noi due, e allo stesso tempo di gratitudine nei confronti degli altri membri della band.

Michael Weikath: La nostra era una relazione fifty-fifty ma nel gruppo furono in molti a lamentarsi del materiale che Kai iniziò a scrivere dopo Keepers 1, per cui più che di gelosia parlerei di rabbia e frustrazione perché le cose non stavano filando nel modo giusto. A quel tempo qualcuno non si stava comportando in modo corretto all’interno degli Helloween. E sono sicuro che dentro di sé Kai sia perfettamente consapevole che quella persona non sono io. Una situazione terribile. L’unico che si salvava era Markus.

 

Kiske scrisse un libro negli anni 90 in cui parlava con delusione profonda del business e degli Helloween. Uno spreco di carta, secondo Weiki: “Non ha lasciato la band, è stato cacciato. Pensa che i ragazzi della casa discografica non sapevano come dirgli che i demo dei suoi pezzi del disco solista facevano schifo. Glieli hanno fatti riarrangiare ma il risultato non è cambiato”

Michael Kiske: Weiki è subdolo. Non fa che tramare nell’ombra e rodersi per l’invidia. Ora che io e Kai abbiamo fatto pace starà tutto il tempo a pensare a noi che parliamo male di lui, mentre invece abbiamo altro a cui pensare. Io la mia carriera solista e Kai i suoi Gamma Ray.

Che gran casino, eh? Eppure quei tipi messi assieme avevano realizzato dei lavori originali e travolgenti nel giro di pochi anni, prima di mandare tutto a puttane con le proprie stesse mani.

Le cose poi non migliorarono nemmeno quando il Raggio Gamma, Kiske e il suo cammino solista e gli Helloween rifondati, ottennero via via ciò che volevano con i rispettivi progetti, in un modo o nell’altro (sulla carriera di Kiske dovrò approfondire un po’ alla fine).

Sentite qui che rosicamenti:

Kai Hansen nel 1995, a proposito di Master Of The Rings e il nuovo cantante Deris: oh my god, non è certo uno dei miei dischi preferiti. Sull’album ci sono due o tre pezzi buoni, il resto è terribilmente noioso. Andi Deris è un ottimo cantante ma il suo stile non è certo quello degli Helloween, bensì quello dei suoi Pink Cream 69. Li ho recentemente visti dal vivo e quando hanno suonato Ride The Sky è stato ridicolo.

Michael Weikath nel 1998: I Gamma Ray mi piacciono ma se ascolto tre pezzi di fila getto il cd fuori dalla finestra.

Kiske nel 1996: Non voglio più parlare di certa gente, ora la mia compagnia sono Bach e Mozart, quelli sì che erano musicisti.

Capitolo 3 – La rinascita degli Helloween?

Masters Of The Ring non è un disco da paura ma è in parte molto rassicurante; è un ritorno al passato di cui tanta gente aveva bisogno. Mr.Ego, scritta da Roland Grapow è per me uno dei brani più belli nella storia del gruppo.

Ma il problema del dopo Kiske è che nessuno ha più concesso agli Helloween lo status di classico, a niente di ciò che la nuova formazione ha prodotto. Prima di Pink Bubbles sì: tutto bello e tutto d’oro, però dopo…? Cose buone ce ne sono, per carità, ma gli Helloween veri erano n’altra roba, ciccio!

Io penso che almeno una parte di Masters, tutto Time Of The Oath e Better Than Raw siano dischi meravigliosi e che oggi dovremmo includerli nel canone intoccabile del metal europeo, ma campa cavallo, come diciamo nella stalla di Sdangher.

Di sicuro il pubblico gradì quei dischi e ricominciò a guardare con rispetto e curiosità agli Helloween, gestiti dallo sceriffo Weiki, restauratore fedele alla linea.

Se non altro, quelli erano gli Helloween più tradizionali. Peccato che a scrivere la maggior parte delle canzoni fosse Andi Deris, che nella storia degli Helloween storici non c’entrava davvero nulla.

Lui e Kusch firmarono i pezzi migliori di Better Than Raw e insieme a Grapow presero la tangente verso il cupo mondo di Ray Bradbury, con The Dark Ride, lavoro su cui bisogna fare un discorso a parte.

Capitolo 4 – The Dark Ride è un disco satanico

Aspe… Prima di occuparmi dell’album vorrei approfondire un momento su Uli Kusch. Ho grande stima di lui. Ha suonato alla grande in Sign No More dei Gamma e ha scritto il disco più riuscito degli Holy Moses. Negli Helloween ha firmato Push, che trovo la cosa più cazzuta realizzata nel metal tradizionalista, dopo la sborra genocida di Painkiller. Però ho bell’e capito che Kusch non è uno con cui si convive a lungo. Sentite un po’ dalle sue stesse parole:

Weikath era geloso. Facevo troppe cose e le facevo bene. Io sono un tipo preciso e voglio che le cose escano alla grande. Weiki è il tipo che dice: perché devo lavorare sodo se posso cavarmela comunque?

Non so perché non faccio più parte degli Helloween. Ero intenzionato a tornare a uno stile giocoso e allegro, ma ormai lui aveva le sue idee a riguardo. Non mi ascoltava nemmeno più. The Dark Ride non è diabolico, come pensa Weiki, non è un disco pessimista e depresso, a parte il sound cupo e violento, i brani non sono tristi o con un mood diverso dal solito.

Tornati dalla Spagna, ho ricevuto una mail di Weiki, diceva che c’erano vibrazioni negative e questo lo portava a prendere la decisione di sbattere fuori me e Roland.

Deris non ha saputo cosa dirmi. Si è tirato indietro dicendo che non dipendeva da lui. Markus pure si è adeguato alla decisione di Weiki. La più grande delusione l’ho avuta con lui. Era il mio migliore amico, ma non ho mai avuto più una parola da lui.

Per Roland era diverso, in tanti anni che suono non ho mai trovato una band dove due chitarristi andassero d’amore e d’accordo. Per lui è sempre stato così. C’è sempre stata una forma di conflittualità tra lui e Weiki. Weikath e lui avevano idee diverse su come suonare il proprio strumento. Weiki ha sempre detto che gli Helloween erano una democrazia, ma come può essere una democrazia se qualcuno può sbatterti fuori quando gli pare?

Paradossalmente, poco dopo due album, Uli si auto-sbatte fuori dal gruppo che ha fondato, i Masterplan. Al proposito il bassista Jan Eckert ha detto: “non parlo male di chi c’era da prima, ma Mike Terrana è un mostro. Suonare il basso con lui alla batteria è come andare in bicicletta e poi non devo più voltarmi sul palco per capire cosa diavolo stia succedendo”.

Ora che avete gli strumenti per farvi un’idea su chi sia Uli Kusch, passiamo a The Dark Ride.

The Dark Ride è il disco più detestato da Michael Weikath. Persino “Chammello” è più un lavoro accettabile, al confronto. Ne parla poco e malissimo. Gli viene proprio il cattivo umore. Eppure è un album tra i più interessanti e probabilmente l’ultimo ad avere in scaletta canzoni degne del grande spessore degli Helloween. Nonostante ciò, Weiki dice che è un lavoro sbagliato e da scordare.

Di più, lo definisce “diabolico”.

Ecco, la parola magica che ci offre l’assist al tema che volevo raggiungere. L’aspetto sempre più pronunciato, nei testi del gruppo, è quello religioso. Lavdate Dominum, che sembra una puttanata per ridere (senti, cantano power in latino!) è una preghiera invero piuttosto sentita all’altissimo.

Perché il gruppo fa christian metal. Non hanno mai usato stratagemmi sensazionalistici come gli Stryper, ma gli Helloween parlano sovente del dio cristiano, della bibbia e della fede.

A volte hanno atteggiamenti un po’ arrabbiati e polemici (Hey Lord, Why?) ma il gruppo ha fede e usa la musica power per infondere coraggio e voglia di vivere negli altri.

Quindi la china oscura e minacciosa di The Dark Ride, già avviata con Time Of The Oath (il brano) e la crudezza di Better Than Raw, fu merito o demerito di Kusch, Grapow e Deris.

Se si ascolta quel disco, in particolare i due episodi firmati da Weiki (All Over The Nations, Salvation) ci si accorge che non c’entrano proprio nulla e che sono tentativi abbastanza disperati di ricondurre un po’ di luce nel pertugio delle tenebre di The Dark Ride.

Questa cosa fu molto grave, Weiki non la perdonò ai suoi compagni. Ovviamente non poté sbattere fuori Deris, altrimenti chi avrebbe scritto il 70 per cento dei dischi successivi?

Ma la rivoluzione successiva, con Kusch e Grapow fuori, non risultò mai troppo chiara perché dietro le motivazioni ufficiali (interessi economici, scarso contributo nel songwriting, divergenze creative, i Masterplan) Michael Weikath stava semplicemente mandando via coloro che avevano condotto il diavolo alla sua tavola.

Non fraintendiamoci, il male, Satana, è sempre presente nei dischi degli Helloween, ma alla fine è il bene a vincere. I pezzi oscuri ci sono ma finiscono per non avere la meglio sulle blastate allegre in maggiore.

Non voglio diventare pedante, ma basta guardare la struttura di una tipica canzone degli Helloween. Tipo Eagle Fly Free, che è il pezzo più riscritto da Wiekath e il fido-fido Markus Großkopf, negli Helloween dal 94 al 2014.

Si comincia con un riff aggressivo o una melodia gioiosa, ok? Poi si passa al minore prima di tornare in maggiore. I pezzi vecchia maniera della band sono tutti un po’ così, nuvole e sole, gioia e problemi, con una chiusa luminosa.

E la scaletta dei dischi è più o meno la stessa. Nero, bianco, nero, bianco. Sole-luna, sole-luna, diavolo-dio, diavolo-dio.

Negli Helloween c’è il classico manicheismo cristiano, che volete? Quando però la musica è buona chi se ne frega.

Dopo The Dark Ride, la mia sensazione è di un calo vistoso nella scrittura. Deris ha continuato ad avere ampio spazio, ed è lui spesso a firmare i pezzi davvero decenti (dal 2003 non più di due a disco quando va bene) mentre il resto, dal “nuovo” innesto Sascha Gerstner (gregario ininfluente nei Freedom Call) che ogni tanto se la cava in modo discreto, al sempre più parco e furbacchione Weikath e il ben più mediocre Markus, a cui tutti vogliamo bene, ma che come compositore lascia davvero il tempo che trova, insomma, tutta questa troupe non produce più musica imprescindibile.

Per carità, dopo tanti anni nessuno lo pretende, ma è palese e anche un po’ sfiancante per me che mi sono sorbito più e più volte tutti i loro titoli: dalla restaurazione di Rabbit Don’t Come Easy, fino al pedantesco My God-Given Right possiamo depennarli dal primo all’ultimo nel taccuino del tempo e non perderci un’unchia dei grandi Helloween. Siamo quasi tutti d’accordo, immagino, a parte i temporanei e inspiegabili visibigli recensòri di certe webzine.

Weikath fece bene, secondo me a cacciare Kusch e Grapow, dal punto di vista gestionale. Era chiaro che il gruppo non stava più funzionando. Uli avrebbe mostrato poi nei Masterplan le sue difficoltà conviviali, finendo per escludersi dal suo stesso progetto e lasciandolo al sornione dittatorio Grapow.

Ma insomma, per chi ama la musica e va sempre in cerca del fuoco vivo, la produzione del gruppo negli ultimi vent’anni (reunion delle zucche esclusa) vale poco, incluso quel pachiderma di polistirolo che è il terzo Keepers.

Che poi, a ben guardare, Time Of The Oath ERA il terzo Keepers, ma la band non ebbe il coraggio di chiamarlo così.

Capitolo 5 – Apologia di Michael Kiske

MICHAEL KISKE: Penso che la gente sopravvaluti l’importanza di Kiske. Pur trattandosi di un ottimo singer, non possiede certo la potenza che caratterizzava Dickinson. La voce di Michael è molto classicheggiante, pulita, ma allo stesso tempo in grado di esprimersi molto bene solo su tonalità acute. La sua è una voce più lirica che rock. Per farti un esempio, se Harris avesse avuto bisogno di qualcuno capace di interpretare The Number Of The Beast, avrebbe dovuto chiamare Andy e non Michael. Kiske è un cantante palesemente limitato e in grado di esprimersi solo su un registro.

Vorrei concludere questa passeggiata di considerazioni sugli Helloween post-classix, focalizzando l’attenzione sulla carriera solista di Michael Kiske. Quando se ne andò (“fu cacciato”, ruggirebbe Weiki) era la pietra dello scandalo, il colpevole della direzione inverosimile presa dalla band in “Bubbles” e “Chammellone”.

Le sue dichiarazioni contro il metal e i metallari degli anni successivi non migliorarono la considerazione che il pubblico tvue, aizzato dal tramista e shakespeariano Weiki, maturò versò di lui. Io però trovo che il suo cammino di compositore e artista successivo agli Helloween meriti rispetto e sia da valutare in termini di successo esattamente come per la sua ex band e i Gamma Ray di Hansen.

Successo sul piano spirituale, emotivo ed esistenziale. Ovvio che non possiamo parlare di trionfi economici, anche perché Instant Clarity, che per me è un grandissimo album, esattamente come fece notare Ariatti al tempo in cui uscì, era un lavoro troppo strano e vario per il pubblico metal. C’erano, dedicate ai fan delle borchie due pezzi fedeli alla linea, uno scritto da Adrian Smith e uno di Hansen, ma tolte queste due concessioni al metallo metallo, Instant Clarity a quale pubblico si rivolgeva?

Più che a un pubblico esterno, l’album era una lettera a cuore aperto all’intero creato, in cui un uomo cercava di esprimersi in un modo coerente con ciò che aveva dentro.

Michael Kiske non è mai stato un metallaro. A ben guardare, e Weiki conferma nell’estratto iniziale, non è nemmeno un cantante metal. Lo è diventato per vie eccezionali, ma ancora oggi, gli emuli di Michael sono malsopportati dal pubblico più tradizionalista, per via di quelle voci altissime, farinelliane, senza cugghiune!

Insant Clarity è un album rock, pieno di lenti tra l’Elvis più crepuscolare (quello dei tempi di From Elvis in Memphis, per intenderci) e i Beatles di Abbey Road. Kiske avrebbe anche potuto incidere un album power e fare scopa a Weikath nel 1995 e invece no.

Preferì tirar fuori ciò che davvero aveva dentro e proseguire in modo ancora più oltranzista nel successivo Readiness To Sacrifice, con pezzi degni dei Supergrass e Natalie Imbruglia. Non fate quella faccia, è così. Figuratevi che il terzo lavoro di Kiske da solista, intitolato appunto Kiske, uscito diversi anni dopo, uccide l’ultimo metallaro rimasto attaccato al culo del singer nella speranza di un ritorno alle origini, con un brano che si intitola Fed To Stones, messo proprio in apertura e che sembra una cosa dei Negramaro, quindi figuratevi.

Il punto però è che, nonostante lo shock di sentire la voce di Future World e March Of Time fare cose indecorose per un metallaro, Kiske ha scritto ciò che sentiva e basta. Non ha venduto niente, ha finito quasi per essere dimenticato da tutti mentre gli Helloween rinascevano grazie alla penna e la voce di Deris, ma ha tenuto duro, anche perché gli è bastato unirsi in un tour celebrativo con la sua ex band, cantare ancora alla grande i vecchi cavalli di battaglia e far tacere tutti quanti.

È stato un cammino graduale verso la riconciliazione con il proprio passato, che ha rigettato per motivi spiegati male in quel fantomatico libro tanto disprezzato da Weiki. Gli ci sono voluti anni e anni affinché il nuovo Kiske abbracciasse il vecchio.

Prima ha accettato di collaborare al progetto Avantasia, poi ha preso parte a roba e Hard Rock creata a tavolino dalla Frontiers e infine eccolo lì a condividere il palco insieme ai suoi vecchi nemici/amici degli Helloween, con un finale che ha fatto andare in brodo di giuggiole tutti quanti.

A proposito delle zucche riunite, beh… sia Kiske che Deris e Weiki e persino Hansen, anche se in chiave molto fantasy, in tutti questi anni si sono dedicati a concetti come perdono, redenzione e salvezza, mentre durante le interviste non facevano che dire le cose più cattive e spietate verso i rispettivi ex. Saperli oggi tutti uniti (non per i soldi, eh) è un esempio di coerenza. Vero?

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