Pascolando

La musica ideale di una pandemia è il silenzio

Salve gente, come va il vostro lockdown? Io a quanto pare devo ancora sopportare la zona arancione, che poi tanto arancio non è, perché a parte i bar chiusi alle 18 e l’asporto forzato, noto che comunque la gente fa un po’ il cazzo che gli pare. Aggiungo poi, sentendo racconti in zone diverse d’Italia, che è divertente come io “non” possa uscire dal mio comune, ma ho amici che vanno spesso e volentieri all’estero. E sì, perché il virus prolifera a 30 km da casa mia, dove abita la mia fidanzata, non di certo in una nazione straniera. Ma non stiamo qui a romperci le balle su questi futili argomenti.

I giorni indietro ripensavo al documentario one man metal; quello su tre black metal band che in realtà sono solo un solo essere umano che fa tutto per conto proprio, modello Burzum, per capirsi. Soprattutto mi sono risoffermato a pensare a Xashtur, personaggio dei tre intervistati nel doc, che mi ha forse più colpito per l’attitudine, oltre l’aspetto filmico: sembra uno psicopatico pronto a pugnalarti alle spalle quando più te lo aspetti.

Bazzicando la scena elettronica, l’idea di persone che fanno tutto da soli, registrazione in studio e mixing compresi, non è cosa anomala. Anzi ammetto che io stesso lo faccio… Male ma lo faccio. Sempre di meno ma lo faccio.

A dire il vero non realizzo più nulla da tempo. La mia creatività è svanita.

Ho forse perso la fantasia? Non ho più niente da dire? Secondo me questo nuovo tipo di vita mi ha tolto il vero stimolo che mi spingeva a produrre musica estrema.

Parlavo con un amico qualche giorno fa

“In questo periodo non sto registrando nulla”, dico. Al che lui mi risponde…

“e fai bene. Da quando c’è stato il lockdown, i gruppi sono proliferati come funghi”.

Appunto. Rinchiusi in casa, chi non lavora (o lo fa in smart working) o ha pochi se non zero contatti umani, sente il bisogno di dire qualcosa, di registrare e sfogarsi.

Con me è successo il contrario. Invece di intensificare i collegamenti in rete e di partecipare ai social sono diventato sempre più misantropico. Non ho voglia di esprimere nulla.

Sapete perchè?

Mi manca la vita di prima. Mi manca l’odio che la vita di prima produceva in me. Odio che esorcizzavo con la musica. I mezzi pubblici, per esempio. Il lavoro in ufficio. I concerti pieni di coglioni e di sbruffoni. La musica mi serviva per sfogare tutto il risentimento che una normale vita civile accumulava dentro di me.

Ora che le mie giornate sono vuote, prive di senso, rinchiuso tra le mie mura in attesa di novità, ascoltando telegiornali e annoiandomi, dentro è come se fossi una specie di corridoio buio e pieno di spifferi?

Che cazzo di vita faccio? Ora è tutto un post sui social, come se la vita virtuale abbia sostituito definitivamente quella reale. Spesso sento dirmi la frase: “come odio quella persona”, riferito a un semplice profilo facebook. Un profilo facebook non è qualcuno ma solo un’astrazione di qualcuno. Solo che per la gente quel frammento umano è un umano. Da odiare o da rispettare per i post che pubblica o che condivide.

E che stimolo mai posso trovare io nel registrare un album contro… chi? Nemici invisibili? Foto di cessi e camere da letto?

A qualcuno questo periodo di stasi e prigionia, ha fatto venir voglia di urlare dentro un microfono, riversare in una scheda audio tutta la sua furia. A me questa vita vuota sembra più coerente con il silenzio.

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