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Vinnie Vincent Invasion – Non si possono superare questi livelli

Vinnie Vincent sottovalutato? Probabilmente sì. Negli anni 80 è stato uno dei chitarristi-compositori più interessanti, anche se bisogna ammettere che sul piano tecnico, il suo virtuosismo fosse più vicino all’ostentazione guascona e un po’ cialtronesca dei Manowar, che all’estro e la bravura di Steve Vai o Ingwine Malmsteen. Di sicuro per le sue ambizioni, è lì che Vinnie finisce per dare una grossa craniata. Tutte quelle note sparate a mille all’ora sembrano strozzate in un imbuto di scale sovente fine a se stesse.

Peccato perché quando ci si mette di buzzo buono riesce a creare assoli notevoli (quello di Ashes To Ashes) e soprattutto sa scrivere buone canzoni. Ecco il motivo che ha convinto i Kiss a tenerlo. A parte l’altra ragione, ovvero che capiva più lui gli anni 80 rispetto a loro.

La sintesi del chitarrismo anni 80, secondo Paul Stanley è questa: dopo Eddie Van Halen si presentarono tutta questa marea di forsennati che consideravano figo e necessario andare sempre più veloce, sempre più veloce. Il gruppo sopportò il bisogno pavone di Vincent di inondare il pubblico con tutte quelle note, di butterarsi in terra sulle ginocchia e tartassare la platea con una sequela infinita di piripiripiripiri.

Un giorno Paul entrò e lo interruppe dicendo al pubblico: “Signori Vinnie Vincent!” costringendolo a dare un taglio alla sboronata di svise incessante, ancora di là da finire anche oltre la pausa che la band si era concessa per pisciare e trangugiare una bottiglia di acqua e sali minerali.

Il chitarrista si incazzò da morire dicendo a Stanley: “mi hai umiliato”, ma Paul non vedeva altra scelta che togliere il tappeto da sotto il culo a quell’egocentrico e ingestibile turnista del cazzo.

Turnista del cazzo che però sapeva scrivere canzoni. Del resto Creatures Of The Night era andato male e Lick It Up fu il tentativo palese di saltare sul carrozzone metallaro di MTV. Impresa riuscita anche grazie a un video indegno ma funzionalissimo ai diktat estetici del tempo. Ma soprattutto impresa riuscita grazie alle idee di Vincent, autore di tutte le musiche o quasi.

Le cose però non potevano durare con i Kiss e nel giro di tre anni, Vinnie si trovò fuori dal gruppo ma a capo di una band creata appositamente intorno a lui. L’album omonimo dei Vinnie Vincent Invasion, nonostante il revisionismo esaltato di Chuck Klosterman, è un album difficile da sopportare.

All Systems Go invece è superiore come produzione e scrittura. Lì il debordo di Vincent, tedioso e ottuso è un po’ meno a briglia sciolta e gli eccessi dell’esordio, (molto vicini alla coatta follia dei N.I.T.R.O., successivi di qualche anno) sono mitigati dalla presenza di un frontman più padrone e carismatico di Fleischman.

Quello che mi domando, riguardo Vincent è cosa avrebbe fatto se glielo avessero permesso. In fondo ha scritto buona musica per i Kiss e sia nell’omonimo dei VVI che nel suo seguito, ci sono almeno un paio di canzoni concepite apposta per andare in classifica.

Nel secondo è chiaro l’intento di sbancare con una ballad come Love Kills e di ripiegare sull’esempio dei Dokken in That Time Of Year, ma sono tutte cose che Vinnie ha scritto per soddisfare bisogni non suoi.

Probabilmente se fosse dipeso da lui, avrebbe inciso un assolo lungo un’ora con una base pazzesca di basso e batteria al seguito, mentre un cantante veniva evirato mentre faceva esercizi disciplinari di Bel Canto.

Per fortuna tutto questo non è mai accaduto.

Il povero Vinnie ha sclerato definitivamente, inimicandosi il mondo intero dello show biz e allevando in seno la serpe degli Slaughter, che sul finire degli anni 80 prese le redini del discorso avviato su All Systems Go portandolo ancora più deciso verso le classifiche e la figa.

Con questo non voglio sminuire la band di Mark Slaughter e Dana Strum, tutt’altro. Però un po’ di pena per Vinnie la provo. Solidarizzo con lui, è decisamente sdanghero. Quanti possono vantare di aver buttato nel cesso due occasioni con i Kiss? Lui c’è riuscito.

Nonostante ciò, la band di Gene e Paul deve moltissimo a Vinnie Vincent, sia per Lick It Up che Revenge.

All Systems Go è un lavoro a tratti monotono ed esasperato, ma incardinato su almeno tre grandi pezzi: i due singoli citati sopra e la leziosa Ecstasy. Anche Ashes To Ashes e Dirty Rhythm si difendono dopo oltre trent’anni, mentre Naughty Naughty, Burn, Let Freedom Rock, Deeper And Deeper, anche riconoscendogli dei momenti qui e lì, hanno questa costante esasperazione melodica, con Mark Slaughter che continua a pisciarci in testa note altissime, fino a farci quasi diventare scemi.

Qualcuno su internet dirà che sono capolavori incompresi, ma per quanto mi riguarda non fanno che gridare in faccia al pubblico le solite scemenze nel tentativo di instupidirlo più di quanto non sia già.

Ashes To Ashes è un brano in piena ledzeppellitudine (inaugurata dai Whitesnake di Still Of The Night) e culminata con il clamoroso plagio sistematico dei Kingdom Come, ma resta un brano coinvolgente e cazzuto. Inutile dire che somiglia a Immigrant Song. Ce ne sono migliaia di pezzi che devono tutto a quel brano.

Il testo è un tripudio alla figura mangia cazzi della femme fatale. Nel metal anni 80 spesso si alternavano canzoni dove il maschio womanizzava la tipa con le tettine dorate, il culo sodo e il viso da angioletto, ad altre dove la figura femminile diveniva diabolica, dannante e fagocitratrice.

La versione alfa è in Dirt Rhythm con l’apice nel verso Tira il perno della mia granata d’amore (Boooom!)

Love Kills è una delle più belle canzoni del metal melodico anni 80, peccato che la gente abbia finito per associarla al quarto capitolo di Nightmare, che non è un granché. Il brano non ha nulla di oscuro, solo considerazioni pessimistiche su quanto l’amore, in certe occasioni, possa far soffrire, uccidendo quello che resta abbandonato allo scopo di vederlo rinascere liberato.

L’andirivieni serotoninico tra scopare e languire d’amore è una costante di tutte le band metal anni 80. C’è chi pensa che si tratti solo di temi manierati dal commercio e gestiti con un atteggiamento assolutamente pratico (per non dire cinico) ma di fatto questi ragazzi intossicati di solitudine e altre sintesi, passavano dalla telefonata alla fidanzata, che magari li lasciava su due piedi, alle squinzie in cerca di seme rock. Era questa la vita di tutte le glam metal band di un certo livello, dal 1983 al 1991.

The Time Of Year credo sia il capolavoro assoluto di Vinnie Vincent, c’è qualcosa in quel coro che mi squarcia una specie di fossa temporale verso le più umide e deserte stanze della mia infanzia scolare. In quel coro nel ritornello io ci sento dei ragazzini che, alla stregua di piccoli angeli zombi, riaffiorano dentro di me, inondandomi gli occhi di lacrime.

Sfido chiunque a trovare un’interpretazione più accorata e a palle fumanti di Mark Slaughter in questo brano. Secondo me non ha mai superato questi livelli con la sua band successiva e il motivo è semplice: non si possono superare questi livelli. Basta.

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