Pascolando

Cosa ce ne facciamo dell’amore?

amore

Mio padre si è sposato a 30 anni circa, con mia madre che ne aveva 22. Sono ancora insieme dopo 42 anni. Io ho 42 anni e tengo il conto del loro matrimonio perché nacqui lo stesso anno in cui dissero sì. A quanto ne so, papà non ha mai avuto delusioni amorose. Si è divertito come ha potuto: prima, durante e dopo esser diventato marito. Tutte le volte in cui io ho provato a fargli capire quanto soffrissi per una storia finita male, mi ha sempre guardato come se stessi cercando di spiegargli 2001 Odissea nello spazio con il linguaggio dei segni.

Mio nonno tornò dalla guerra e si sposò alla stessa età di mio padre. Mia nonna si è sempre dichiarata infelice di averlo avuto in marito anche in presenza di lui, ma non l’ha mai lasciato. Sarebbe stato uno scandalo. Se mio nonno ha sofferto la mancanza di passione di sua moglie, non l’ha mai dato a vedere. Era sempre allegro, per quanto bevesse molto.

A quanto ne so, entrambi i miei nonni paterni non hanno mai sofferto per amore o per assenza d’amore. Hanno patito la fame, la guerra, la Spagnola, la solitudine, Beautiful, ma niente cuori rotti.

Io mi porto dietro quattro grossi tracolli emotivi in ambito sentimentale (in media uno ogni dieci anni), più un matrimonio finito male e diverse crisi di panico, depressioni, nevrosi di vario tipo. Non ho avuto molte donne nella mia vita ma ho amato parecchio, spesso non corrisposto.

La mia psicologa dice che chi ama da solo ha una malattia, mentre chi ama ed è ricambiato, ha una relazione sentimentale.

Ho sofferto tanto per amore e spesso mi sono sentito esattamente così: malato. Di un male che il mondo non sa cosa fare. Avrei avuto bisogno di certificati medici, di vacanze e assistenza, ogni volta che una ragazza mi lasciava o quando io un giorno lasciai una ragazza, scoprendo che spezzare i cuori degli altri non è meno doloroso.

Ero inconsolabile, insonne, inappetente e incontinente: nel senso che piangevo spesso davanti ai clienti, sul lavoro, ma nonostante questo non potevo mollare il mio posto nel mondo, e sorridere, produrre come nei momenti migliori, sanguinando e sbavando nel cesso durante la pausa pranzo.

Vedendomi così inconsolabile “per via di una stronza”, i miei amici non sapevano come aiutarmi. I famigliari di contro mi seppellivano di frasi fatte: “si chiude una porta e si apre un portone” diceva mia madre, “chiodo schiaccia chiodo” rimpallava papà.

“Vedrai che con il tempo tutto si aggiusta” diceva il mondo intero.

Mi sono sempre chiesto se chi usa frasi simili li senta come dei pensieri propri e quali livelli di autoconsapevolezza possa avere. Riferiscono conclusioni millenarie con un sentimento genuino di proprietà. Un giorno uno molto serio e guardandomi negli occhi mi ha detto che “i calciatori sono tutti mercenari, i politici sono tutti ladri e che in amore ogni buca è una trincea”

Ma tornando alle mie delusioni d’amor perduto. Le soluzioni possibili che la società offre sono due: le droghe illegali e il nichilismo del sabato sera, oppure un percorso più propositivo con lo psicologo e l’integrazione farmacologica che possa da subito ricondurmi a un livello mentale e fisico di efficienza produttiva.

Poi un giorno ho capito che perdere l’amore, come cantava Ranieri molti anni prima che le parole di quella canzone acquisissero dentro di me un significato profondo e toccante, è come un qualsiasi altro lutto.

Un lutto prevede lunghi periodi da gestire: nevrastenie, depressioni, ricostruzioni lente, dolorose e difficili.

Ma il lutto d’amore, come qualsiasi altro lutto, oggi siamo quasi costretti a viverlo con rincrescimento, disagio e senso di colpa nei confronti del mondo che abbiamo attorno. Il mondo è impaziente, ci aspetta, ma non si sa per quanto. Se non facciamo qualcosa ci toglierà il lavoro, la compagnia, il posto che abbiamo acquisito da anni. Il mondo però non è cattivo, crudele e insensibile, semplicemente non ha più gli strumenti per integrare la follia amorosa di chi soffre e tradurla nel grande flusso economico.

Per la morte è lo stesso, nonostante esistano ancora i funerali. I funerali ci sono ancora perché hanno una valenza economica ma sono svuotati del senso rituale e medicamentoso che avevano. Ci muore una persona cara e gli altri vengono al presiedere. Si avvicinano a noi che siamo tramortiti dalla perdita, ci stringono in un abbraccio imbarazzato e dicono: “cosa posso dire?”
Ci tendono la mano per salutarci e aggiungono:  “cosa posso fare?”

Non sono tutti così ma molti non hanno davvero idea di come comportarsi davanti al lutto di qualcuno. Indietreggiano e sussurrano: “Se c’è qualcosa, qualunque cosa che io possa dire o fare… fammelo sapere”

E se la danno a gambe.

E tu ci pensi: che possono dire o fare per me? Niente. Quindi resti solo e te la prendi in saccoccia.

Quando siamo in lutto di qualsiasi tipo, incluso quello amoroso, quasi tutti gli altri spariscono, magari ci evitano proprio, fin quando noi inconsolabili non ci saremo riconsolati da soli e potremo tornare a essere operativi e socialmente reattivi, senza bava, lacrime o altre disdicevoli emorragie fisiologiche.

Anche se perdete un amore verrete lasciati soli.

Tra gli amici, chi ci è passato prima e vi capisce, riscopre vecchie angosce e non vuole certo riviverle. Quindi vi consegna al cammino tortuoso e solengo che lui stesso ha dovuto fare prima di voi.

Chi non è passato attraverso una brutta delusione amorosa, prova dispiacere misto a imbarazzo davanti alle vostre lacrime, e presto noia per le continue chiacchiere ossessive su come è finita e su perché lei ha detto questo e voi avete pensato quello…

Prima esistevano delle convenzioni e un sistema sociale diverso. C’erano carogne, egoisti, mostri di ogni sorta ma si percepiva un altro senso della comunità. Le zie che mi hanno visto crescere (e che io ho visto morire) mi dicevano che dopo la guerra, tutte le donne e gli uomini, al calar del sole si mettevano sulle scale di casa a riposare un momento.

Qualcuno chiedeva: “hai mica un uovo in più?”

Qualcun altro rispondeva “sì, te ne posso dare due, ma tu hai per caso della ricotta che ti avanza?”

Un terzo si inseriva “chi ha delle patate?”

In questo modo si preparavano le rispettive cene.

Ci si aiutava così.

Ci si sparava per una questione di confine e si trucidava il bel gatto del vicino solo perché bello e ragione di invidia (fatto vero) ma le comunità erano davvero delle comunità. Specie in campagna, quelle di cui ho sentito parlare, ma che anche nei quartieri delle città, fino alla metà del secolo scorso, c’era questo affratellarsi, darsi una mano con umiltà.

Queste vecchie comunità naturalmente non salvavano dal dolore e dal vuoto interiore, ma sicuramente proteggevano più di oggi il singolo davanti al vuoto cosmico.

Ma come vivevano i lutti amorosi nelle vecchie comunità?

Non saprei, forse gli innamorati infelici si rivolgevano a una maga, chiedendole filtri o fatture. Nessuno domandava soldi in cambio, ovviamente. Magari gli portavi un pollo. L’amore però forse era temuto, visto talvolta come un pericolo. ci si sposava per interesse e quasi mai prediligendo i reali sentimenti. Si guardava al posto di lavoro dell’uomo, l’illibatezza della donna, la dote, il somaro… La mia bisnonna diceva sempre a mia madre che per sposare un uomo era necessario che questi possedesse quantomeno un somaro in salute.

Negli anni 60 ci raccontano di questa centralità rivoluzionaria dell’amore, divenuto stroboscopio dell’esistente. Rivoluzioni, politica, musica, ogni cosa era prodotta partendo dal piece and love!

Oggi mi sembra che viviamo un tempo contrario, opposto. Chi tira in ballo la parola amore è preso in giro.

Dove lo mettiamo l’amore, in questa società?

Che ce ne facciamo?

Lo viviamo.

Talvolta fingiamo di cercarlo e spesso di non cercarlo, scongiurando di trovarlo davvero. Si fugge più sovente dalla persona che reputiamo giusta che da quella sbagliata. Nessuno però statisticamente resta solo a lungo. Tutti hanno un partner o qualcosa del genere, una metà che non amano o che vorrebbero lasciare in attesa che passi un treno migliore.

Si soffre tantissimo, in amore, oggi più che mai ma per lo più si soffre di solitudine.

La vita sentimentale è svincolata dalle convenzioni, è una specie di piogga di meteore infuocate sulle nostre teste.

Intorno a me vedo persone sole, infelici e sovente in fase di ricostruzione emotiva. Sono patetiche, vigliacche, pronte a ferire la specie che le ha ferite, prima di prenderle di santa ragione peggio che mai, non appena avranno ricomposto con lo scotch il proprio cuore spezzettato.

Tutti quelli del mio tempo hanno delle tacche sul cuore. Hanno sofferto, pianto, odiato e vomitato per amore. I nostri nonni e i nostri padri non avevano tutte queste relazioni, tutti questi fallimenti, anche se vivevano la “stagione dell’amore assoluto”. Rompevano con le convenzioni, attaccavano le istituzioni tradizionali ma siamo noi figli a vivere nelle macerie di ciò che hanno combinato.

E non abbiamo la capacità di edificare qualcosa di nuovo.

Molti degli uomini del mio tempo hanno tentato percorsi convenzionali ma non sono più sposati, hanno figli da crescere in solitudine e una paura fottuta per l’amore che viene.

Siamo soli davanti alla morte e siamo soli e non meno terrorizzati davanti all’amore.

“Cosa posso dirvi? Cosa posso fare per voi? Se c’è qualcosa, qualsiasi cosa, io…”

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