Mark Shelton e i Manilla Road – Dal mito alla realtà!

Non vorrei che prendeste subito d’aceto, questo non è un articolo contro i Manilla Road. Non ho nulla di antipatico da dire su Mark Shelton e considero Crystal Logic, Open The Gates, The Deluge, Mystification dei lavori affascinanti, interessanti e influenti nell’ambito del metallo più epico.

Però!Però non reputo la musica dei Manilla Road così geniale e non ho mai letto o sentito nulla che sia riuscito a convincermi del contrario. C’è un grande amore per questo gruppo, forse perché rappresentano il prototipo “loser ma testa alta” che tanto piace al metallaro medio o magari per la profonda umiltà del povero Mark o più probabilmente perché nel giro del metal, almeno quello italiano, si va avanti col respect a prescindere, senza ascoltare davvero o farlo con la propria testa.

Se non fai i soldi allora probabilmente avrai il rispetto dei defenders, questo è palese. Non fare soldi però deve essere una scelta. E chi non ci riesce, di solito è perché non può. Chi invece ha questo potenziale, finisce sempre per non rinunciarci.

In ogni caso per dimostare di poter scegliere bisogna provarci. I Saxon scoprirono di non esserne in grado di diventare ricchi come i Van Halen o i Poison, tentandolo nel periodo semi-rimosso dal pubblico “trueista”, vale a dire quello di Innocence-Rock The Nations-Destiny.

I Manilla non potevano diventare i nuovi Metallica ma gli sarebbe piaciuto eccome. Partirono anche loro dalla lettera M. Purtroppo il resto della parola era sbagliato. Manilla fa pensare a una roba rosa, densa, che cola giù da qualche parte, non so a voi.

Dai, sssscherzo. Voglio vedere quanto resistete prima di andare ad appendere il fuoco all’ingresso del mio profilo facebook.

Ma in una cosa sono serio: trovo sia doveroso mettere un po’ d’ordine prima di fare monumenti e trasformare una discreta band dal destino molto particolare, in qualcosa che non è mai stata e probabilmente mai sarà.

Credo sia giusto farlo per i più giovani che scrivono fanzine volenterose e recensioni entusiaste sulla creatura di Shelton, dopo essersi bevuti un mondo che non è mai esistito e non parlo di Eschaton.

capitolo 2 – I Manilla Road al tempo dei Grandi Antichi

Dunque, i Manilla Road non erano grandi al tempo in cui i Grandi giravano. Non lo sono mai stati. Non sto mettendo le cose su un piano di popolarità, eh? Non sto dicendo che i veri Grandi sono quelli che riempiono gli stadi, altrimenti Celtic Frost, Bathory, Coroner e così via sarebbero pulci della storia metallica  e invece sono giganti. Però è un fatto che negli anni 80, la decade che più ha caratterizzato il sound e registrato il maggior contributo culturale dei Manilla Road, nessuno se li filava. All’estero e ancor meno qui in Italia.

Non cominciate subito a dire che questa cosa sia una vergogna. C’era così tanta roba da sentire, buonissima, ottima roba metal, che inevitabilmente, un gruppo con una distribuzione scarsa e ahimé, un look disastroso, non poteva sperare di farsi notare.

Concentrandomi sulla possibile letteratura dedicata ai Manilla Road, non trovo che conferme a quanto sto dicendo. Pensate che la prima e unica intervista possibile nel periodo cosiddetto “storico”, risale al 1987, è a cura di Klaus Byron, sul primo numero di Metal Shock della fase quindicinale e non più mensile.

Come vedete sopra, la cover è dedicata al figo Bon Jovi, divissimo hard appena salito sul tetto del mondo con Slippery When Wet; ma c’è anche un piccolo elenco di altre band: WASP, Sodom, Deep Purple, Dokken (in odore di scioglimento) e per ultimi i Manilla Road.

Nell’articolo che riguarda i Manilla Road, ci sono due foto abbastanza professionali del trio (poi riusate dal Fuzz per la scheda Story di quasi dieci anni dopo) e una introduzione in cui Byron annuncia l’arrivo di Mystification sugli scaffali dei negozi italiani.

I Manilla Road non sono mai stati in sintonia con il proprio tempo. Questo è comune a molte band seminali, ma per essere davvero seminali, bisogna che in qualche modo i dischi arrivino ai propri discepoli potenziali. Negli anni tra Invasion e Crystal Logic, questo non avvenne e solo dopo (come mi conferma Giovanni Loria) grazie all’etichetta Black Dragon, le cose cambiarono un po’ e i Manilla finirono per giungere con una certa regolarità anche nei grandi negozi cittadini d’Italia.

Non voglio entrare nel merito della qualità di quei dischi, ma solo dire che non potevano lasciare un segno perché erano scarsamente disponibili e soprattutto poco notati dal pubblico, sia italiano che internazionale, e soprattutto da quei gruppi giovani che si formarono all’uscita di Open The Gates e The Deluge.

Immaginate quanti furono gli italiani che investirono la paghetta sui Manilla e non i Queensryche di The Warning, gli Europe di The Final Contdown, i sempiterni AC/DC e Priest, anche se in fase calante…? Oppure i Maiden coi synth o i Manowar di Sign Of The Hammer.

Insomma, i Manilla Road erano già un mito per alcuni eletti, va bene. Il nome girava tra i più acerrimi consumatori di dischi metal, anche italiani, ma parliamo di pochissime persone, e quando negli anni 90 Metal Shock da noi tornò a parlare di loro, quasi nessuno sapeva chi fossero o magari ricordava vagamente di averli sentiti nominare. Chi dice il contrario al 99 per cento mente!

capitolo 3 – La Storia dei manilla road secondo Sasà FalluCca

Dal 1987 al 1996 nessuno in Italia dedicò un pezzo ai Manilla Road, nonostante l’uscita dei loro superalbums e le cinque riviste specializzate e altamente competitive tra esse che uscivano in edicola. Non si tratta di una grave disattenzione, è solo lo specchio di un tempo in cui il gruppo di Mark Shelton appena esisteva per il popolo heavy metal dei tempi più gloriosi. Ripeto, mai una copertina su HM, il primo nell’heavy metal.

Per la cronaca, bisogna ricordare che Stefano Marzorati, nel suo Dizionario dell’Horror rock (Sugarco, 1993) dedicò una scheda di mezza paginetta alla band, presentandola come “un valido terzetto”, ma senza alcuna enfasi particolare per l’importanza storica e cose del genere. Gli ho domandato di recente come li conoscesse già allora e lui mi ha detto che probabilmente comprò qualcosa in uno dei suoi viaggi negli Stati Uniti.

Poi arrivò la scheda di Salvo Fallucca e le cose iniziarono a cambiare, almeno un po’. A rileggere il contenuto del pezzo monografico, le informazioni sono poche, quasi le stesse di quelle che già aveva scritto Byron nel 1987, ma il tono, per la prima volta è celebrativo e a tratti quasi esaltato.

Vedere le foto di quei tipi, che sembravano motociclisti scoppiati a cavallo tra il 1978 e il 1981, e associarli alle definizioni molto positive di Fallucca finì per essere una provocazione irresistibile per me.

Vale la pena esaminarne alcuni punti.

L’articolo cominciava così:

Probabilmente a molti di voi che leggete, il nome di questo gruppo risulterà nuovo, ebbene vi dirò subito senza mezzi termini che, a mio avviso, i Manilla Road sono, insieme a Manowar e Warlord, la migliore formazione epic metal di sempre.

Affermare una cosa del genere senza essere una penna importante ma solo uno sbarbatello nerdissimo, per Salvatore Fallucca è una cosa abbastanza audace, no? Negli anni è diventato una firma di riferimento per il doom e l’epic metal su Classix Metal, ma nel 1996 era solo un pischello pieno di passione. Mi fa un po sorridere un’uscita così perentoria e presa per buona dal sottoscritto, ma anche io ero uno sbarbatello e inoltre mi fidavo ciecamente di qualsiasi cosa scrivessero su Metal Shock. Non badai alle due iniziali della firma in fondo. Era Metal Shock a parlare, quindi mano al portafogli e andiamo al negozio di dischi.

Ma continuiamo con Fallucca: “A prescindere dalla mia profonda devozione nei confronti della band, non credo affatto di essere poco obiettivo affermando che si tratta senza dubbio di uno dei nomi sottovalutati del panorama metal”

E poi: “Il trio americano, in questi tre lustri di attività, ha infatti pubblicato 10 albums di cui, credetemi, più della metà autentici classici del genere, senza mai tuttavia elevarsi dal ruolo di cult band e romanendo vittima dell’indifferenza generale”

Un momento… come si può parlare di “classici del genere” se i Manilla Road sono rimasti vittima dell’indifferenza generale?

Per essere un classico, almeno secondo la mia accezione, bisogna diventare un tassello inamovibile di un possibile canone storico riconosciuto pubblicamente. E per riuscirci, un disco dovrebbe raggiungere una consacrazione critica.

Ebbene, a parte lo sconosciuto e giovane Fallucca, nel 1996, nessuno si sarebbe spinto a dire una cosa simile dei Manilla Road, a definire i loro dischi dei classici. Lo erano per lui, il suo piccolo mondo asfittico consacrato a un sottogenere nato intorno a un riff, con tutto il rispetto per il doome per Fallucca.

Classici di cui su HM, Hard, Metal Hammer, non si era scritta una pagina?

Classici di cui, le band più celebri e nate dopo di loro, non si sognavano di omaggiare in una fottuta b-side?

I Diamond Head non erano considerati grandi come i Metallica, ma negli anni 80, grazie alla cover di Am I Evil, iniziarono a essere percepiti dal pubblico come dei precursori importanti, con un repertorio durevole e infuente.

Tra il 1987 e il 1993, quale grande nome del metal, o anche mediano, coverizzò mai un pezzo dei Manilla Road?

Vero che Shelton fu chiamato sul palco da “un foruncoloso James Hetfield” nel 1984 per una jam un po’ così, ma non mi sembra abbastanza per riconoscere in lui un ruolo centrale per l’evoluzione di un genere di quegli anni.

Forse Salvo Fallucca avrebbe voluto dire che erano potenzialmente dei dischi belli e puri, della stessa pasta aurea dei classici conclamati di altre band più celebri, ma non lo erano ancora diventati per varie ragioni.

Dire una cosa del genere a un ragazzetto sprovveduto come me, è fargli nascere un’idea sbagliata sul piano storico per quel che riguarda il suo genere preferito. A leggere l’articolo di Fallucca io immaginai che a parte me e molti dei lettori di Metal Shock, in America e nel resto del mondo, il gruppo di Shelton fosse imprescindibile e invece non era per nulla così. Ora mi rendo conto che per Sasà creare questa illusione collettiva, contagiando la realtà fuori con il suo sogno personale di ciò che avrebbe dovuto essere la realtà, sia stata la pura e semplice intenzione mentre scriveva.

Fallucca parla di lavori di altissimo livello, senza cedimenti, e di vette “altissime” (reiterando il superlativo) che mi fecero pensare a roba tipo Child In Time, Halloweed Be Thy Name, o almeno a grandi cose minori che adoravo, come pezzi tipo Fata Morgana dei Fates Warning e Burning Bridges dei Crimson Glory.

Dopo il 1996, a parte una preziosa intervista, sempre a cura di Salvo Fallucca a Mike Shelton sulla fanzine Andromeda Relix, nessuno scrive più sui Manilla Road.

Persino Luca Signorelli, nella prima edizione di Heavy Metal – I classici edito da Giunti, uscita nel 1999, non ce li mette. “Pura dimenticana” dice lui, ma io penso che menta.

Li aggiunge di fatto in quella riepilogativa in un solo volume del 2001, meglio nota come Metallus. Il libro dell’heavy metal.

Sul versante riviste invece bisogna aspettare poco, sempre lo stesso anno che è il 2001, per leggere ancora dei Manilla sul numero 47 di Psycho!

A scriverne l’introduzione è Gianni Della Cioppa mentre l’intervista è a cura di un certo Roberto Gemmetti.

Il vate Gianni apre l’articolo ammettendo che i Manilla Road “non sono il mio prototipo di heavy metal band” ma incomincia la solfa da cui non verremo più fuori, ovvero: “però la coerenza e longevità e la simpatia e i baffi a manubrio di Mark Shelton… e così via” rifilando del resto le solite notiziole risapute: “fecero di spalla a Ted Nugent e i Krokus”, ma giudicandone l’operato “altalenante”, per quanto parli di “popolarità stabile nel circuito delle cult band…” vale a dire che non se li è mai cagati quasi nessuno, appunto.

Della Cioppa ricorda anche la definizione di Kerrang di “band più brutta del pianeta”, tanto per far dire a qualcun altro quello che non può permettersi di aggiungere lui. (Scherzo, Gianni).

L’articolo però chiude sparando ancora più alto di Fallucca: “l’epic metal nasce con i Manilla Road”.

In parte è vero e in parte no.

CAPITOLO 4 – I MANILLA ROAD QUANDO C’ERANO MA NON C’ERANO

Se tu hai inventato il telefono ma nessuno lo sa e dopo un anno qualcun altro inventa il telefono e quello diventa l’oggetto che tutti conoscono, esattamente cosa dovremmo pensare di te?

Che tu hai inventato il telefono, ok, ma che se non c’eri tu, ci avrebbe pensato comunque colui che poi ha inventato il telefono dopo di te.

I Manilla Road con il loro secondo album ufficiale, Metal, nel 1982, iniziarono la strada dell’epic metal e sono d’accordo, ma furono i Manowar, i Warlord, i Virgin Steele ancora nel 1982, raccogliendo molto più riscontro di loro, a codificare un genere che solo molti anni dopo, ha potuto riaggiornarsi mettendo nel proprio DNA pure i dischi realizzati da Shelton.

I Manilla Road negli anni 80 erano il gruppo più “immaginato” e meno sentito della storia dell’heavy metal.

Negli anni 90 la situazione divenne reversibile grazie a internet, con i forum di appassionati, e certi siti dedicati specificamente al gruppo, realizzati non dalla vecchia guardia borchiata ma dalla generazione intermedia dei “nerdettari” nati tra il 1978 e l’82, quelli che i Manilla Road li scoprirono dieci anni dopo la loro nascita.

Furono loro a diffonderne sempre più la fama, provocando la rientrata in scena del gruppo di Shelton del 2001.

Internet consegnò al gruppo la fama meritata, ma allo stesso modo, gli tolse la cosa più bella che avevano: il mistero. (Cit. Giovanni Loria).

Dagli anni in cui si favoleggiava di loro nei trafiletti delle news e nei covi dei collezionisti più folli, sì finì per vederli dal vivo sempre più spesso, persino a Porto D’Ascoli. Si arrivò a leggere interviste dalle fanzine ai magazine ufficiali, sempre meno avvincenti e più ordinarie (“il nuovo album è il più potente mai realizzato”).

Per dire, Rock Hard del 2008. Danielone Purrone parlò ancora una volta della “voce nasale” di Shelton ma aggiungendo l’aggettivo “affascinante”. Da Byron che domandava al pubblico di perdonarla nel 1987 a Purrone che ne era ammaliato nel 2004, ecco come sono cambiate le cose ma tant’è. Forse sono cambiate in meglio, chissà. Non ho mai avuto nulla contro le voci nasali. Anche io quando canto sotto la doccia ho una voce nasale.

Che dire della fanzine di Heavy Metal Webzine? Operazione meritevole per l’entusiasmo, l’amore profondo, l’impostazione grafica e la qualità di scrittura, un po’ meno per l’inevitabile revisionismo critico inside.

Revisionismo che viene sempre fuori se non si vivono gli anni di cui si vuol dare conto e soprattutto se non si va a recuperare la prospettiva di quegli anni, sollecitando le testimonianze più lucide di chi c’era e non le più fanatiche di chi c’era ma sognava nel proprio bossolo e soprattutto di chi sognava nel grembo di una mamma ancora bambina.

Non puoi raccontare la storia di una band senza rinunciare per un momento al tuo bisogno di mitizzare qualcuno. Esalti le vendite modeste, che definisci “stabili” o i riconoscimenti saltuari che per te sono almeno “sorprendenti”.

Cosa? La terza posizione su una chat polacca nel 1983 o la nomina a disco dell’anno di Crystal Logic in una radio olandese sono i segni di un’ascesa prepotente?

Nel mentre glissi sul baratro di indifferenza e sfiga che divoravano i bordi delle copertine dei “disconi” dei Manilla Road negli anni in cui furono realizzati? L’amore ti fa agire così, lo capisco, ma questo approccio alla scrittura non l’ho mai capito. Supportare e celebrare non serve, basta già occuparsene con impegno e profondità d’animo.

Così rischi di vendere una versione troppo indulgente e comunque fasulla che non fa davvero onore al gruppo che vorresti celebrare. Anzi, dicendo la verità cruda, ovvero che nessuno se li cagava i Manilla Road, avresti reso ancora più emblematico ed encomiabile l’insistenza di quei tre ad andare avanti nonostante tutto.

Realizzarono 9 dischi in dodici anni, senza mai ottenere riscontri commerciali davvero seri. Tollerarono condizioni produttive e contrattuali ignobili, ma non mollarono e oggi quei lavori hanno un peso. Molti altri si suicidarono la carriera alla metà di quel numero di dischi, e nonosante vendite molto più elevate. Un nome? I Lizzy Borden.

LA STORIA I MANILLA ROAD INIZIANO A FARLA NEL 2000

Quando tutti riuscirono finalmente ad ascoltare la musica dei Manilla Road, tra la fine degli anni 90 e la prima metà dei 2000, da una parte molti restarono delusi per la scarsa qualità delle registrazioni e per un repertorio tutto sommato interessante ma così lontano da quello che era considerato “il vero epic metal” consolidato da decenni di Manowar ed esaltato poi dai più moderni Blind Guardian e all’acqua di rose da centinaia di band power allegrotte (che roba come Open The Gates e The Deluge neanche sapevano dove fossero stati di casa).

Ma da lì, dalla perdita del fascino, ebbe inizio la vera semina che i Manilla lanciarono a manciate nella mente e i cuori di giovani musicisti immersi in realtà anche parecchio lontane dal metal classico (Tarpey e Rizk degli Eternal Champion erano coinvolti in band crossover-thrash nei primi anni 00) e che oggi creano un genere epico che indiscutibilmente qualcosa a Shelton la deve.

La vera influenza e l’eredità culturale dei Manilla Road è visibile e plausibile ora. I Visigoth non a caso, hanno coverizzato Necropolis nel loro primo album The Revenant King del 2015; i citati Eternal Champion, i Gatekeeper e molte altre band della nuova ondata epica americana, li citano come punto di riferimento insieme al Bathory della “fase viking”. The More Thing Changes.

Grazie a internet, gli mp3 e youtube, nuove generazioni di musicisti hanno potuto iniziare a imparare l’abc del metal partendo non solo da British Steel, The Number Of The Beast e la nuova versione del disco Battle Hymns dei Manowar (sob) ma anche, perché no, da Mystification dei Manilla Road.

Adesso per Shelton comincia ad avvistarsi quel tributo che nel corso dei primi vent’anni della sua vita creativa, nessuno si sarebbe mai sognato di concedergli. Peccato sia troppo morto per goderselo, ma sono certo che la sua proverbiale sportività gli abbia permesso di accettare l’ironia della cosa.

E diamo ragione a Salvatore Fallucca, con venticinque anni di ritardo: ora sì che quegli album sono classici. Purtroppo però, la band ha finito per passare dalla sottovalutazione alla sopravalutazione (c’è chi chiama Shelton addirittura genio).

Di buono abbiamo che, se si vuole fare epic metal, è ormai impossibile ignorare i Manilla Road e consigliabile non provarci nemmeno.