Pascolando

Io, la mia rabbia e il prosciutto cotto

rabbia

Ho un problema di rabbia, sapete? Ho iniziato ad andare da una psicologa circa quattro anni fa, nel tentativo di risolverlo. Poche settimane dopo ho lasciato mia moglie, ho ricostruito la mia intera vita, ma la rabbia è rimasta sempre.

La terapista mi ha spiegato che la rabbia è energia. Quella che io investo nella scrittura, nell’amore, nelle cose che mi piacciono, è la stessa identica energia che ogni tot di tempo esplode in urla, porte sbattute e pugni al muro. Fortunatamente non ho mai fatto male agli altri (anche se un giorno ne ho fatto a me stesso, per la verità).

Ogni volta che la vita mi mette sotto pressione (anche se sono io a farmici mettere convenzionalmente accuso la vita), ecco che le cose mi sfuggono.

Sopra ho scritto di non aver mai fatto male agli altri e intendevo fisicamente. A parole ho ferito invece tanta gente che mi voleva e mi vuole ancora bene. Nei momenti di rabbia tendo a dire cose crudeli che in fondo sono l’equivalente di schiaffi e pugni, anche se in tutti questi anni li ho sempre minimizzati.

Il vero sistema per non cambiare è continuare a giustificarsi e minimizzare i propri errori.

“Non lo pensavo davvero, l’ho detto perché ero arrabbiato”, sono cagate autoassolutorie. Pensarlo o meno non fa differenza.

Ho detto a quella persona la cosa peggiore che volesse sentirsi dire. Sapevo cosa avrebbe funzionato per spezzarle il cuore. Una parte bastarda di me mentre recito il ruolo del tipo sensibile, il docile compagno di miseria, quella parte prende appunti.

A un certo punto mi dice, “ecco, questo gli fa male, metti via per quando dovrai combattere contro di lui/lei”

Sto facendo un grande sforzo per tirar fuori queste cose, non mi piace ammetterlo ma è così che funziono, purtroppo.

Ora, il problema non è la rabbia.

Tutti ci arrabbiamo, è uno strumento. La natura ci rende aggressivi per uno scopo preciso: difendere la prole. Tutto quello che fa la natura è per consentirci di moltiplicarci e durare come specie. Siamo noi che fianiamo per rendere disfuzionale la cassetta degli attrezzi della natura, magari usando il pene per stuprare bambini.

Il problema quindi non è l’aggressività. ma io che io la scateno contro chi non mi sta attaccando, contro chi è in realtà al mio fianco, mi vuol bene, mi vorrebbe solo aiutare. Percepisco ostilità dove non ce n’è.

E perché succede questo?

Durante le sedute più recenti è venuto fuori che a scatenare la mia rabbia è un mio bisogno non soddisfatto di attenzione, comprensione, affetto.

E questo bisogno che non viene soddisfatto da qualcuno vicino – che sia la mia compagna, le mie figlie, i miei genitori, i miei amici – genera in me un senso di estrema fragilità. Accuso chi ho accanto di avermi reso fragile non dandomi ciò che chiedo e da lì parte il risentimento inespresso che cova e cova fino a esplodere in rabbia con un pretesto qualsiasi.

Io in quel momento ne sono sicuro, mi sto difendendo da chi non mi ama abbastanza.

Folle? Direi di sì. Ma andiamo avanti.

Mi sento all’improvviso inspiegablmente abbandonato, incompreso, ignorato da chi dovrebbe darmi attenzione, appoggio, ardore. Vivo questa mancanza con un crescente senso di rancore e di assedio. Così accade che una battuta, un piccolo sgarbo, una lieve spintarella, diventino aerei missilistici in avvicinamento. E io quindi faccio partire i miei missili.

Cabum!

Che gran casino, eh?

Però con la dottoressa lo stiamo sbrogliando. Seguitemi ancora un momento, se vi aggrada.

Badate bene: il mio senso di abbandono, fragilità eccetera, è dovuto alla mia difficoltà nel passare da una dimensione emotiva alla successiva.

Faccio un esempio.

Io e la mia compagna stiamo facendo l’amore, siamo soli in casa e ce la spassiamo. Dopo, non so voi, magari correte subito al vostro cellulare, vi stappate una birra e smettete di curarvi della donna nel cui corpo albergano ancora i vostri fluidi. Io no, sono coccolone, quindi la stringo a me, le parlo, la carezzo, le dico cose che prima di svuotare il mio caricatore, per ragioni insondabili della natura maschile, non riuscivo a dirle.

L’atmosfera è meravigliosa, ci amiamo.

Tutto va a alla grande. Ci beviamo una birra assieme e poi, siccome è quasi ora di cena e ci rendiamo conto che il frigo è vuoto, usciamo a comprare qualcosa per cena prima che chiuda il supermercato, mettendoci al volo qualcosa addosso e ridendo come matti ci affrettiamo per la via, tipo due amanti scanzonati da film anni 90.

Una volta al negozio, la mia ragazza è presa dalle offerte sugli scaffali, incontra un’amica e la saluta, parla con il macellaio e si fa tagliare degli straccetti, mi domanda se mi va il vino per cena. Fa la cazzo di spesa.

E siccome è in un supermercato non continua a strofinarsi contro di me, a baciarmi sul collo e sussurrarmi frasi amorevoli. Siamo in pubblico, sta per chiudere il negozio, c’è da muoversi, ha fame, la gente ci guarda.

Ecco invece che io sono fisicamente al supermercato, mentalmente sto facendo anche io la spesa ma emotivamente esisto ancora nella dimensione precedente.

Sto lì, la seguo, rispondo alle sue domande su vino e straccetti ma il mio cuore, se vogliamo sempre convenzionalmente ricondurre a esso le emozioni, non è uscito dal letto, è ancora sotto le coperte che mugugna “ancora cinque minuti”

Sono in quel mood da camera da letto, dentro di me, capite?

Al supermercato sono ancora in quel mood.

E lei no. Lei è al supermercato. Mi ama, si preoccupa di organizzarmi una buona cena, perché ci tiene a me, ma non mi caga come vorrei.

La fermo, la stringo, la abbraccio, le tocco il culo, ma lei mi blocca, mi sfugge, mi dice, basta caro, ci vedono! Io parlo ancora sottovoce, come fossimo tra i cuscini, mentre lei mi domanda quanto prosciutto cotto voglio che prenda. “Eh, un etto e…”
“Cosa?”
Non ha capito, mi guarda anche il commesso dietro al banco, sorride malizioso. Chissà perché i commessi dietro il banco dei salumi sorridono sempre maliziosi.

Lei non ha capito cosa ho detto e me lo domanda ancora mostrandosi inquieta e guardandomi come se fossi un rincoglionito o cosa.

Riesco a farvi capire qual è il problema?

A quel punto la mia irritazione cresce, mi adombro. Sono l’amante che stringevi disperata tra le lenzuola, a cui dicevi cose irriferibili e ora mi tratti come uno scemo davanti a quel salumiere da discount? (Siamo all’Hurrà).

Il mio cuore tumulta risentito. Le rispondo a mezza bocca ed è probabile che prima di tornare a casa e cenare io faccia scoppiare una discussione in macchina, aggrappandomi a un pretesto qualsiasi. Magari non glielo dico ma la accuso di non curarsi di me, di non capirmi, di aver sostituito il mio povero cuore con l’etto di prosciutto cotto che abbiamo comprato là dentro.

Poi mi calmo, mi sento ridicolo, mi pento di aver alzato la voce. Le domando scusa. Lei mi perdona ma non capisce come mai, e non è la prima volta, che io diventi tanto irritabile e aggressivo per un nonnulla.

Non so cosa risponderle. O meglio non lo sapevo, ma ora inizio a comprendere dove si trova l’inghippo. Ho quella che gli esperti chiamerebbero una dissonanza emotiva.

Sono emotivamente in differita e non riesco a trascinare con me la mia parte sensibile.

Come si risolve?

Non si risolve, ma conoscerne i meccanismi può aiutarmi a vedere il problema e impedirgli di innescare quel processo di combustione che può portarmi a distruggere la mia vita.

Non esagero, credetemi.

Ovviamente non è tutto qui. Ho un sacco di casini a parte ‘sta roba: complessi di colpa in stile Auschwitz, traumi da abbandono subiti durante l’infanzia (mio padre si dimenticò di venirmi a prendere a scuola) bassa autostima generale, inadeguatezza congenita (ho le cosce grosse), depressività (morirò solo e senza figli) feticismo (mi vestivo con gli abiti di mia madre da ragazzo) e masochismo (compro ancora le riviste metal del Fuzz)…

Nnon mi dilungo oltre perché con l’intero elenco ci verrebbero altri due post.

Non è tutto qui, insomma, però questa magagna dello switch ritardato tra scopare e fare la spesa non lo vedevo, cosa devo dirvi?

Mi domando quante fottute litigate sono state causate da questa mia deficitaria tendenza a restare incagliato nel passato, mentre il mondo inesorabile avanza lungo gli scaffali del tonno in scatola, dritto verso il banco dei salumi.

“Insomma, mi ascolti? Lo vuoi o no, ‘sto cacchio di prosciutto cotto?”

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