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Dracula vs. Crowley – Quando i metallari odiavano gli Slayer ed erano stufi di Bruce Dickinson!

dracula vs. crowley

L’altro giorno, dopo una pausa che dura da quest’estate, ho ripreso a leggere i vecchi numeri di Metal Shock. Li sto affrontando con metodicità, spulciando ogni recensione, rubrica, leggendo tutte le lettere pubbliate dalla redazione, le news… Se vi domandate il perché di una simile auto-afflizione, beh, diciamo che ognuno ha le proprie perversità. Leggendo i vecchi numeri delle riviste metallare, riesco a capire un sacco di cose sulla figura del metallaro italiano. Non generalizzo. Sono convintissimo che ogni nazione abbia un certo tipo di “metallitudine” e che ogni singolo metallaro italiano, riesca a essere nella sua unicità individuale: ottuso, retrivo e talvolta imbarazzante come tutti gli altri. I metallari italiani sono un po’ come i tifosi di calcio italiani, perché in fondo il vero problema di chi scrive sul metal, come ahivoi faccio anche io, è il tentar di passare da una dimensione fanatica in cui “se parli male della mia band preferita ti ammazzo”, a un democratico dibattito, ricco di argomenti e documentazione su questa musica stupenda e soprattutto sull’incoerenza di chi l’ascolta, afflitto da un insopprimibile bisogno revisionistico.

Ho pubblicato qualche settimana fa un pezzo sulla storia critica dei Manilla Road in Italia, dalle origini della band ai giorni nostri. I prodi di Mark Shelton non erano certo sotto accusa, l’obiettivo dell’articolo non era quello, ma restituire un genuino percorso storico di quel gruppo, e mettere in discussione chi avrebbe dovuto capire, segnalare, supportare, scoprire e diffondere quei dischi tanto osannati oggi dai puristi, i trueisti e gli oldschoolerz, i quali nenni d’oro del gruppo LORO c’erano, ma badavano ad altro.

Ovviamente mi sono beccato una sfilza di insulti da un sacco di esaltati con le borchie al posto del cervello, tanto per parafrasare l’amico Bidoli Maurizio in arte “Angus”. Rimarcare che i Manilla Road negli anni 80 non fossero praticamente considerati da nessuno, è come dire male dei Manilla Road, che al metallaro di oggi piace pensare sempre amati, stimati e rispettati anche negli anni in cui non erano citati su nessuna delle riviste specializzate, e non solo italiane.

Il passato è ben diverso da quello che piacerebbe pensare a tanto pubblico metallico, affollato in tempi di social da una nuova forma di poser definiti da Giovanni Loria, “quelli del respect”.

Ma torniamo a Metal Shock, nello specifico il numero 38, uscito a gennaio 1989, su cui potete trovare, a cura del Cinello di Kakka Metal, il temuto referendum del 1988 e che per me è un coacervo di rivelazioni su ciò che fu e ciò che oggi si racconta che fu.

Tanto per dirne una, alla categoria “Miglior cantante uomo” c’è Geoff Tate, che per carità, al tempo di Mindcrime era un dio in terra, ma cosa mi dite di Bruce Dickinson relegato alla posizione numero sette dietro gente come Kiske, Hetfield e Axl Rose? Per non parlare del povero Gillan in ultima posizione…

I Guns erano al band rivelazione del 1988. La scelta di mettere i Guns primi come band rivelazione un anno dopo l’uscita di Appetite For Destruction, è la dimostrazione che A) abbiamo sempre vissuto il metal in differita rispetto all’estero e B) le date di pubblicazione dei dischi sono irrealistiche e suscitano delle nostalgie asincroniche.

Ma andiamo a vedere il miglior batterista per il pubblico di Metal Shock. Indovinate un po’? Dave Lombardo? Ian Paice? Nicko McBrain?

Ma no, LARS ULRICH.

Lars Ulrich è oggi votato dal popolo del web come il più cialtrone, indigesto e odioso batterista dell’universo metallico, ma allora era il più grande e sapete perché? Non aveva ancora espresso le sue opinioni sui fans dei Running Wild. La tecnica è solo un pretesto.

Peggior album? State Of Euphoria. Primo assoluto, seguito da Jovanotti For President e poi OU182 dei Van Halen, And Justice For All, votato per la verità anche miglior album dell’anno, e per finire Seventh Son Of A Seventh Son., album che non primeggia da nessuna parte.

Potrei farvi le scansioni ma mi rompe le palle. Dovrete fidarvi di me. Seventh Son è tra i dischi peggiori del 1988 secondo i metallari di allora.

Erano abituati bene? Può essere, ma la realtà è che i Maiden erano musicalmente considerati i crisi, troppo lontani dalle origini cattive e immediate, afflosciati tra synth e tastiere e imbolsiti dentro una formula progressiva che non gli stava proprio. Chi dirà che allora Seventh Son era amatissimo, dovrà fare i conti con il referendum del 1988 di Metal Shock.

La miglior band italiana del referendum sono i R.A.F., dimenticatissima hard rock band all’Americana dove suonava Mario Riso, poi passato nella band di Jovanotti perchè col metal qui da noi non tanto oggi ma anche nei mitici anni 80, non ce s’è mai magnato.

Dopo i R.A.F., segue la solita cricca di Strana Officina, Vanadium, Death SS, Sabotage e via dicendo.

Peggior Gruppo dell’anno? Gli Europe, seguiti da Anthrax, Poison e tenetevi forte: SLAYER.

Avete letto bene: SLAYER.

Con Loria abbiamo riflettuto su questo mistero inestricabile. Stiamo parlando dell’anno di South Of Heaven, lavoro un po’ deludente, ok, ma sarebbe stato impossibile il contrario visto che il suo predecessore ancora oggi è “IL” disco thrash metal di sempre. Si poteva solo tornare giù sulla terra, dopo Reign In Blood.

Ma non è per questo, secondo noi che gli Slayer furono votati tra i peggiori.

La risposta è che UNO: non li votarono gli scontenti del thrash, bensì gli innamorati dei Poison, Bon Jovi, Europe, ben più numerosi, i glamster e persino i patiti di Iron Maiden e Deep Purple, che oggi direbbero “Respect” per gli Slayer ma che allora non li potevano soffrire. Non è un caso che nella classifica dei peggiori ci si trovano anche i Suicidal Tendencies e i Cro-Mags (a parte i sempre sottostimati Krokus), che rappresentavano allora la frangia più cattiva del metal, quella che si sposava con l’hardcore e il punk e quindi con lo schifo più indegno, secondo i metallini nostrani, sempre in guerra con le creste e le spille.

E con gli Slayer, ultimi persino nella classifica della merda: i Bathory, definiti patetici e imbarazzanti anche in sede di recensione dalle penne illuminate di Metal Shock.

State Of Euphoria, che vi ricordo, era peggio di Jovanotti For President e dei Duran Duran, fu al centro di una gustosa querelle, immortalata sempre nel numero 38, al reparto della tristemente nota rubrica Shock Mail, dove alcuni lettori scrivono al Trombetti e lo accusano di aver stroncato gli Anthrax e State Of Euphoria per ragioni inammissibili.

Uno che si firma Rainbow Warrior gli scrive: “ti spaccherei la faccia e le palle”.

Un altro gli dice: “Trombetti, tu sei troppo vecchio per il thrash” e gli spiega che la coerenza dei Metallica e degli Anthrax basta a scusare un disco sedicente piatto e monolite come State Of Euphoria.

Fa pensare che già nel 1988 c’era chi salvava tutto in nome della coerenza.

Ma la palma d’oro dell’emozione va a un tipo che esordisce così sulla sua lettera: “Ascolto heavy metal da cinque anni e modestamente, penso di capirne qualcosa di questa musica”.

Per carità, nel 1988 non si poteva dire “sono vent’anni” o quaranta”che ascolto metal, ma immaginate un pischello, perché questo qui lo era, il quale viene a dirvi una cosa del genere. Non vi farebbe tenerezza?

La tenerezza è ciò che il metallaro medio italiano ha perduto. Oggi in rete non vediamo più lettere disperate volte a quella ragazza rossa della prima fila al concerto dei Motorhead di Biella. Anche perché i concerti non si fanno più, certo. Già da prima però certi romanticismi si sono perduti. Resta l’acredine dei collezionisti di vinile, la sapientoneria di pochissimi blogger, come me, ovvio, e soprattutto l’ipocrita bonomia dei “respects”, che magari hanno odiato i Motley Crue  e gli Slayer negli anni in cui andavano di più, definendoli froci e merdosi, mentre ora scrivono Respect sotto la data sbagliata del compleanno di Reign In Blood o Dr. Feelgood.

“Non li ho mai amati, comunque Respect!”

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