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Storia dei Life Sex & Death – The Gimmick Disaster

Barry Hardy, Duane Gill, Louie Spicolli; l’appassionato di fine ottanta dell’allora World Wrestling Federation avrà spesso visto questi sparring partner “mazziati” dai vari Million Dollar Man, El Matador o Barbarian. Le gimmick costruite a tavolino, erano state prima gioia e poi dolori per la compagnia di Stamford, soprattutto perché i novanta non avrebbero preso a schiaffi il solo glam e così, anche certi personaggi finirono frettolosamente in archivio. Sarebbe stato un valido precedente se solo i Life Sex & Death lo avessero considerato prima di far passare il proprio cantante per un senzatetto raccattato per strada…

CHICAGO/LOS ANGELES, SOLO ANDATA

Il nucleo originario dei Life Sex & Death nasce intorno alla metà degli ottanta a Chicago, dalla fusione tra US Circus e Bottoms Up; dalla sinergia si genera una formazione che, per tre quarti, tirerà la volata fino ai titoli di coda; Chris “Stanley” Stann alla voce, il chitarrista Alex Kane (già Enuff Z’nuff, poi Antiproduct) e il batterista Brian Horak.

Con Dave Andre al basso, il gruppo avrebbe valutato per mesi l’inserimento di un secondo chitarrista; Mark Rack e Dennis Fridae sono un paio di nomi, oltre alle voci di una militanza, breve e in tempi diversi, di Tim ‘Zim Zum’ Linton e John “5” Lowery (entrambi poi con Marilyn Manson).

Sfumata la ricerca, alla sei corde rimarrà il solo Kane e, per sopperire all’addio di Dave Andre, il gruppo coinvolgerà l’amico Bill E. Gar: “Con Chris eravamo compagni di liceo – racconta il bassista – Ero il secchione rappresentante degli studenti e lui già un artista e per questo oggetto di scherno. Gli ho dato una mano con lo studio ma a lui devo l’amore per il rock”. Ai tempi di Chicago, la band appariva un incrocio tra Slade e The Tubes; il loro pezzo ‘American Noise’, dopo anni di revisioni sarebbe diventato il  più noto ‘Schools for Fools’, nel frattempo però i LS&D avevano già cambiato aria e aspetto: “Suonavamo da sette anni quando nel 1989 ci siamo trasferiti a Los Angeles – rivela Kane – C’eravamo fatti le ossa in Illinois, avevamo un repertorio e l’obiettivo di un contratto discografico”.

Nel frattempo, per il gruppo s’erano creati i presupposti per una svolta cruciale; la gimmick di Stanley! Chris Stann veniva in realtà da una buona famiglia di Chicago, la scomparsa del padre lo aveva però sconvolto fino a trascurarsi anche fisicamente.

Qualcuno volle cavalcare l’espediente e traslarlo in peculiarità: presentarsi come la band capeggiata da un barbone avrebbe certamente attirato attenzione. Stann si presterà con dedizione all’esperimento, con la complicità dei compagni, come Bill E. Gar col canadese M.E.A.T. Magazine “Non volevamo un David Lee Roth! Stanley ha vissuto eventi terribili di cui non ama parlare, preferisce esprimersi coi testi, descrivendo la sua sofferenza in modo sublime. Ha dato un colpo di spugna al passato e iniziato a parlare con oggetti e lampioni, è lui il nostro uomo”.

LS&D era un collettivo artisticamente ostico per gli amanti di etichette che i diretti interessati hanno sempre ripudiato, lo confermava il bassista nei primi tempi a L.A.: “Prima ci fu attribuita l’improbabile ‘Mötley Crüe meets the Sex Pistols’ e per tutti eravamo glam, ci esibivamo però in shorts e t-shirt e così diventammo ‘alternative’, con sdegno dei metallari osservanti. Fanculo, siamo solo una rock band con già il problema strutturale di convincere le security a far entrare nei locali il nostro cantante”. Lo Sleaze/Hard degli esordi s’era arricchito e irrobustito, la band si era riconfigurata con un’identità più heavy e del tutto singolare.

A GRAN VOCE!

Anche se al crepuscolo di una scena, Los Angeles era ancora fittamente popolata da band che continuavano a somigliarsi, a vantaggio dei LS&D: “Ci indispettivano i capitali bruciati in cosmetici – denunciava Kane – Il rock’n’roll dovrebbe essere brutto, sporco e cattivo ma in troppi passano il tempo a specchiarsi. Da qui la necessità di avere un frontman che ne soverchiasse l’immagine”.

In quell’ottica, Chris Stann ha svolto con tenacia e coerenza la sua parte, lo rammenta lo stesso chitarrista, analizzando la crescita della band: “Abbiamo percorso quella strada senza freni, ‘Stanley’ doveva essere incarnato come descritto, un vero homeless. Nelle foto appariva un reietto anche rispetto a noi, che comunque non brillavano per eleganza”. Eppure c’era intelligenza, arguzia e una fulminante coda al veleno nelle liriche di Stanley, quasi si faticava ad associarle a lui quando si aggirava, farneticando e maleodorante, tra le audience prima dei concerti: “Chi giudicava l’apparenza era destinato a ricredersi – rivendicava Kane – Stanley in questo senso era micidiale, sul palco sbalordiva chiunque fino a due minuti prima era pronto ad allungargli spiccioli in elemosina. Fidatevi, esercitava un suo fascino”.

Nell’epoca in cui il passaparola era una chiave, i Life Sex & Death sembrarono goderne particolarmente; il loro nome rimbalzava tra svariati canali, con rumors roboanti per una band indipendente: “Siamo stati conniventi con chi ipotizzava un nostro potenziale commerciale – ammette Bill E. Gar –  questo ha attirato l’attenzione delle etichette, compresa la Warner. Con molte i contatti furono effimeri, dettavano condizioni su look o genere e per noi finiva lì, quelli che invece avevano più potere ci offrirono la possibilità di uno showcase”.

Il bassista ha poi narrato dell’esibizione di fronte alle più alte cariche della Warner che, al termine hanno proceduto a una votazione, mostrando pollice alto. “Abbiamo firmato alla presenza del presidente Lenny Waronker – ricostruisce Kane – Mentre ci versava da bere, Stanley disse di essere affamato; infilò due dita nella terra di una pianta ornamentale per poi portarle alla in bocca. Sapeva sempre come scioccare”. L’insalubre pasto non tolse però l’appetito a una Waner convinta di poter tirare fuori profitti anche da quella bizzarra ma ostinata congrega.

LA MAGGIORANZA TACE

Ratificato il contratto, la band viene spedita a Tulsa Oklahoma, con la supervisione dei produttori John Purdell e Duane Baron (Ozzy, Kix, LA Guns): “Il Cain’s Ballroom era un live club – parla Bill E. Gar – Sistemammo batteria e backline sul palco, con la regia mobile giunta da Los Angeles. Abbiamo organizzato una serata per registrare alla presenza del pubblico, salvo accorgerci a cose fatte, che la chitarra di Alex non era perfettamente accordata. Dovette reincidere molte parti ma abbiamo conservato il groove live desiderato”.

L’evento risale a sabato 29 febbraio 1992, band e management lo avevano ben pubblicizzato e infatti, quello che incita in apertura di disco su ‘Blue Velvet Moon’ non è una manipolazione, sebbene poi il lavoro di cesello sia stato parecchio: “Molti sfoggiano una personalità da palco – afferma Purdell – Chris invece ha tenuto costantemente vivo Stanley, in studio o in pausa in un fast food. Superando l’ostacolo olfattivo, avevi a che fare con la persona più deliziosa del mondo, che oltretutto suonava armonica, banjo e pianoforte”.

Stranamente, il corrosivo impasto di heavy, provocazione e politica dell’album The Silent Majority pare non allarmare la Warner che lascia invece carta bianca alla band: “Sono stati di parola – insiste Gar – Volevamo restare borderline e non ce l’hanno impedito perché credono nel progetto”.

Per quanto però si possa appoggiare una crociata, in un’America sempre sensibile a temi scomodi, l’opportunismo della label doveva essere quantomeno appannato quando ha scelto ‘Fuckin’ Shit Ass’ come singolo; per carità, il pezzo è una bomba e l’influenza del PMRC andava scemando, ma quel titolo calamitava censure, lo conferma Kane: “Stampato il singolo, l’etichetta vi applicò un adesivo con l’elenco delle stazioni radio che non lo avrebbero mai trasmesso, una lista interminabile. Nessuna purtroppo raccolse la provocazione, il brano rimase fantasma”.

La falsa partenza declassa un aspetto che invece andava evidenziato; i LS&D avevano un pugno di canzoni fantastiche, sulle quali si agitava la visione sferzante, caustica ma genuina di Stanley: “Non dobbiamo piacere a tutti i costi – recitava Gar – chi trova repellente il messaggio sa di esserne il destinatario. Quella di Stanley è la nostra voce, la maggioranza silenziosa siamo anche noi, stanchi di rimanere inascoltati”.

Seguiranno i video di School’s For Fools, Tank e Telephone Call, tutti a budget contenuto e, in ogni caso, poco funzionali all’agognata impennata di vendite che, a fatica avrebbero sfiorato (per difetto) quota centomila.

I concerti (alcuni coi Lynch Mob), complice un tarantolato e ispiratissimo Stanley, saranno sarabande incendiarie. “Partimmo in tour noi quattro più due ragazzi della crew – confessa Kane – Avevamo un furgoncino, pochi spiccioli in tasca e ogni sera, due camere di scalcinati hotel; in una entravamo in cinque, l’altra era per Stanley perché la puzza era insostenibile; ho provato a stare con lui, per avere un letto solo mio, ma ho resistito due notti. Sul palco era un portento, per il resto della giornata mi preoccupavo che non venisse arrestato per i più disparati motivi”.

La trovata della gimmick era stata un’arma a doppio taglio; la curiosità (comunque moderata) che aveva apportato aveva finito con l’eclissare un disco pieno di risorse, meritevole di più attenzione e fortuna.

FINE CORSA

Anche il programma “Beavis & Butthead’ darà spazio ai Life Sex & Death: il controverso show era stato artefice, non da solo, dell’ignominia patita (anche) dai Winger ma a Kane e soci avrebbe riservato airplay ai video di Schools For Fools e Tank: “Fu una svolta – ammette Kane – All’epoca frequentavo una stripper, eravamo sul divano quando vidi per la prima volta la nostra clip su B&B. Un mese dopo il disco aveva raddoppiato le vendite, e senza spaccarci il culo in tour”.

Il rapido slancio fu però un fuoco fatuo, il vigore apportato da Mtv non durò a lungo e così, screzi e incomprensioni, aggravate dal precoce disinteresse della Warner, portarono lesti al precipizio; Kane, Gar e Horak si chiamarono fuori, lasciando al solo Stanley l’incombenza di seppellire l’esperienza o provare a ridarle vita.

Almeno all’inizio, il cantante tenne duro: “Conoscevo Stanley – afferma il chitarrista/produttore Aaron Berg – Stava rinnovando la line up e chiese anche il mio contributo ma declinai per altri impegni. Ho però seguito da vicino la stesura dei demo per un secondo album, pezzi bellissimi come ‘Blow Your Gut’ o “Charlie’s Still Alive” (per Charlie s’intenda Manson). La Warner però si stava riorganizzando e ha mandato tutto all’aria”.

Nuovi trend avevano sollecitato infatti una ristrutturazione in seno alla major che aveva messo alla porta l’A&R Barry Squire; il sostituto scelse una direzione più pop e commerciale e lo sdegnato rifiuto a logiche di ammorbidimento valse la cacciata per Stanley e soci. “Non potevamo durare a lungo perché non abbiamo mai obbedito a nessuno, questo non ci ha riempito le tasche ma l’orgoglio, quello si. Spesso incontro musicisti come Corey Taylor o Marilyn Manson che professano riconoscenza per ‘The Silent Majority’, stando alle vendite credo siano stati gli unici a comprarlo”.

Non proprio Alex, ci saremmo anche noi che lo abbiamo pescato in offerta da mai dimenticati mailorder…e lo amiamo ancora!

Postilla:

THE SILENT MAJORITY – IL DISCO

Folli? Geniali? Sconclusionati? Brillanti? Meglio accantonare l’affannosa sintesi di una definizione per i Life Sex & Death, in favore dell’ascolto del loro unico lascito e ottenere ogni risposta. Dal proiettile incandescente di ‘Train’ allo stornello alticcio di Farm Song, dal passo marziale di  una gigantesca Jawohl Asshole al delirio onirico di Guatemala fino al poema malinconico Rise Above, nel filo di questa collana, la band inanella perle dai riflessi diversi eppure armonici tra loro. Ciò che sorprende infatti è il livello di tensione costantemente alto, malgrado l’abbondanza di ingredienti. Rutilante e incandescente, folle, micidiale e con messaggi che lasciano il segno; ecco un gioiello per chi ne avesse smarrito le tracce e uno “memo” per chi non ha mai smesso di apprezzarlo, pur avendolo acquistato a suo tempo, con ogni probabilità sul catalogo Sweet Music a meno di tremila Lire.

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