Pascolando

Perché scrivere ancora romanzi, saggi e recensioni dato che c’è l’internet e nessuno compra/legge più i libri e le riviste!

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Tempo fa ho scritto una roba in cui riflettevo sul triste e caotico avvenire degli scrittori, che fossero critici o anche romanzieri, costretti a traslocare come perenni sfollati da una piattaforma social scadente a una nuova arrembante realtà mediatica, usando criteri e mezzi tecnologici via via più frammentari, immediati e “fighi” e temperando il disagio, questi scrittori maturi, con la disperazione di non saper più ripigliare o afferrare almeno una volta, un pubblico sempre più distratto da quella che chiamo TPP: tecnologia presenziale passiva.

Ci ho riflettuto su un bel po’ e alla fine ho concluso questo. Anche se il poema cavalleresco non ha più un mercato, puoi ottenere certi risultati animistici e conoscitivi solo creando qualcosa con un poema cavalleresco. Sia chi lo scrive che chi lo legge, ovviamente.

Non dico che una serie Netflix su Artù sia peggio, attenzione, solo che non è la stessa cosa e non ci offre in profondità, le medesime sensazioni e gli stessi arricchimenti.

Quali risultati si perseguono con un poema cavalleresco nel 2021? Beh, non è facile rispondere.

Diciamo che non bisogna partire da una concezione di letteratura che in gran parte abbia valenze commerciali. I più grandi romanzi, parlando in un contesto dove già c’erano i soldi veri e la fama mediatica, quelli che hanno cambiato le tendenze e ridefinito certi canoni della narrativa e della storia del pensiero, sono stati sempre rifiutati da decine di grandi editori prima di approdare alla pubblicazione.

Sapete cosa, però? La scuola ci insegna una cosa sola importante quando ci affligge con Tasso, Ariosto, Boccaccio, Verga e Capuana. La dimensione editoriale industriale che domina il mondo degli scrittori non è sempre esistita e per secoli i poeti e i grandi autori pensarono la propria arte fuori da quei suoi limiti. Scrivevano anche se non ci si mangiava, anche se non leggeva quasi nessuno, allora volenti o nolenti, visto che c’era un tasso di analfabetismo antartico. Scrivevano che qualcuno pubblicasse o meno.

Sapete cosa? Si occupano pagine e pagine nelle antologie letterarie scolastiche per dire agli alunni il senso dei sonetti di Leopardi o le traversie sulle varie stesure della Gerusalemme liberata, ma non si parla quasi per nulla dei problemi di pubblicazione, l’effettiva fama, le cifre che numerarono il “grande successo” del Decameron a ridosso dell’Umanesimo.

Cosa ce ne dovrebbe fregare? Molto, perché se oggi si leggesse la storia di Hemingway una buona parte del racconto è incentrato sulle sue vicende editoriali, i contratti, i riscontri effettivi di pubblico, la vendita dei diritti cinematografici, le grandi fiche che si è scopato e la fine di merda che ha fatto mentre il mondo via via lo dimenticava.

Questo fa crescere uno scrittore con l’idea che si scriva per la figa, i soldi, la popolarità. Da sempre.

Domanda ricorrente di un novello autore / o un romanziere disperato dopo vent’anni di rifiuti e postate su blog e social vari. Perché scrivo se a nessuno interessa (mi pubblica?)

Conosco tanti scrittori convinti di non potersi considerare tali finché non vedranno un proprio libro uscire per Mondadori, Einaudi, Bompiani e compagnia.

Sapendo quello che io so, è difficile pensare che un simile traguardo sia davvero l’epifania dell’anima che si immaginano.

Non sto dicendo che a me non piacerebbe uscire con un grande editore, ma che lo farei come investimento sulla mia persona. Prenderei volentieri parte a una farsa in cui un editor e poi un altro smonterebbero e rimonterebbero la mia opera per renderla commestibile secondo i criteri di mercato, al fine di guadagnare quel “volume” di popolarità e credibilità che venti romanzi nella piccola e indipendentista editoria porta a porta non mi offrirebbero mai. Questo pur di raggiungere il maggior numero (esiguo) di lettori buoni e soprattutto l’opportunità, cifre alla mano (ammesso che io venda dopo aver pubblicato con un grande editore, cosa piuttosto difficile) di proporre a un medio editore di prestigio con i conti in rosso, quello che voglio e conquistare finalmente il plauso dei miei insegnanti del liceo, convinti che non avrei combinato nulla di buono nella vita.

Oggi si pubblica per… metteteci le cose più retoriche che vi vengono in mente e poi aggiungete queste menate: farne una carriera, diventare famosi, dimostrare agli altri che si ha avuto ragione a “sprecare” la vita a scrivere invece di ubriacarsi, studiare e prendere sei laure, emigrare in Australia e diventare dirigenti di marketing tra i canguri o darsi al porno.

L’ego è sempre stato la base della letteratura, sia chiaro, ma prima che questa cosa diventasse un genere industriale (di cui parlavano Adorno e Horkheimer) chi scriveva mescolava la fame di gloria e di rivalsa su un mondo che li smerdava, con il bisogno di redimere le anime dei propri simili (Dante) inventare una lingua che unisse un popolo più della politica (Manzoni) denudare la propria anima agli occhi del mondo per mostrare a esso l’anima di tutti (Petrarca).

Erano esseri umani. A Petrarca piaceva scopare, Dante mise all’inferno i suoi nemici politici, Manzoni era un vero rompicoglioni e gran parte delle difficoltà che oggi ho a seguire le pagine più “sentite” de I Promessi sposi (che odio forse più di Load dei Metallica) è proprio la solfa sulla Provvidenza a cui teneva così tanto. Ma questi giganti umani agivano fregandosene del numero di copie, del disinteresse pacifico degli editori e di vedere un giorno tradotto in immagini la propria opera letteraria. Non erano esseri superiori a prescindere, ci riuscivano perché tutta questa merda non esisteva.

Certo, c’erano altre lusinghe materiali: il prestigio, la carriera politica, un posto fisso in qualche corte, ma di sicuro non si vedevano dalla D’Urso.

L’industria ha aggiunto vanità alla vanità, spogliando la letteratura delle folli idee spirituali e idealistiche con cui un autore riusciva a realizzare opere infinite, enormi e indistruttibili, sostituendole con i cocktail party annoiati, i suicidi rituali perché non vengo pubblicato e le invettive sui blog (vedi me).

Non sto dicendo che prima era meglio di ora, attenti, ma probabilmente gli accessi egotici (dal romanzo gotico al romanzo egotico sarebbe un bel titolo per un saggio) di facebook e simili porcate, hanno aggiunto povertà e disperazione a un settore in perenne crisi, che è la letteratura.

La letteratura io me la immagino come una donna austera e racchiotta, costretta a far alzare il fallo pineale del pubblico becero, alla stregua del cinema d’azione e dei talk show biliari. Il risultato nel più dei casi sarà patetico, nel migliore dei casi pirandelliano, se ce lo spiega Pirandello.

Quello che mi prede di esprimere è diverso. Sto dicendo che scrivere non è divulgare.

Non solo.

La scrittura è uno strumento di conoscenza. Quel senso di rivelazione che un romanziere prova al termine di un libro, quando per pagine e pagine ha remato in un mare senza terre in vista e alla fine si è trovato davanti un’isola che forse ha conosciuto giusto in un proprio sogno antico… quel senso di arricchimento che un saggista avverte per primo, al termine di un lavoro di scavo e approfondimento che ha condotto per anni su una materia che segretamente conosceva poco e che giudicandosi lui per primo, arrogante e presuntuoso, proprio perché avrebbe voluto saperne di più, ha infine deciso di trattare in un libro… queste cose sono giuste. Non vanno vissute con un senso di colpa.

La letteratura serve proprio ad arrivare dove non si arriva con i mezzi naturali del pensiero e dell’esperienza. Lo dice anche Walter Siti, non sono l’unico stronzo a crederci.

Ma scrivere un romanzo dell’orrore o un saggio di critica musicale, nonostante in Italia NON vendano una ceppa, e pubblicandolo sulla carta nonostante in Italia NON vendano una ceppa, non è assolutamente la stessa cosa che metterlo a puntate on line su un blog o un social, tanto in Italia NON venderebbero una ceppa.

E non perché ah, sai, il fascino e l’odore della carta…

NO.

Scrivere un saggio, un romanzo, un poema e dargli una veste cartacea, RESTA, il solo modo di giungere a un certo tipo di consapevolezza e di aiutare il lettore a raggiungerlo con chi scrive.

Ho sempre scritto così.

Ho realizzato i miei romanzi con la disagevole sensazione di non sapere dove andassi a parare. Per molto tempo non trovai un cazzo di titolo alla marea di pagine accumulate, pensando di essermi sbagliato su tutto. Poi un giorno bam! capivo cosa avevo fatto, il titolo veniva fuori e ancora BAM BAM! mi sentivo salvato, arricchito. Non pensavo, adesso pubblico e divento ricco e famoso, ma, uff, almeno c’è stato uno scopo.

Ho scritto saggi su argomenti di cui non sapevo granché da principio. Ho scavato e sudato per mesi e anni su una materia per me nuova, e mentre realizzavo il mio libro, fino al termine del mio viaggio mi sentivo i piedi gonfi, una vaga stanchezza e la frustrazione di ingannarmi. Poi un giorno mettevo il punto alle ricerche, gli appunti e scrivevo, scrivevo e raggiungevo il cuore di quell’argomento. Il mio cuore dentro quell’argomento.

Dentro mi sentivo dire, sia al termine di un romanzo, che di un saggio: in fondo in fondo sticazzi… non mi importa di pubblicare!

Immaginate di andare a letto con una ragazza stupenda, di fare l’amore con lei tutta la notte, di aprire a lei il vostro cuore, raccontarle cose che non avete mai potuto dire a nessuno. Pensate davvero al futuro? Pensate, voglio che resti con me, dobbiamo andare a cena nel solito ristorante per i prossimi vent’anni, fare dei figli e mobilitare migliaia di pannolini sporchi e rincoglionirci assieme davanti alla quindicesima stagione di The Walking Dead?

No. Io scommetto che pensereste: non voglio che questo momento finisca ma, ma se finirà, avrò sempre il ricordo di aver vissuto la vita, per una notte, alla grandissima.

Realizzare un viaggio letterario è la stessa cosa, per me.

C’è già la ricompensa nel momento stesso in cui si è riusciti a concluderlo. Tutto ciò che viene dopo, che lo eternizza e lo trasforma in soldi, vantaggi per altro eccetera, è accessorio.

Vi assicuro che non ve ne fregherebbe così tanto perché sentite di aver già vissuto il momento più puro, affanculo la retorica che ci sta, comunque.

Ma avevo saputo e avevo provato. Forse avete anche capito cosa c’è alla fine di un romanzo, alla fine di tanta fatica e infelicità.

Io ho pubblicato i miei libri, alcuni, almeno. Ciò che si aggiunse alla sensazione di scoperta e di crescita, fu materiale per altri libri, come tutto ciò che accade nella vita di uno scrittore, specie se genera merda, sangue e lacrime.

Buona domenica.

 

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