Pascolando

Quando cambia il modo di leggere e ascoltare musica

Salve sdangheri, scrivo questo post non perchè abbia un urgente bisogno di dirvi qualcosa, ma per un urgente bisogno di farmi vivo. Sono qui. In questo periodo la stalla è un po’ deserta. Ruggiero Cavallo Goloso è molto impegnato con alcune sue cose personali e noi altri ronzini siamo presi da una serie di progetti su cui, per ora, non voglio dire granché. Sappiate solo che bolle in pentola una roba capace di stravolgere il futuro di Sdangher (si spera) in positivo. Già che sono qui, intanto vorrei parlarvi di una questione su cui in passato ho espresso, magari con una certa violenza, le mie perplessità, vale a dire l’acquisto di album in formato fisico in questi anni di streaming e download “illegalizzato”.

Ricordo che quando iniziai a scaricare come un cerbero ubriaco tutto quello che mi venisse in mente, non corsi a comprare una pennetta USB. Mi recai in un grande discount commerciale e portai a casa un cestone intero di CD masterizzabili.

Poi aprii un file word, ci misi su, creando una serie di schede distanziate che una volta stampate avrei ritagliato in modo da farle intrare nella custodia del CD, tutti i nomi dei gruppi, i titoli dei dischi e le rispettive canzoni in colonna. Non era granché. Avrei potuto stampare la copertina ma non ero in grado di ottenere un lavoro decente.

Nel giro di un mese riempii uno scaffale intero di CD masterizzati, ognuno con un album scaricato dalla rete e riportati in formato AUDIO sulla materia. Dopo qualche anno, quando passai al lettore Mp3, riempii quattro bustoni neri di quei CD ormai impolverati e inascoltati da troppo tempo, e me ne sbarazzai nel primo cassonetto vicino casa. Era una domenica. Mi sentii meglio a vedere lo scaffale vuoto e in poco tempo lo rimpilzai di vecchi tascabili horror acquistati compulsivamente su ebay.

Oggi ho ancora un Mp3, è della Sony. Lo porto con me e spesso lo uso per ascoltare musica che scarico dalla rete, ma è sempre più frequente che io attacchi le cuffie al cellulare e senta da youtube gli stessi dischi.

Non voglio fare o sentirmi fare discorsi moralistici. Non è questo il posto, oggi. Mi interessava il progressivo passaggio da una procedura d’ascolto all’altra.

Chiaro che il disco è sempre quello. Non ci sono dubbi. Leviamoci dalla testa il suono “caldo” del vinile e quelle stronzate lì. Cosa cambia è il processo di fruizione.

Negli anni 90 andavo al negozio di dischi, prendevo il pullman perché era lontano da casa mia. Durante il viaggio riflettevo su cosa avrei comprato, se il nuovo dei Queensryche o magari i primi dischi dei Motley Crue, se avrei preso finalmente un album dei Death, così da capire che cacchio di musica facessero (era per dire, il 1993) o se avrei recuperato Killers e The Number Of The Beast, prestati a un mio cugino e mai più riavuti indietro.

Passavo circa una mezz’ora in viaggio, sprofondato in questi pensieri tormentosi. Poi raggiungevo il negozio e mi ricordavo, davanti alla saracinesca abbassata, che era giovedì pomeriggio e quindi chiuso. Tornavo a casa depresso ma il giorno dopo rifacevo il viaggio. Entravo nel negozio, mi mangiavo le scale per il piano di sopra a due a due e mi fiondavo al reparto METAL. Prendevo questo o quello e il viaggio di ritorno lo trascorrevo scartando, annusando, leggendo il libretto del CD o magari i testi scritti piccolissimo, nel retro copertina delle cassette.

Arrivavo a casa e finalmente ascoltavo e godevo. Oh come godevo! Tranne il giorno in cui acquistai Shadowlife dei Dokken, ok.

Non dico che fosse una vita migliore. Era una merda, specie il giovedì pomeriggio. Per non parlare delle difficoltà di reperimento dei dischi che mi interessavano. Quando mi decidevo a sentire il primo dei Guns N Roses, immancabilmente era il momento in cui non si trovava in tutta la provincia. Pare difficile da credere ora, ma posso garantirvi che era così, nel 1995 o nel 1997.

Chi è vissuto in città non può capire ‘sta cosa. Lì c’erano i grandi negozi fornitissimi e la pena era un’altra: dover scegliere o magari tornare a casa a bocca asciutta perché non si avevano i soldi, ma dalle mie parti, spesso dovevo aspettare anche un mese prima di poter ascoltare il disco nuovo dei Danzig.

Ricordo che ordinai Masters Of Reality, Volume 4 e Sabbath Bloody Sabbath e non arrivarono mai. Capite cosa voglio dire? Mai.

Andavo in negozio a domandare ogni martedì, giorno di scarico. Il negoziante scuoteva la testa prima ancora di farmi entrare.

Quindi è innegabile: oggi è meglio e non tornerei indietro per nulla al mondo, a parte la mia giovinezza, ovvio.

Quello che però è diverso, non peggio, ma diverso, è il modo di ascoltare musica e digerirla. Non solo cosa, ma anche come mangiamo e quindi digeriamo, poi diventiamo, capite?

Io sono uno che mangia di corsa. Ti metti a tavola con me e dopo un minuto tu sei alla seconda forchettata e io ho già finito. Questo mi porta a ruttare per ore, a sentirmi pesante e intasato e infelice e pigro e depresso. Quando invece mi impongo di masticare, di sicuro il resto della giornata non è così difficile e io respiro, penso, vivo meglio.

Nel 1993 il marketing musicale aveva dei modi che imponevano i tempi, le pause, le attese che io riempivo di fantasia, di pensieri e di aspettative. Queste zone d’aria della mia mente poi erano inondate di musica che io ero costretto a gustare, masticare, digerire e talvolta rigurgitare.

Era più appagante? Forse era più sano. Mangiare due hamburger in cinque minuti è godurioso. Ricordo che allora ero sempre affamato di dischi, mentre oggi ho spesso un senso di rigetto. Quando vengo a sapere che esce il nuovo dei Grave Digger io mi innervosisco. Nessuno mi obbliga a sentirlo, recensirlo o tantomeno acquistarlo, ma mi da’ fastidio, capite? Mi disturba che esista…

In questo tempo di Covid uno dei fattori positivi è non avere un altro disco dei Megadeth, dei Dream Theater o dei Metallica. Siccome non possono andare in tour, allora non fanno uscire i dischi che balla delle balle “non potrebbero promuovere”.

I dischi dei Metallica non li ascolto da anni ma mi innerva il sistema che ne immettano di nuovi in un sistema dove la musica è già troppa e così intasante.

Non credo però che sia il desiderio appagato troppo di corsa, il male di oggi, ma la nostra mancanza di autodisciplina al nutrimento. Anche negli anni 90 ero solo un cucciolo famelico e sregolato, ma i soldi e i tempi esterni mi impedivano di trasformarmi in una palla di suoni.

Molti si lagnano dell’appiattimento qualitativo dell’mp3 e quelle cazzate lì, mentre per me il vero guaio è il diverso modo di avere, ascoltare, desiderare e vivere la musica.

Tanta gente ha bisogno di quel vecchio modo e quindi imporsi un’autodisciplina. Anche oggi che i CD si comprano a niente e se non hai soldi e pazienza, puoi scaricare tutto da ieri, c’è chi si prescrive una rigida dieta di un album a settimana.

Non dico che si dovrebbe tornare indietro, secondo me però c’è un bisogno di misura che solo l’analogico può offrire.

La soluzione sarebbe quindi tenere il meglio di tutto e non schierarsi mai, come fanno tanti, da una parte o l’altra. Digitale o analogico? Beatles o Rolling Stones? Metallica o Megadeth? Stephen King o Clive Barker?

Quanto saranno scemi quelli che hanno letto tutto, pure la merda di King e rinunciato per scelta alle cose migliori di Barker?

Vi dico questa e poi chiudo. Comprai una macchina, tempo fa. Era usata e aveva un lettore CD dentro. Niente ingressi USB. Guardai lo scaffale dove una volta c’erano centinaia di compact e ora scoppiava di libri che non sapevo quando e se avrei mai letto. Poi mi ricordai di una busta di CD rimasta nel fondo di un armadio e andai a prenderla.

C’erano sette, otto album. Li portai in macchina e per un momento mi sembrò di tornare indietro di vent’anni, a vederli stipati nelle tasche laterali, quelle degli sportelli. Infilai Motley Crue, il disco del 1994 con Corabi. Partii per un giro e mi rilassai ascoltando la prima: Power To The Music. Pensai, “che crema… forse ho sbagliato a buttar via i vecchi CD, a regalarli. Potrei ricomprarmi qualcosa e fingere di essere nel 1994”.

Poi iniziò a saltare.

Resistetti meno di cinquanta secondi. Mi fermai a un cassonetto e buttai il CD. Presi gli altri e feci lo stesso. Tutti. Fu una rivalsa tarda per l’oceano di tempo che avevo trascorso a bestemmiare e disperarmi ogni volta che mi capitava quando non esistevano alternative al formato fisico.

Il giorno dopo andai da un venditore di stereo per l’auto e me ne feci montare uno con l’ingresso USB e nessun ingresso CD. Ripeto, il presente è meglio. Ma prima che il CD saltasse, un reparto anchilosato della mia mente, era tornato a sferragliare. Ora in quel reparto ci sono di nuovo le ragnatele.

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