Fluisteraars

FLUISTERAARS – IL BLACK METAL DEI FIORI

Eravamo soliti passeggiare per i boschi ascoltando i Falkenbach nelle cuffie, mentre ora come ora può essere ok anche farlo con i Blondie in sottofondo. L’ambiente intorno a noi, che percepiamo come qualcosa di magico, viene così collegato a uno spettro di suggestioni culturali più ampio e di conseguenza ci porta in una zona nuova.

La prima difficoltà, per quanto riguarda i Fluisteraars, è stato ricordarsi il nome. Devo ammettere che più vado avanti con gli anni e più questo problema mi si presenta. Sarà anche un po’ un segno dei tempi. Una volta il nome di una band doveva insinuarsi nelle menti del pubblico, uscire dalla bocca come una formula magica per l’aumento della virilità.

Qual è la tua band preferita, pischello?

Morbid Angel! Slayer! Impaled Nazareeeene!

Oggi sta diventando tutto il contrario. Ti devi mettere lì e ripetere, ripetere il nome di un gruppo, usando magari delle tecniche mnemoniche per non lasciartelo sfuggire.

Io ho pensato di unire Fluido e il Brodo Star. Non funziona tanto bene, ma il più delle volte riesco a dire qualcosa di simile a Fluisteraars. Lo digito su google e mi esce corretto. Peccato che non ci sia nel t9 del telefonino. Quando chatto con un altro ossessivo attempato come me, e provo a dire il nome è quasi sempre un fallimento. Allora taglio e aggiungo, “sai, quelli che hanno fatto il disco con i papaveri in copertina”.

“Ah, Bloem!”

Esatto. Bloem dei Fluisteraars, cazzo. Il loro penultimo disco, ed è principalmente per via di esso che io oggi sono molto interessato a questo duo. Il nome Bloem (significa fiore in olandese) è abbastanza semplice da ricordare.

Bloem! Facile da dire e da ricordare.

Peccato che i Fluisteraars abbiano deciso di intitolare il nuovo album Gegrepen door de geest der zielsontluiking.

Per fortuna non si tratta di uno dei lavori migliori del 2021, altrimenti a fine anno sai che dolori con le classifiche?

Sospetto che il 97 per cento dei webzinari farà copia e incolla per dire questo titolo. Ed ecco un altro segno dei tempi.

Una volta il titolo di un album era anch’esso una formula magica, utile più al gruppo che a chi l’ascoltava e la pronunciava. Il titolo era determinante per vendere il disco. Painkiller! The Number Of The Beast, Schizophrenia, Orgasmatrooooon!

Siccome non è più una questione di vendere dischi, eccovi: Gegrepen door de geest der cazzo che ve pare.

Ricordare Fluisteraars, dopo un titolo del genere, è un problema minore.

Diciamo che è un po’ la filosofia del black metal scansare il pubblico, rendergli le cose ostiche, allontanarlo con sdegno, così da averlo ai suoi piedi secondo la tipica tecnica del narcisista.

E il genere abbonda di narcisisti, non a caso.

Ho sempre visto il black come quella puttana da marciapiede che non si trucca, non si lava e che non guarda mai negli occhi i clienti. Poi però sale in macchina appena fischiano.

I Fluisteraars non sono veterani. La loro storia comincia nel 2009, vale a dire più di quindici anni dalla morte clinica del black metal. Loro però sono il più bel fiore spuntato sulla carcassa muschiata di Euronymous.

Essendo nuovi, in parte fanno cose diverse, ribellandosi necessariamente a certe limitazioni dell’ortodossia. Che poi sarebbe sano e giusto.

TOGLIETEVI DALLA STRADA

L’unica cosa difficile nella scena black metal è che le persone si sentono come se stessero tradendo un ideale particolare, quando ascoltano black fuori dai sentieri battuti. A quelle persone, vorrei dire, toglietevi dalla strada e camminate nei boschi.

Il metal è il solo genere dove i figli emulano alla lettera i padri e i padri non si sentono vecchi e finiti ma ancora nuovi e pieni di vigore. I Fluisteraars con Bloem hanno invece fatto un po’ il cazzo che gli è parso, inserendo persino una tromba (suonata dal produttore del disco Thomas Cochrane) e lasciando fluire tutta la loro melliflua passione per la primavera.

Anziché l’inverno gelido e spietato e le muraglie di conifere piantate nella neve, il duo di Hollandia, ha associato alle chitarre chiassose del black e le urla da raucedine, i vasti campi di papaveri nel rigoglio più rigogliesco tipico dei paesi diversamente alti.

Insomma, basta guardare la copertina di Bloem. Ci sono i fiori e se si apre l’intero corpo mentale all’immagine, ecco le orecchie della mente riempirsi di un vento caldo dei primi di giugno e il naso e gli occhi di polline. Ecco il tempo in cui i papaveri rules in mezzo ai campi.

Vi confesso che non ho mai capito questa insistenza a voler fare le passeggiate in mezzo alla natura e suonare un tipo di metal francamente sgradevole e con una pessima equalizzazione. Però i Fluisteraars hanno subito la risposta pronta.

Fin da piccoli siamo stati affascinati dalle leggende della zona da cui provenivamo. Nelle fredde sere d’inverno, i nostri nonni ci raccontavano queste storie ai margini dei boschi oscuri. Attraverso questa educazione e ricordi di caccia, la foresta della nostra regione ha preso vita e le vecchie storie rivivono nelle nostre teste. Quando siamo invecchiati, siamo andati a cercare noi stessi i margini delle foreste oscure finché a un certo punto abbiamo osato attraversare il confine e abbiamo iniziato a fare passeggiate notturne. Alla ricerca dei luoghi abbiamo aggiunto le vecchie storie, in modo da poter sentire il mistero. La presenza dell’invisibile è chiaramente tangibile con questi ricordi, conoscenza e ricettività. Quando siamo rimasti affascinati dal black metal, abbiamo pensato che questo tema locale potesse trovare il suo posto in esso. C’è un libro di Jacob Gazenbeek chiamato Fluisteringen Van Het Verleden che tradotto è più o meno “Sussurratori del passato”. Questo libro ci ha dato l’idea di essere dei sussurratori che hanno resuscitato le storie e le hanno inviate nel mondo moderno. Con la speranza di rallentare la velocità della modernità e di tenerla sotto controllo.

Che bello, il bosco black metal. C’è in Olanda, in Turchia, persino dietro casa mia! Chi ci penserebbe mai? Del resto, se chiedeste a un blackster di Roma lui vi porterebbe nelle boscaglie gelate di Rocca di Papa, dove da piccolo andava a funghi con il padre e vi spiegherebbe che Odino ogni tanto va a fare la cacca anche lì. Io dico sempre che in ogni angolo di mondo si può trovare la propria Norvegia. (Persino sotto le palme della California, vero Xasthur?)

IL BLACK METAL E’ IL GENERE PIU’ LIBERO.

Quando Mink ed io lavoriamo per Fluisteraars, non abbiamo alcun metodo predefinito. Il lavoro nasce sempre da un impulso interiore. Quell’impulso interiore cambia ogni volta perché non abbiamo un’influenza cosciente su di esso. Pertanto, la musica rimane molto con noi ed è imprevedibile come il tempo fuori. Quindi, in un certo senso, non credo sia sbagliato chiamare Fluisteraars un’entità naturale. È una vibrazione che vediamo nel mondo e cogliamo. Tutto quello che dobbiamo fare è dare forma a quella vibrazione, proprio come un sismologo che converte le vibrazioni provenienti dalle profondità in uno schema di linee.

In tutta l’arte, c’è un sottile limite tra il sapere cosa si sta facendo e il non saperlo. Tranne per l’Architettura, questo non ha conseguenze gravose. In musica, che ci crediate o meno, entrambe le cose sono importanti nella chimica di un capolavoro. Non puoi tirare fuori le tue canzoni conoscendo esattamente già dove andrai a parare.

Alla fine, scopri in studio che alcune cose funzionano un po’ meno di altre e che alcune sono belle per caso. E da lì, continui a costruire. Non usavamo questo modo di lavorare prima di Bloem perché non avevamo abbastanza esperienza in studio. Dopotutto, il tuo tempo in studio è limitato e questo modo di lavorare richiede una certa priorità. Non puoi continuare a provare per sempre, o il tuo album non sarà pronto alla fine, che nel nostro caso significa quattro giorni e non di più.

Il più dei gruppi metallici degli ultimi vent’anni si è ridotto all’artigianato. Sanno cosa, quando e dove metterla, sanno come ottenere gli effetti desiderati dal pubblico e tutti a casa.

Ovviamente anche questi artisti hanno ottenuti la formula andando un po’ a cazzo, in tempi remoti della loro vita creativa.

Il vero segnale che hai fatto qualcosa di fico è che non sai come lo prenderà il pubblico. Forse non gli piacerà. Se ti fai questa domanda, allora hai buone possibilità di aver realizzato un disco coraggioso e il coraggio è vita. Se non te la fai, beh… chiedete a Wolf Hoffmann e vi saprà spiegare lui le conseguenze negative di ciò.

Il black metal è il solo genere dove l’artista può davvero sfogare la propria incompetenza e vedere che succede. Non tutte le band sono così, ma se vuoi metterti in gioco, non mi viene in mente un contesto migliore del black. I Fluisteraars hanno osato rischiare e hanno vinto.

Almeno con Bloem. Poi succede che tanta riuscita dovuta all’inconscio chieda un pedaggio. Il disco nuovo, il cui titolo rinuncio a copi-incollarvi, ha delle chitarre così stridule da far pensare ai freni tirati da un vecchio treno che teme di spingersi troppo oltre il precipizio su cui si affacciano le rotaie.

Anche stavolta ci sono delle improvvisazioni, roba percussiva, ma non sempre la briglia sciolta produce qualcosa di valido. In questo caso la pesca è magrissima.

Bloem per fortuna invece ha così tanto pesce da riempirsi lo stomaco per anni.

La classica costante alla base di un grande album è il cambiamento. Prima di mettersi al lavoro, una situazione costante e rassicurante, salta. Allora mancano i vecchi riferimenti e devi cercarne di nuovi, a tastoni, nel buio.

I Fluisteraars erano un trio, all’erta e pieni di elio in testa. Poi il bassista se ne è andato (o è stato allontanato) e così i due cazzi rimasti (dire membri mi faceva comunque pensare ai cazzi, quindi ho scritto cazzi) si sono resi conto di essere nelle condizioni creative ottimali.

Mink e Bob, i cui nomi farebbero pensare a una serie comica degli anni 80, si conoscono da ragazzini. C’è un dialogo spirituale continuo tra di loro. Una roba che questi si guardano e sanno già chi dei due ha scorreggiato. Capite?

Siamo amici da quando avevamo otto anni. Abbiamo vissuto molto insieme e quindi ci capiamo molto bene. Questo è anche il motivo per cui c’è magia tra di noi. Spesso ci spieghiamo le cose senza usare le parole. Con un’altra persona lì, può essere carino; hai una vista esterna. Ma il percorso che ci ha richiamato era pensato per noi due come duo. È bello scendere a compromessi l’uno con l’altro e non sentire di dover aspettare una terza opinione.

Ecco quindi che senza il bassista a fissarli e farsi spiegare cosa diavolo stiano cercando di fare, tutto è andato più liscio.

SBATTI UN FIORE IN COPERTINA

Questa foto è stata la migliore di una serie. La qualità analogica ci piace e la composizione mette effettivamente i fiori su un piedistallo. Torreggiano sopra di noi e sono quindi minacciose nella loro bellezza. Non ha paura di morire e di essere messo in ombra. Sono come direbbe Douglas Pierce; martiri della bellezza.

Il nome non si ricorda, il titolo viene più facile, ma la copertina non puoi evitare di notarla. Non è tanto che è bellissima, proprio vedere dei papaveri su un disco black ti spiazza, c’è poco da fare. Uno pensa al contrasto con delle musiche esasperanti e boriose, invece dentro, almeno una metà dell’album è esattamente come quel fiore, commovente, condannato e fiero.

La musica è arrivata prima. Le pre-produzioni avevano una direzione che aveva un forte appetito per la natura e il misticismo. Improvvisamente ho ricevuto una chiamata da Mink che aveva visto un campo di papaveri nell’introduzione di “The Great Escape”. Quando l’ho visto ho capito subito; questa è l’immagine. Da quel momento possiamo interpretare la musica come il percorso di vita di un fiore. È stato un processo organico che ci è piaciuto. Anche la musica e i testi si sono guidati a vicenda. È stato interessante da vedere. A volte volevo che alcuni fossero supportati da un pezzo in particolare, ma viceversa. I brani musicali rivelatori a cui il testo è sintonizzato, per esempio. Durante la realizzazione di questo album ho imparato che la musica può essere molto visiva.

Non ho mai creduto a tutte le menate sui boschi e il paganesimo agricolo di molte band black metal, ma in questo caso devo ammettere come i Fluisteraars, pur nascendo da associazioni già predefinite nella mente di gente come Abbath (!) alla fine sono riusciti a creare un connubio davvero suggestivo tra ciò che il black metal esprime come musica, ovvero un’urgenza e una forza velenose, e la poetica decadenza dei fiori. Sì, proprio loro, i cazzo di fiori. Non c’è niente di più epicureo di un papavero.

I fiori sono molto mistici perché sono forti e belli appena prima di morire. Muoiono subito dopo aver raggiunto l’apice. Non come le persone, che si indeboliscono e sprofondano in una palude di miseria. In questo senso, un fiore ha più impatto e non ha paura.