Late Night With The Devil – I Cairnes colpiscono ancora duro la TV

Alla fine degli anni 70, negli Stati Uniti ci fu un fenomeno socio-culturale chiamato Satanic Panic. In pratica scoprirono che in America si poteva sparire sacrificati sull’altare di qualche dio cornuto; era pieno di sette sataniche gestite da svitati pronti a rapire e immolare bambini, vergini e in assenza di queste delizie, commercialisti, al fine di tributare Lucifero e avere in cambio le solite cose che si domandano agli dei di questo mondo. Successero un po’ di cose, non era tutta una fuffa montata dai giornali e dalle TV, si parla di migliaia e migliaia di casi di abuso a fini esoterici, però come succede spesso in queste faccende, il panico satanico sforò in qualcosa di surreale, grottesco e ridicolmente mediatico.

L’idea alla base dei fratelli Cairnes parte da questo segmento storico (così come il buono House Of The Devil di Ti West) ma si allarga all’intera decade, i 70’s, caratterizzata da violente contestazioni, la Mafia che conquista New York, la coca ovunque, i reduci del Vietnam che infilano nel forno i neonati e il crescente fenomeno dei serial killers. Fu la decade di Satana, senza dubbio.

Quindi ci sta un personaggio come Jack Delroy (interpretato da un caratterista tra i più interessanti in circolazione, David Dalmachian), presentatore di un programma televisivo stile Letterman o Jimmy Carson che si voglia, sull’orlo del tracollo d’ascolti, decida di giocarsi il tutto per tutto invitando in trasmissione nientepoporopò di meno che IL DIAVOLO.

O meglio, invita una specie di Regan MacNeil sopravvissuta al massacro di una setta (rappresentata come un mistone tra Anton Lavey e le sue pittoresche messe in scena e la follia di Waco/Jonestown) e infestata dal dio Abraxas, adorato dalla setta stessa in cui lei è cresciuta.

Una parapsicologa, la dottoressa Laura Gordon, ha deciso di “salvarla” dalle cure abusive degli ospedali psichiatrici, studiandola, adottandola e sfruttandola. La pubblicazione di un libro, Conversazioni con il Diavolo, è il best-seller alla base della scelta di Delroy di invitare la parapsicologa e la bimba al suo talk.

Durante la serata, gestita con ironia e gigionesca umiltà da bravo Delroy, succedono cose piuttosto strane. Si tratta della notte di Halloween, quindi tutto il programma è a tema paranormale. In scaletta sono previsti alcuni altri ospiti prima di arrivare al piatto principale. C’è un sensitivo dall’aria truffaldina e pacchiana di nome Christou (Fayssal Bazzi); c’è un prestigiatore, Car Haig (l’ottimo Ian Bliss), che oltre a fare numeri di magia, presiede la discussione in qualità di esperto, di scettico professionista e soprattutto come rappresentante di una società d’indagini scientifiche sul paranormale, pronta a dare mezzo milione di dollari a chi riesca a offrire la prima prova inconfutabile che ci sia qualcosa di vero nell’infinito bric-a-brac occultistico.

Il film è una ricostruzione piuttosto accurata di una trasmissione americana anni 70. La cosa è cucinata benissimo: una bella dose di kitsch stiloso, follia, e cinismo televisivo. Il protagonista ha di sicuro qualche scheletro nell’armadio. La morte della moglie, l’amata Madeleine, portata addirittura in trasmissione come ospite poco tempo prima del suo decesso (e comunque insufficiente a lanciare definitivamente lo show) sembrerebbe collegata a una serie di inquietanti elementi svelati via via che il film procede con i suoi colpi di scena sapientemente scaglionati.

C’è una società elitaria chiamata The Grove (ispirata alla vera Bohemian Grove in California, e già al centro di numerosi rimandi nella prima stagione di True Detective) è una massoneria di cui fanno parte uomini importantissimi, i quali si riuniscono in gran segreto in mezzo “agli alberi alti” per regalarsi relax, svago, in assoluta segretezza. Ovviamente la cosa ha generato parecchie illazioni: nel film si accenna a orge e soprattutto rituali pagani correlati alla creazione, al consolidamento o la distruzione di carriere. Jack ne è membro da tempo e vari indizi fanno pensare che Madeleine e il suo tumore, abbiano qualche cosa a che fare con il suo successo mancato e un incontro con un patto proprio nella selva massonica di The Grove.

L’arrivo della bambina in trasmissione, accompagnata dalla dottoressa Gordon, trasforma presto un innocuo e imbarazzante talk-show di Magi Otelma e ipnosi alla Giucas Casella, in una riedizione televisiva del film di William Friedkin, con fiotti di vomito, scombinamenti anatomici impossibili e tanto moralismo dantesco.

C’è infatti un elemento che nei film sulle possessioni diabolici non è messo molto in risalto: l’operoso moralismo di satanasso o chi per lui blatera, bercia e inveisce dal corpo di qualcuno. L’essere che è lì dentro per mai chiarissimi motivi, sa tutto di tutti, soprattutto di chi vorrebbe scacciarlo, chi gliene dice di tutti i colori con la prosopopea ritualistica e la solenne croce in mano. Costoro lo insultano definendolo immondo, verme e così via, ma lui rivela particolari davvero poco raccomandabili della vita privata dei suoi sfidanti, al punto che alla fine gli occasionali “paladini di dio”, in ogni fottuto film del genere, finiscono per essere sputtanati da Satana e andare in crisi. Se vogliono davvero scacciarlo da quel certo corpo, dovranno prima affrontare i propri demoni interiori.

Jack Delroy non fa eccezione. Lui ha tanto peccato in vita sua e continua a peccare senza quasi rendersene conto. Nonostante le sue fattezze da bravo tipo, l’aria educata e lo sguardo un po’ smarrito, l’aria da vedovo inconsolabile e dal sorriso dolce e stanco, il figlio di puttana è mosso da un bisogno inverecondo di raggiungere il successo in ogni modo possibile. Con le sue buone maniere seduce e sfrutta chiunque, compresa la dottoressa Gordon, che accetta di sottoporre la bambina a un tour de force esorcistico in diretta, perché innamorata di lui. La manipola, lei e chiunque sia nel suo raggio d’azione. La povera Madeleine, invitata a mostrare il tumore, era così devota alla causa di Jack, tanto da guardarlo sognante, mentre il fiato gli si accorciava e la morte se la mangiava. Satana questo glielo dice sul muso, ma lasciandolo praticamente indifferente.

Infatti Delroy non si offende mai, non entra in crisi. Ha troppo da fare con il suo programma per discutere di se stesso. Non c’è tempo. Lui non resta sconvolto dalle malignità di Satanasso né dai rimandi alla moglie morta che gli piovono in testa dall’inizio della serata. Continua a recitare la sua parte di bravo ragazzone che vorrebbe solo salvare la baracca e tira fuori i denti da faina solo nei fuori-onda, quando qualcuno della troupe o del cast dei comprimari si lagna di aver paura e minaccia di lasciare il set.

Ovviamente pagherà cara questa avida determinazione. Avrà il più alto share d’ascolti della storia televisiva americana, ma a quale prezzo? Il senso morale della storia è proprio questo: cosa sei disposto a fare per realizzare il tuo obiettivo? Sicuro che ne valga la pena? I personaggi dei Carines di solito non se lo domandano mai. E non si fermano. Mai.

E già che parliamo di loro, i fratelli Cairnes, noti per l’ultimo avamposto dei film sugli snuff movies (Scare Campaign, che vi consiglio di recuperare) riprendono la critica al mondo dello spettacolo. Esso è una fornace che va alimentata con i sogni e le smanie di chi ci lavora ma ispirata dall’affamato e viziato pubblico, il quale chiede sempre di più e di peggio, pur di sopravvivere alla noia della propria vita senza senso.   Il moralismo dei Cairnes è lo stesso del Satana dentro la ragazzina. Siete tutti dei porci schifosi. Esorcizzate me, ma siete pieni di diavoli fino al culo!

Com’è Late Night With The Devil? Carino. Nonostante segua la tendenza sempre più irritante dell’horror a mascherarsi con il sunto culturale formato cosplay di un’epoca passata (gli anni 70 e gli anni 80, per lo più), di cui non si raccontano davvero le contraddizioni storiche, ma si riproducono le sintesi filmiche di allora nella speranza di sfruttare parassitariamente il fascino e l’autorevolezza che quelle pellicole oggi sprigionano più che mai. In ogni caso è un film di sostanza, si regge su una buona sceneggiatura e ha soprattutto grandi interpreti. Oltre a  Dastalmachian nel ruolo del presentatore, non dimenticherete quello della piccola indiavolata Lilly (Ingrid Torelli), con il suo approccio da innocente pentola a pressione.

Nota:

Ancora una volta, l’ipnosi è trattata nel modo carnevalesco del cinema. Sono 100 anni che i film ci mostrano che è possibile aprire le serrature con i fermagli per capelli e che lo è anche asservire un uomo e fargli fare cose assurde contro la propria volontà e nell’incoscienza, parlando a bassa voce e oscillandogli un orologio da taschino davanti al muso. L’horror ha fatto grandi passi nella verosimiglianza della rappresentazione, ma sull’ipnosi continua questa farsa. Prendete Get Out, comunque interessante e giustamente famoso. Late Night non fa eccezione.

La locandina del film mi ha fatto sommare queste due precedenti, per associazione: