Birth/Rebirth si ispira al romanzo Frankenstein, dice Laura Moss, sceneggiatrice e regista del film. Curioso ma non troppo: sempre nel 2023 è uscito un altro titolo, The Angry Black Girl and Her Monster, che riparte pure quello dal romanzo della Shelley. Dei due preferisco il primo. Il secondo è calato in una dimensione sociale più interessante e problematica, un quartiere nero pieno di spacciatori, gang e povertà, ma sul piano filosofico mi è parso meno definito, troppo fiabesco e grand guignolesco. Birth/Rebirth gestisce meglio la parte sovrannaturale e non le permette di prendere il sopravvento su tutto il resto. L’ambiente in cui viene resuscitata la “creatura” è quello medico e lo sviluppo è onesto e problematico. Non ho rivelato particolari cazzate. In effetti nessuno ha mai pensato che forse sarebbe stato più interessante che, a partorire la vita dentro un morto, non fosse un uomo, il dottor Victor, ma una donna. In effetti una donna lo scrisse, ma più in là di quello, socialmente non poteva fare. Al tempo di Frankenstein non era concepibile creare un personaggio di sesso femminile che sfida, in un laboratorio, la mortalità; oggi è plausibile che Frankenstein sia un transgender, un uomo, una nana, una patologa anaffettiva, single, che preferisce stare con le salme e non sopporta molto la presenza dei vivi. Questo è il caso di Birth/Rebirth. La donna però ha un passatempo strano. Masturba gli estranei nei bagni dei bar, porta a casa il campione di sperma e se lo immette nella vagina. Non so perché ma quella scena mi ha portato alla mente un altro remake convertito al femminile, il bel serial Dead Ringers, che è il rifacimento di Inseparabili di Cronenberg. Della serie ne scrivo qui e del romanzo/film originale con Jeremy Irons e del fattaccio che ispirò la storia invece, prego, da questa parte.
Il discorso di cosa ne faccia dei feti, la patologa Frankestina, che abortisce puntualmente in un pitale e infila nel surgelatore, non è importante. La parte che conduce alla riuscita dell’esperimento, è quella che deve essere, nebulosa; parascientifica e parafernale: resuscitare un cadavere e affrontare le conseguenze di questo risultato, ecco cosa ci importa.
Nell’altro film The Angry Black Girl and Her Monster lo minimizzano in poche sequenze inverosimili il “come” una ragazzina occhialuta e un po’ sovrappeso, riesca a far rivivere il fratello crivellato di colpi dopo un regolamento di conti con un gangster rivale. Ma in fondo hanno ragione gli sceneggiatori pure lì. Nessuno cerca una spiegazione scientifica plausibile. Non esiste. Nulla di ciò che si vede nei film su Frankenstein è una ricetta applicabile per resuscitare i morti. Va bene qualsiasi cosa. Sparate le vostre cazzate pseudo-genetiche e andiamo al punto, che è il fottuto ritorno alla vita ottenuto per via scientifica. Ecco, ci siamo. Ora sono cazzi.
Non è mai una festa dopo che la morte è stata battuta, l’avete notato? E non c’è mai un lieto fine. Anche le dottoresse Frankenstein di turno, in Birth/Rebirth, sono prese dal loro obiettivo, si eccitano, strabuzzano davanti al risultato, ma negli occhi non sono mai capaci di gioirne completamente. Le guida il dolore, una perdita sconfinata: la patologa, la propria madre e l’altra, la figlia. La morte non ci piace e siamo d’accordo, ma se ce ne liberassimo, sarebbe un male o un bene? L’aspetto etico che davvero mi interessa è questo. Sul discorso del limite che la scienza dovrebbe o non dovrebbe avere, lo lascio a Porta a Porta.
Se si potesse resuscitare un figlio morto, che significato assumerebbe tutto quanto per noi, nell’affetto che lega il genitore al piccolo, per dire? Non era la morte e la paura di essa a nutrirlo? Perdere quel senso porterebbe a un nuovo significato delle cose o… sarebbe la perdita di ogni significato per il nulla eternale?
Forse dio ha inventato la morte anche per se stesso, non solo per noi. E poi è morto di noia.
Celie, la mamma dottoressa che ha perduto sua figlia e la vede resuscitata in casa di questa patologa mezza matta ma geniale, non ci pensa due volte: anziché denunciare la collega e dare alla bimba una sepoltura, la aiuta nell’esperimento. Se foste voi le madri, come agireste? Un momento la vostra bimba è morta e il cadavere è scomparso. Sospettate che la patologa se lo sia smarrito. La pedinate, chiedete udienza. Entrate in casa sua e vedete vostra figlia, intubata. Viva. Sapevate che era andata, l’avete constatato di persona, ma ora respira. Cosa fareste?
La risposta del film è ovviamente la più eccitante: Entrambe le donne diventano subito una squadra: Victor ha bisogno di un assistente, no? Celie però non fa la parte di Aigor. Lei è medico, può aiutare in tanti modi. Le due quindi sono completamente diverse ma funzionali, come succede sempre al cinema. In fondo pure qui si parte dal modello Buddy Movie. Una è latina, l’altra sembra uscita da uno spin-off del Trono di spade. La prima è emotiva, l’altra algida. Una è anaffettiva, vive del proprio obiettivo di sconfiggere la morte quando non è immersa tra i cadaveri nell’obitorio dove lavora. L’altra è madre dolce e un po’ ginecologa premurosa. Una lavora all’obitorio dell’ospedale e registra i decessi, l’altra è nel reparto pediatrico e aiuta le donne a nascere. Le due donne, prima di conoscersi, si incontrano in ascensore, una sta scendendo e l’altra ha bisogno di salire.
Tutto è come al solito un po’ troppo schematico e semplicione ma questo è il cinema dal punto di vista della scrittura. Si tratta di un’allegoria, non dobbiamo fossilizzarci sulle probabilità della Storia. Il film è ottimo, con due attrici in gamba (Judy Reyes di Scrubs nel ruolo della madre e Marin Ireland (la protagonista di The Dark And The Wicked, per chi lo conoscesse) che si fanno amare.
Peccato che anche qui, Laura Moss, di cui non so granché, ma presto ne saprò tutto il possibile, non rinunci alle solite dinamiche del genere, ma ci casca solo in una scena e sa di doverci cascare.
La bimba riportata in vita non parla, c’è qualcosa di indefinito in lei. Riconosce la madre ma non è affettuosa con lei. Ha momenti di reattività, però non convince del tutto. Noi, avvezzi alle solite storie del genere, pensiamo che bisogna stare in guardia, la piccola è una morta vivente e assieme con lei, dall’altra parte, come per l’astronave di Alien, si è portata via un mostro.
In effetto, ecco, a un certo momento compie un atto di violenza estrema su un porcellino e lo uccide senza pietà. Questo dovrebbe dirci che qualcosa non va in lei (anche se già lo sapevamo, quindi ci rassicura che è sempre lì che il racconto va a parare? La solita retorica dei morti cattivi, tipo Cimitero vivente?
No, si tratta più che altro di un’azione che è utile a guadagnarsi la posizione nel catalogo delle uscite orrorifiche del 2023, e dimostra in un colpo solo, molto forte, che l’esperimento è riuscito solo in parte. Alla bimba manca qualcosa in grado di renderla umana. Questa lacuna è collegata col midollo spinale e bla bla. Risolviamo. Bisogna fare cose poco morali per riuscirci, ma la scienza non si ferma. Giusto che non lo faccia? Etica, etica, il dibattito sull’etica scientifica è sempre da quella parte, mentre noi andiamo in un’altra direzione, più buia, istintiva.
Il film è scritto ottimamente, con l’ironia giusta, la rabbia giusta e tanta sincerità. Soprattutto Birth/Rebirth è grande nella sua assenza di ammonimenti. Sembravano inevitabili nell’horror, The Angry Black Girl and Her Monster non ce li risparmia. La resurrezione del fratello morto porta un sacco di casini: ergo i morti meglio lasciarli morti. Se tornano in vita fanno troppi danni.
Qui invece le cose sono diverse, più coraggiose. La bambina a un certo punto morirà e poi rinascerà, come e perché scopritelo da voi, ciò che mi importa di dire è che questo non è un epilogo ma una ripartenza e su questa cala il sipario rosso, The End.
Le due donne, levatrici di morti, rappresentano rispettivamente il raziocinio e l’impulso materno. E questi due ingredienti alla fine condurranno al successo. Il dottor Frankenstein non fallì per via del cervello sbagliato ma perché non capiva un cazzo di creazione, di concezione. Era solo un fabbricante di cadaveri, assemblatore di arti e organi. Una volta resuscitata la creatura prova a educarla come si farebbe con un bambino, ma non le offre amore, non si sente mai una famiglia con il mostro. E questo fugge, cerca fuori ciò che il padre non gli ha dato. I padri non capiscono una sega. La natura li ha fatti così. Alla creatura ci voleva una mamma. Non è un caso che alla fine, come Adamo al suo dio, chieda una compagna al dottore.
Ma non sono questi i problemi qui. La bimba mostro ha la sua mamma vera e la mamma scienziata. Le due mamme, come dice Celie al collega della patologa, che a proposito, si chiama Rose: vivono insieme, lasciandogli credere che tra le due vi sia una relazione. Una volta sconfitta la morte, la Moss ci dice che 1) Non ci saranno zombie e 2) non ci saranno redivivi bastardi che ammazzano mogli e figli e poi escono a far fuori un’altra po’ di gente e accusano i vivi di averli resuscitati.
Non ci sarà nulla delle solite menate. Ci sarà una bimba resuscitata e l’inizio di una nuova era in cui la morte non sarà più inevitabile e si potrà resettare. Succederà prima o poi. Se ancora non l’abbiamo fatto è anche perché abbiamo una paura fottuta di liberarci della morte. Non riusciamo a concepire un mondo dove nessuno se ne va più. L’uomo davvero non se la sente di arrivare a tanto. Non ancora. Dice di sì, ma si caga sotto all’idea, quindi ci gira intorno: cavie, riproduzione genetica e tutto il resto.
Però accadrà, se l’ecosistema reggerà abbastanza per farci arrivare a quel punto. E non ci sarà l’Apocalisse, non calerà il sipario, dovremo pedalare, i problemi saranno tantissimi. Roba etica, morale, filosofica. Si dovrà ripensare tutto, riscrivere tutto e magari con la morte scomparirà l’amore, ma non l’omicidio usando la polverizzazione. I copri saranno così devastati che una resurrezione dovrà prodursi con un aumento impensabile della chirurgia plastica. Tanta roba, vero?
Birth/Rebirth tutto questo non ce lo dice, ma ce lo fa pensare a noi. Sta al pubblico continuare a riflettere su tutto questo e proporsi delle risposte. Non c’è niente di meglio di un film che fa pensare la gente. Fottuti bastardi che siete.

