Non ascolto più, o quasi death metal, specie quello tradizionale, che non mi regala più sensazioni entusiasmanti. Ho una venerazione, da qualche anno, solo per un terzetto di splendide band, quali Dream Unending, Vektor e Blood Incantation. Magari in futuro vi parlerò dei primi due, adesso mi concentro sugli ultimi. Appena uscito e già in “heavy rotation” sui miei dispositivi digitali, Absolute Elsewhere rappresenta un viaggio interstellare gelido; un’opera magistrale che pulsa di una vibrante cosmogonia sonora, navigando tra le nebulose dell’ignoto e i meandri dell’inconscio ardire.
La band, famosa per il suo sound death metal intriso di fumose filosofie cosmiche, in questo lavoro si avventura in territori sonori più eterei e sperimentali, evocando un’atmosfera tanto sognante quanto enigmatica. Entrando in “medias res”, Il disco si configura come una palpabile odissea sonora in divenire perpetuo, un affresco di suoni che trascendono il corporeo per solleticare le corde dell’anima.
L’influenza delle strutture ambient è prominente, dispiegandosi in paesaggi che si propagano come onde cerebrali, stratificandosi in droni ipnotici e sinfonie eteree. Le sonorità spaziali, quasi oniriche, dialogano con elementi di krautrock, fondendo ritmi meccanici e movimenti psichedelici, resi celebri da band quali Neu!, Can, Faust, Popul Vuh e similari.
I Blood Incantation ne diventano membri onrari (del krautrock appunto), grazie alla collaborazione con Thorsten Quaeschning dei Tangerine Dream, che impone ai death metallers americani una mutazione elettronica potenzialmente infinita. Ad esempio, nel brano d’apertura, l’uso sapiente di sintetizzatori analogici intesse una trama apertissima, creando un tessuto di suoni che pare espandersi in un gioco di substrati emotivi e sintetici.
Questi tappeti sonori, intrisi di riverberi e delay, conducono l’ascoltatore in una dimensione sospesa, oscillante tra il reale e il metafisico. Gli echi delle tastiere risuonano come lontani segnali di vita aliena, forse ormai scomparsa, mentre le percussioni, minimali e ripetitive, sposano un’estetica “motorik” che rende omaggio al canone krautrock.
L’uso di progressioni armoniche modali sottolinea ulteriormente la natura contemplativa dell’album, evocando un senso di vastità e trascendenza. La scelta di timbri e tonalità non convenzionali contribuisce a creare una sinfonia di mondi non lineari, una danza di particelle in cui il tempo si dissolve. Le linee melodiche, spesso frammentarie e dispersive, galleggiano in un mare di suoni granulosi, accentuando la dimensione onirica e illusoria della composizione.
La produzione del disco merita una menzione particolare: l’utilizzo di tecniche di registrazione analogiche e la cura meticolosa nel mixaggio donano all’opera una qualità organica e viscerale. Il suono respira, vive, si evolve, permettendo una vera e propria immersione sensoriale in atmosfere che variano dal serafico al minaccioso, dallo statico al dinamico.
Il disco fa un ampio uso della poliritmia, che consente la sovrapposizione di differenti pattern ritmici, creando un senso di movimento incessante e multidimensionale. Questo approccio si traduce in un’esperienza sonora che evoca la complessità dei moti stellari, conferendo alla musica una qualità quasi cinematografica.
Le dinamiche sono gestite con precisione chirurgica, alternando climax travolgenti a momenti di quiete sospesa, come onde che si infrangono su di una spiaggia aliena. Death metal, violenza, ma ragionata, cosciente, non fine alla mera brutalità. La struttura dei brani rinuncia alla rigidità della forma strofa-ritornello, optando invece per una progressione più fluida e narrativa.
Ogni traccia si evolve attraverso una serie di movimenti interconnessi, ciascuno introducendo nuovi elementi musicali che si collegano come capitoli di un racconto epico. Questa narrazione sonora è spesso costruita intorno a un tema centrale, sviluppato e rielaborato utilizzando variazioni melodiche e armoniche che mantengono l’attenzione dell’ascoltatore.
Gli elementi dronici sono utilizzati per stabilire una base sonora continua, sulla quale si innestano sovrapposizioni timbriche arricchite di riverberi e modulazioni.
Questi droni fungono da collante armonico, creando uno sfondo su cui altre linee sonore possono errare liberamente. L’uso di modulazioni di frequenza e filtri cassa-basso conferisce profondità alla texture sonora, permettendo una percezione stratificata dello spazio acustico. L’immaginario evocato nell’album è indissolubilmente legato all’estetica cosmica e a una ricerca filosofica che trascende il semplice atto d’ascolto.
La musica diventa un veicolo per esplorare temi di trascendenza, esistenzialismo e scoperta interstellare, utilizzando un linguaggio musicale che è a metà strada tra il mistico e lo scientifico.
I Blood Incantation esortano l’ascoltatore a guardare oltre il velo della realtà immediata, proponendo una visione del futuro che è tanto speculativa quanto profonda. L’attenzione ai dettagli timbrici rivela una volontà esplorativa quasi alchemica. L’integrazione di strumenti tradizionali, come chitarre e bassi arricchiti da pedali e processori, con strumentazione elettronica avanzata – sintetizzatori modulari e drum machines sperimentali – allarga l’orizzonte sonoro.
La microtonalità viene a volte impiegata per sfuggire ai limiti della scala temperata, introducendo armonie estranee e sfidanti che amplificano il senso di alterità e alienazione. Questo utilizzo non tradizionale della struttura tonale accresce il potenziale espressivo della musica, offrendo all’ascoltatore una percezione del suono che è al tempo stesso familiare e straniante. Un disco che potrebbe ridisegnare il concetto stesso di “melting pot” e spostare il landmark di genialità oltre ogni ragionevole dubbio. Da qui si parte verso l’ignoto, poi si vedrà.
Marco Grosso

