The Slayer – L’anti-slasher ritrovato

The Slayer aka Nightmare Island è un film del 1982 che ha vissuto anni e anni nell’indifferenza generale. Poteva diventare un cult molto tempo prima di adesso? Non credo. Anche ora non penso che si possa definire un cult movie. Ghostbusters o The Blues Brothers lo sono. Un titolo che conoscono poche migliaia di persone, secondo me non è un cult. Quelli si sviluppano negli anni e producono scenari di “cultismo” settario e a tratti patologico. Qui parliamo di uno dei rarissimi casi di film meritevoli che, solo grazie alla rete e alle iniziative “nerdissime” di qualche piccola e amorevole casa di distribuzione DVD, ha potuto raggiungere il proprio pubblico di appassionati.The Slayer appartiene un po’ alla stessa volta dimensionale di Let’s Scare Jessica To Death, Messiah Of Evil o Carnival Of Souls. Con gli anni sono diventati molto citati nel giro horror, ma non hanno mai rappresentato nulla in termini generazionali o nell’effettiva evoluzione di un genere, almeno intorno al periodo storico in cui sono stati prodotti, distribuiti e ignorati dai più.

Oggi è facile imbattersi in The Slayer e innamorarsene, specie se si è malati di film paurosi e sempre in cerca di nuovi/vecchi titoli d’annata.
Però nulla mi leva dalla testa che titoli come questo non escano dal limbo delle proiezioni e dei rimpianti teorici. Sono ora più conosciuti ma restano non assorbiti dalla cultura popolare perché hanno mancato il loro momento.

Messiah Of Evil, di cui ho scritto con profondo amore e fascinazione (link sopra), è rimasto per decenni a fare da infrastruttura per una ricca colonia di aracnidi dentro una cantina del montatore. A ben vederlo non è nemmeno completo. Mostra un potenziale incredibile e una capacità di suggestione innegabili, ma è nel limbo e lì rimane, in termini storici.

Let’s Scare Jessica… è bellissimo, struggente e spaventoso, ma pure lì, non è stato vissuto a dovere quando uscì e si trascina dietro un senso di desolazione e di oblio da cui difficilmente potrà mai riscattarsi. Ne scriverò a breve. Il film non lo vide quasi nessuno. Chi lo vide, lo vide male. Oggi possiamo godercelo grazie a un lavoro di recupero della Arrow che bla bla bla, cercatevi qualsiasi recensione del DVD e c’è scritto tutto quello che vi risparmio di ripetere qui.

The Slayer è la medesima tipologia di film-limbico. Bisogna però rimarcare un aspetto che lega questi e altri titoli: sono troppo sofisticati per avere successo, in qualsiasi epoca vengano proposti. Ora, ieri e domani.
Hanno un solidissimo lavoro di scrittura a opera di giovani e ambiziosi studenti, capaci di mescolare l’alto e il basso, usare gli strumenti del cinema horror classici e destrutturarli, stravolgerli e farsene pure beffa. Ecco perché The Slayer è stato giudicato un NON slasher.

Potrebbe essere uno slasher del cacchio, come centinaia e centinaia; contiene tutti gli ingredienti tipici del genere, ma se lo vedrete vi accorgerete che non funziona come un Venerdì 13 su un isola deserta. Ci sono tutti gli elementi classici, è vero: omicidi in serie; un piccolo gruppo di uomini e donne isolato in un ambiente naturale; un assassino che colpisce nei modi più vari e fantasiosi; un pizzico di soprannaturale e una storia di dolore e ingiustizia che ha innaffiato le radici storiche del posto in cui la vicenda è narrata.

Gli attori principali sono quattro.
Sarah Kendall, che dopo questo film ha fatto solo una stewardess su Katate Kid 2 (1986) ma che qui è protagonista indiscussa e anche brava.
Poi ci sono Fredrick Flynn e Carol Cottenbrook che hanno bazzicato il cinema negli anni successivi ma con scarsa rilevanza.
E poi c’è Alan McRae, che ha una discreta carriera d’attore (50 partecipazioni ufficiali in cose filmiche).

Non c’è però un cuginetto di Jason e la trama non è il tipico collante di scemenze e siparietti tra uno squartamento e una decapitazione. Se vogliamo avvalorare la tesi di Kevin Williamson, non c’è nemmeno il sesso, come molla puritana alla base del repulisti sanguinario. Si vede una donna che fa la doccia dietro una parete di vetro fumé e c’è una dolce e malinconica scena d’amore tra la protagonista e il marito, da cui non scaturisce nessuna lancia o trapano a guastare la festa. Non si tratta di una festa che finisce male, niente del genere.

Il film parte dal sogno e vi fa credere che a un certo punto tutto sia passato alla realtà, mentre J.S Cardone, regista e Bill Ewing sceneggiatore, hanno scritto insieme la storia pensando spesso a un verso di Edgar Allan Poe su cos’è la vita.

Nel 1981, Cardone lavorava in un negozio di liquori a Los Angeles e come tutti quelli che avevano impieghi di merda lì, sognava di entrare nel regno del cinema. Conobbe un produttore di nome William R. Ewing, magari una sera che questi voleva solo sbronzarsi un po’ e aveva commesso l’errore di infilarsi in quello store di luppolo altamente fermentato.

Cardone lo importunò esponendogli la sua idea ed Ewing la trovò fighissima. Lui era non solo sceneggiatore ma capeggiava in un piccolo studio indie con sede ad Atlanta; l’International Picture Company. Gli propose di lavorare insieme al progetto e mise a disposizione di Cardone la modesta cifra di 750.000 dollari; anche se pochi, comunque mai recuperati dal film una volta uscito.

Quando il film andò in sala, la copia stampata non era nemmeno quella giusta e chi lo vide, dovette fare una visita oculistica il giorno dopo. Si parla di una VHS in giro per le videoteche americane, ma da noi in Italia, The Slayer non è mai uscito.
Nella guida di Curci e Lavagnini 35 millimetri di terrore, si parla di The Slayer e si sostiene che la creatura infantile di Kay si materializzi nel mondo reale, sfogando la sua rabbia sui malavveduti vacanzieri. Così scrivono:

Morboso e affascinante, The Slayer intrappola il trepidante spettatore nel territorio della carnalità della dimensione onirica. Il borbottìo del vento tra gli alberi, il segreto brusìo di stanze vuote e polverose: tutto concorre a creare un clima di grondante tensione. Da gustare le sequenze degli omicidi, qui di notevole impatto visivo. (Lavagnini)

I Castoldi bros nella prima Guida al Cinema Splatter elogiano la scena del forcone ma aggiungono che il film non ha trama o situazioni interessanti e innovative. Poi sottolineano che Eric Weston, produttore esecutivo qui, sarebbe stato il regista del famigerato La promessa di Satana…(Evilspeak); uno dei titoli finiti nella lista anni ’80 dei Nasty Movies.

In The Slayer, dello slasher c’è un elemento che per me ha sempre voluto dire tanto e che in molti esempi revisionistici del genere (Scream e So cosa hai fatto) è stato trascurato: una triste inquietudine.

Alla base della mattanza di una notte in una scuola o in una piccola città, c’è sempre la storia di un uomo sfortunato (o donna) che ha finito per diventare esso stesso il tumore da cui era affetto. In Halloween di Carpenter, per esempio ci sono vecchie case diroccate e “fuggite”; in Venerdì 13 di Cunningham c’è una donna di mezza età con un maglione a collo alto che si aggira per i boschi, immersa in un dolore incommensurabile. The Slayer è vistosamente concentrato su questo elemento depressivo e patologico.

L’isola in cui le due coppie si recano durante la bassa stagione, è il classico luogo balneare svuotato, dimenticato. Non c’è niente di più malinconico. Ho un debole per le ambientazioni in cittadine marinare durante la bassa stagione. Shirley Jackson scrisse un racconto stupendo, Gente d’estate che parla proprio di questo senso di desolazione e latente minaccia che si avvertono nei luoghi di vacanza quando tutti se ne vanno e restano solo case vuote e qualche strambo residente; ma c’è tutta una filmografia horror dedicata a questo scorcio esistenziale deprimente e inquietante.

Anche una scuola chiusa durante l’estate può offrire la stessa suggestione di luogo che espira tristezza e abbandono… e paura. Siccome il film doveva essere fatto con un gruzzolo misero, intelligentemente, lo studio cercò una location naturale, nei d’intorni e la scelta cadde su Tybee Island , a est di Savannah, in Georgia.

All’arrivo sull’isola, che a quel tempo era in gran parte disabitata e fatiscente, Cardone ricordò che si adattava perfettamente alla visione che aveva per il film, mentre scriveva la sceneggiatura. Quindi, mentre Kay, la protagonista, si accorge di come il luogo è molto simile a quello dei propri incubi sanguinari, Cardone viveva un’esperienza simile individuando una parentela quasi telepatica tra l’isola e la sua sceneggiatura (che in fondo è sempre un sogno, per quanto ragionato e messo in scaletta). Le riprese si svolsero nell’inverno del 1982, quasi tutte sull’isola; più qualche ripresa aggiuntiva a Savannah.

Non so come sia la storia di Tybee Island. Di sicuro al tempo del film non era un bel momento. Il teatro, che oggi le foto in rete mostrano ben messo, attraente e luminoso, in The Slayer è un tugurio pieno di topi e calcinacci. Ma il punto qui è che non si tratti dell’isola in sé ad avere un segreto che i quattro malcapitati scoprono, pagandone le conseguenze.

L’isola è il posto ideale affinché gli incubi nevrotici urbani della protagonista, Kay, che ne è ossessionata da anni, trovino la giusta location per manifestarsi e consumare una volta per tutte il nefasto presagio che le hanno preannunciato notte dopo notte. Stiamo parlando della mente di una donna un po’ schizoide, ex ragazzina assassina di gatti surgelati, e ora adulta paranoide e infelice, ma come vuole la tradizionale teoria sull’arte come terapia sintomatica della follia e del vuoto interiore, è pittrice di successo. Le sue visioni disturbanti su tela movimentano i salotti chic di qualche riccone esteta mentre lei sprofonda via via nel caos.

Il compositore della colonna sonora, Robert Folk, fa un bel lavoro. Più tardi si occuperà di pietre miliari della demenza come Ace Ventura Missione Africa e Maial College o La storia infinita 2 ma qui scrive un tema davvero portentoso ed espressivo.
Si tratta di un motivo sinfonico azzeccato, perché se ci badate un momento, vi accorgerete che fa pensare a una risacca. I violini sembrano crescere come un’onda che sbatte sul bagnasciuga e poi si ritira.

E quando si ritira c’è qualcosa di molto drammatico, triste e inquietante tra i vostri piedi. La colonna sonora pare immergerci acusticamente nell’oceano, tra i pesci che masticano indizi colpevoli. Probabilmente la metafora della pesca è presente nello script. Infatti una delle vittime, orgoglioso pescatore, finisce pescato e muore proprio come un povero pescione.

Inutile dire che il luogo si presta bene. E c’è un aggancio alla storia che nel film è solo accennato, ma che poteva aggiungere suggestione. Nella realtà quell’isola era frequentata dai pellerossa, i quali, come sappiamo, non hanno mai detto nulla riguardo il possedere qualcosa, non erano per i nostri concetti di proprietà, ma possiamo immaginare come i bianchi si siano comportati con loro, anche sull’isola.

Lì c’è un forte abbandonato, un rudere. L’altra donna protagonista dice: questo posto mi fa venire i brividi e il marito, che è l’ottimista, il giocherellone del gruppo, quello che ha organizzato la vacanza in un posto bellissimo ma per certi versi di merda in quel periodo dell’anno, lui le risponde che sì, se i muri potessero parlare, quel vecchio forte avrebbe una bella storia da raccontare.

E da qui potremmo dire che la fonte d’ispirazione di The Slayer magari è quella di un film uscito lo stesso anno, Poltergeist. Ma qualcuno ha notato che l’ispirazione va oltre, a un’altra fonte, quella che avrebbe generato un anno più tardi il cultissimo anni 80 di Craven, Nightmare On Elm Street.

Anche qui ci sono di mezzo i sogni e nel finale, vedere Kay che si prende una ghirba di caffè e si brucia sigarette sulle mani per non dormire, è abbastanza inequivocabile su cosa The Slayer possa rivendicare nei confronti della Storia. Ma non è il punto. Senza Freddy, avremmo avuto un film che solo in parte affronta la questione dei sogni che uccidono, anche se è una possibile chiave interpretativa.

Tutti questi incastri e sottotesti non valgono molto in confronto all’atmosfera del luogo. Ci si sente soli in The Slayer, molto inquieti. I luoghi spesso, come dice la Jackson, “possono essere il mostro”. Non c’è bisogno di una creatura che sbavi e graffi e squarti dal buio. Diciamo che qui si finisce per non voler rinunciare a nulla. Ci sono i mostri, i serial killer, la pazzia, i sogni premonitori e assassini, le illusioni e la morte vera.

Kay svolge il ruolo della cassandra. Sin dall’inizio riconosce l’isola come IL POSTO da evitare. Non ha nemmeno bisogno di metterci piede per saperlo. Nessuno ovviamente le da’ retta. Così come nessuno ascolta i velati avvertimenti del classico cocchiere/pilota d’aereo weirdo, il signor Marsch (Michael Holmes), che dopo aver condotto i quattro turisti sull’isola, li guarda con aria tetra commentando a mezza bocca tutto quello che dicono.

Sappiate che in ogni caso voi interpreterete una delle possibili versioni di The Slayer. Il film infatti e l’equivalente filmico del Giro di vite di Henry James. Cardone e Ewing hanno condito di indizi divergenti l’intero film e in modo talmente equilibrato che alla fine non si può decidere come siano andate davvero le cose, tranne per il finale che vi farà sorridere, vi entusiasmerà o magari vi manderà di traverso i pop-corn (cosa che vi meritate se siete tra quelli che hanno bisogno di mangiare quando guardano un film).

A ognuno la spiegazione che preferisce o più probabilmente, nessuna rassicurante spiegazione. Passerete i giorni a domandarvi cosa abbiate visto. E credo sia qui il vero senso e il merito di un film come The Slayer. È stato fatto con tanto amore e pochissimi soldi. È stata un’esperienza esistenziale molto importante per i professionisti coinvolti, è un film in definitiva piuttosto riuscito, ma non vi mollerà tanto facilmente dopo aver spento il PC o la TV.
Vi farà pensare, capite? E questo potrebbe spaventarvi molto.