A me me piace ‘o blues e tutt’e juorne aggio canta’, si era capito da un po’ ma non posso farci niente. Qui si rischia di andare fuori tema e riconosco che se non fosse stato per questa sorta di revival capitatomi negli ultimi anni (ma potremmo parlare di scoperta vera e propria) forse il mio rapporto con la musica tutta oggi sarebbe profondamente diverso. L’unica ragione di vestire i panni del musicomane stagionato è quella di tuffarsi in qualcosa di nuovo, e siccome il metal non regala grandissime soddisfazioni da un po’ di anni a questa parte, perché privarsi il piacere di scoprire musica nuova? Male che vada, si può sempre tornare indietro, aggrapparsi ai feticci e invecchiare serenamente.
A dispetto del titolo, non c’è praticamente niente che mi leghi a Pino Scotto nel recente passato, e siccome non mi va di rischiare querele a cinquant’anni, non mi va neppure di approfondire la questione; dopotutto, come si dice in Italia, tengo famiglia. Due cose però fanno eccezione: i dischi dei Vanadium e il suo amore per il blues.
Ho apprezzato tantissimo il suo tentativo, disperato, gridato, insomma, nel suo stile, di salvare un genere come il metal da troppo tempo in crisi di identità. “Bisogna tornare al blues, alle radici”, ripete più o meno con la stessa frequenza con la quale ci ricorda di aver scaricato camion per una vita.
Lui lo ha fatto davvero, di tornare al blues, per esempio con la cover di Still Got The Blues pubblicata assieme a Dario Cappanera anni fa; per lo meno ha provato a rimettersi in connessione con le sue origini.
Non posso negare che nel caso specifico il buon Pino sia stato di grande ispirazione: il suo motto ha infatti rappresentato un pilastro nella mia personale via al blues, ma non fu solo quello. Come al solito si parte da lontano, lontanissimo.
Anni fa, il solito amico con cui sono solito disquisire di questioni musicali ed esistenziali, se ne uscì con questa affermazione sui Manowar: “mi piace praticamente solo la prima fase, quella fino a “Sign Of The Hammer”. Hai presente “Battle Hymns”? Quello è un disco che poteva piacere anche a un fan dei Deep Purple, intriso com’era di scale blues e suggestioni anni ‘70”.
Oggi un gruppo metal classico, aggiungo io, fa una musica che arriva giusto al suo pubblico, dal metallo dopotutto nasce solo la copia in carta carbone di altro metallo. Geniale. Complici la curiosità, la crescita, la pandemia, il black lives matter, le piattaforme e altre cose, a un certo punto la scimmia è salita pure a me e nel blues mi ci sono buttato davvero.
Ma non nel blues tradizionale, bensì quello contemporaneo. E ho scoperto, come in molti casi, un mondo parallelo, enorme, con le sue regole e i suoi miti, il cui epicentro non può che essere l’America.
Soprattutto ho scoperto con mio sommo stupore un genere al passo con i tempi, aperto alle commistioni e incredibilmente vitale.
Intendiamoci, il blues tradizionale può risultare palloso già al quarto pezzo, ma addentrandosi fra quelle note non si può restare insensibili al disagio che emerge dalle vite di chi ha contribuito a forgiarne il genere.
La cultura afroamericana è un ecosistema ancora oggi incomprensibile per l’altra parte del mondo, figuriamoci cosa doveva essere quel microcosmo che in meno di un secolo ha partorito segregazione, intolleranza, violenza, sopraffazione in uno dei momenti storici più degradanti dell’intero genere umano.
La frustrazione di chi ha mangiato la polvere emerge tutta ascoltando quelle note, ancora di più se ci si addentra nelle vite di chi ha scritto la storia di un genere.
Questo non è un articolo guida di un sedicente intenditore di blues, non lo sono affatto, anzi, molti esperti e musicisti della vecchia guardia probabilmente schiumeranno nel leggere le prossime righe. Non vi parlerò di Muddy Waters e John Lee Hooker, che se uno ha il coraggio di andare oltre le hit suonano comunque ancora oggi più mostruosi che mai.
Vi parlerò delle ultime generazioni, di quegli artisti cui sono arrivato per prossimità, che in qualche caso strizzano l’occhio alla nostra audience e che, non ultimo, mi hanno stupito per la capacità di parlare un linguaggio vecchio con parole nuove. La mia quindi non vuole essere una guida, piuttosto il riassunto di un tragitto personale che potrebbe suonare interessante e stimolare la curiosità di qualcuno.
JOE BONAMASSA
Impossibile nel 2025 imbastire una conversazione minima sul blues senza partire da lui. Newyorkese, classe ’78, amato e odiato dai puristi del genere, ha traghettato il blues nel nuovo millennio tirandolo giù dagli scaffali polverosi e rimettendolo a lucido. Tante le note di merito, uno stile roboante, i flirt con l’hard rock firmato Black Country Communion grazie al quale si è costruito una reputazione presso il nostro pubblico, il sodalizio con Kevin Shirley in console e Anthony Fig dietro le pelli. Joe è capace di sfornare un prodotto ogni due anni sul mercato senza mai ripetersi o dare evidenti segni di stanchezza. A riprova della sua flessibilità, pubblica numerosi live anche tributo, ora della British Invasion, ora del Delta Blues, ora acustici. Senza dimenticare il sodalizio in parallelo con la sanguigna voce di Beth Hart, insomma, un artista a tutto tondo, estremamente moderno nel sound e nell’attitudine. Fare una carrellata dei suoi dischi suonerebbe ripetitivo, piuttosto è interessante analizzarne a fondo l’attitudine, perché se da un punto di vista musicale la sua collocazione è piuttosto chiara, nell’immagine gioca spesso, forse troppo, con gli stereotipi e il linguaggio del genere. Un mio amico (un altro, ho amici saggi io come potete vedere) diceva, con evidente riferimento a Eric Clapton, che il vero blues puzza d’ascella e non veste Armani. Per Bonamassa potremmo però fare un’eccezione, specie quando tributa gli ZZ Top e cita gli Whitesnake:
Joe Bonamassa – Just Got Paid
GARY CLARK JR.
“Da giovane si era fatto strada facendo da leccaculo ai potenti”. La citazione potrebbe calzare a pennello per Gary Clark Jr. più di quanto si creda. I primi passi sono quelli dell’ennesimo clone, di livello ovviamente, di Jimi Hendrix. Col tempo il ragazzo incamera sempre più le influenze della black music, Motown e Prince in particolare, flirta con il cinema (come in Elvis del 2022, dove recita nel ruolo di Big Boy) e fa da session man a gente del calibro di Alicia Keys e Beyoncé. Tutte queste esperienze lo caratterizzano al punto che dal vivo è uno showman a tutto tondo, suona, canta, ballicchia, non necessariamente in contemporanea, non necessariamente in quest’ordine. I primi due dischi sono una rarità e forse restano reperibili giusto in qualche remoto store del Midwest, Blak And Blu, il suo vero debutto, porta a casa due nomination ai Grammy Awards, ma è con This Land che il chitarrista texano fa parlare di sé, anche per le prese di posizione politiche anti-Trump. Nel 2024 è uscito Jpeg Raw e il taglio è ancora più sperimentale, un mischione delle più disparate influenze black anche moderne e c’è pure un duetto con Stevie Wonder. Ho avuto la fortuna di assistere a un suo concerto e mi ha trasmesso un senso di completezza, non saprei come descriverlo altrimenti. Negli ultimi anni è andato in tour con i Guns, Rolling Stones e non per caso è apparso come guest sul disco solista di Slash Orgy Of The Damned uscito lo scorso anno e incentrato su cover di vecchi successi blues.
Gary Clark Jr. – When My Train Pulls In
KENNY WAYNE SHEPHERD
A vederlo sembra il cugino sobrio di Duff McKagan, forse per il capello biondo lungo-crinito. Nativo della Louisiana, è quello che in America gode forse di più popolarità fra i nomi in lista: persino le radio si accorgono di lui a fine anni ’90 quando pubblica Trouble Is…, disco pluripremiato e certificato platino il cui eco è arrivato anche fino a noi. Si potrebbe pensare a un unicum, alla classica botta di culo, e invece è la dimostrazione di come si possa fare del rock blues intelligente fra ballate country rock per il popolino, cover insospettabili, echi hendrixiani e chi più ne ha più ne metta. Il suo rock blues è caldo, melodico e profondamente americano, motivo per cui anche in tempi musicalmente strani come questi è capace di ritagliarsi quel tanto di visibilità che basta, una collaborazione, una comparsata con i nomi di grido o in un qualsiasi late show serale, cose così insomma. A dispetto della familiarità con il mainstream e dell’aria da sventrapapere, Kenny Wayne Shepherd è un chitarrista sopraffino, non più di primissimo pelo, che ha il dono di non suonare una nota superflua che sia una. Non è poco, anche nel blues.
Kenny Wayne Shepherd – Blue On Black (live)
JOHANNE SHAW TAYLOR
Anche Sdangher entra in modalità gender equity e inclusiva, che ce frega dei repubblicani. Ammetto di avere un debole per questa ragazza. Essere donna in un ambiente come quello del blues non è facile né scontato anche al giorno d’oggi, se oltretutto sei inglese di nascita lo sforzo è doppio, anche se il tuo paese ha scritto pagine importanti nella storia del blues bianco. Da un punto di vista strettamente esecutivo, la bionda Johanne per me è la migliore sulla piazza, quella che letteralmente mi emoziona nel sentirla. Se non ci credete, date un ascolto a tutta quanta la versione (stravolta, stravolgente) di questo pezzo:
Joanne Shaw Taylor – Diamonds In The Dirt (live)
Le note dolenti sono più che altro stilistiche: i suoi dischi virano spesso verso il pop, un tentativo quasi disperato di suonare accattivante soprattutto a chi il blues lo conosce per sbaglio, con il risultato di risultare totalmente snaturata rispetto alle sue reali capacità. Quando si cimenta invece nel puro blues, con il disco intitolato per l’appunto The Blues Album ecco che si posiziona su livelli più consoni alla sua classe.
KINGFISH INGRAM
Se nasci a Clarksdale, Mississippi hai in qualche modo il destino già scritto sulla carta di identità. Christone “Kingfish” Ingram è un patatone del Sud classe ’99 che suona la chitarra meglio di chiunque altro, al punto che tre anni fa si è portato a casa un Grammy Award per il miglior album di blues contemporaneo grazie al suo secondo lavoro in studio “662”, riferimento naturale alla strada del blues che porta dritti a New Orleans. Giudicate voi:
Christone “Kingfish” Ingram – “662”
Anche se Christone è nato sulla Blues Trail, cresciuto a dosi giornaliere di bourbon, cucina cajun e la storia di Robert Johnson come fiaba della buonanotte, resta un ragazzone con i piedi nel presente, capace di ironizzare sui tic dei nostri giorni come nella hit Long Distance Woman:
Christone “Kingfish” Ingram – Long DIstance Woman
ERIC GALES
Ex bambino prodigio come tutti gli artisti sin qui citati (non ci si fa un nome nel blues se non si è tali), questo chitarrista è un simpaticissimo omaccione che per tecnica e aggressività sta davvero una spanna sopra a tutti. Un paio di anni fa è sceso in Italia per una torrida serata in piazza a Fiorenzuola, fra cosce e zanzare come direbbe un cantautore. Anche se non ce n’era bisogno, Gales accese la serata con delle travolgenti improvvisazioni dalla forte impronta hard rock e non stupisce che il genere gli suoni familiare: a fine anni ’90 debutta con la Elektra Records e in carriera ha inanellato una sequenza interminabile e insospettabile di collaborazioni, da Zakk Wylde a Doug Pinnick dei King’s X. Senza dimenticare i continui, ripetuti e immancabili tributi a Hendrix.
Erik Gales feat. Zakk Wylde – Steep Climb
Alla fine come si fa a dare torto allo zio Pino? L’heavy metal tutto è stato pervaso, almeno fino all’avvento del thrash, da suggestioni simili a quelle degli artisti citati. Non sono sicuro che valga la pena per tutti approfondire questi nomi, ma almeno una certa attitudine sarebbe senz’altro da riscoprire. Il blues è una musica che non conosce il divismo, né fomenta il mito della rockstar; il blues è un’esigenza, è sangue e merda, un’inclinazione del tutto votata alla musica e all’esecuzione. Tornare alle radici, abbiamo solo da guadagnarci.

