Riguardando Black Christmas di Bob Clark. Chi è vissuto al tempo del telefono fisso ha quasi certamente provato l’esperienza di essere molestato da qualche sconosciuto. Per un periodo della mia vita, quando vivevo ancora con la mia famiglia a metà anni 90, ricevemmo chiamate da qualcuno. Si limitava ad ascoltare, non parlava. Un giorno mia sorella, appena quattordicenne, dichiarò di aver capito chi fosse e le cose precipitarono. Erano già dei mesi che la cosa andava avanti e noi la sopportavamo, anche perché: rispondevamo al telefono, il tizio non fiatava, attendeva non si sa bene cosa, noi pure, riattaccavamo e… Chiamava ancora, ripetevamo l’operazione e poi niente. Stacco per diverse ore. Poteva succedere un’altra volta nell’arco della stessa giornata e andò avanti per mesi e mesi, quindi a un certo punto ci abituammo. I primi tempi tentammo tutti un dialogo con lui, io, mia madre, mia nonna, ognuno a modo suo. Poi lo respingemmo, lo minacciammo, lo provocammo. Per un breve periodo confesso di essermi lasciato andare in imbarazzanti monologhi da seduta sul lettino. Non una parola da parte sua. Se era uno psicologo, doveva essere di formazione freudiana. Ma non credo lo fosse, uno psicologo e forse non era neanche un maniaco, stile Black Christmas.
Arrivammo al punto che neanche ci perdevamo più l’ossigeno. Riattaccavamo e basta. Drin. Pronto. Riattaccavamo. E così via.
Beh, come detto prima, un giorno mia sorella si convinse di aver capito chi fosse a chiamare. Sembrò così sicura di saperlo che io quasi le credetti anche se non capii cosa avesse intensione di fare. Di sicuro era intenzionata a vedersela con lui. A noi non voleva dire chi pensava che fosse. E proprio allora, per un po’ le chiamate si interruppero. Poi ripresero, e un pomeriggio in cui mia sorella era sola in casa, il telefono squillò e lei rispose.
Il solito silenzio dall’altra parte.
Era lui. O lei, certo.
Lei mormorò qualcosa. Dall’altra parte ci fu una reazione. Poco dopo mia sorella riattaccò e andò a nascondersi in camera dei miei, dove c’era un altro telefono; in quegli anni di solito se ne trovavano un paio in ogni una casa. Ce n’era uno all’ingresso e uno magari al piano di sopra, in una delle stanze da letto. Da noi era così.
Mia sorella telefonò alla vicina e la implorò di raggiungerla subito perché lei “era in pericolo”.
Sospendo questo preambolo per parlarvi effettivamente del film, riprenderò la storia più tardi.
Black Christmas di Bob Clark è uno degli horror più inquietanti che abbia mai visto e per questo ne scrivo. Non voglio giudicarlo e fare un pippone da critico. La rete ne è già piena. Ci sono interpretazioni femministe, anti-abortiste, alcune pure molto brillanti e inevitabili visto che in parte la storia fa leva sul caso giudiziario Roe vs. Wade del 1973. Ma non è il mio caso. Io voglio affrontarlo perché mi spaventa ancora dopo anni, ogni volta che lo rivedo. E devo capire perché.
Non so se qualcuno abbia mai scritto un saggio sugli horror “al telefono”. Lo si potrebbe intitolare “Telefoni neri” o qualcosa del genere. Dagli anni 60, sempre di più, nei film angoscianti c’è la scena della voce misteriosa che chiama nel cuore della notte per dire cose minacciose o indecifrabili.
Ora nel Cinema è un espediente scomparso quasi del tutto. Gli smartphone sono usati come strumento di terrore, certo. Spesso la paura si scatena partendo dal metterli fuori uso. Ma le chiamate anonime non capitano più nei film nuovi e tantomeno nelle serie televisive, a meno che non siano ambientate negli anni 80 o 70.
Black Christmas è uno dei più grandi horror al telefono.
La trama è questa. Un pazzo chiama e richiama un dormitorio femminile e parla di cazzo, figa, sesso spinto, tira in ballo una certa tizia di nome Agnes, inveisce contro la sua “mammina” e poi a un certo punto, è la voce della mammina a tormentare lui, che risponde singhiozzando e disperandosi come un bambino. A volte non sembra nemmeno un solo uomo a parlare. Le voci al telefono, in Black Christmas, si avvicendano in una zuffa terribile. Non solo madre e figlio e adulto arrapato, ma anche un maiale e una vecchia strega che ride di tutto questo.
Le giovani protagoniste rispondono al telefono a turno e affrontano le chiamate, inizialmente, con un certo spirito. Sono tutte ragazze smaliziate e a quanto pare, nel Canada degli anni 70, il femminismo non aveva prodotto pessimi risultati.
La rappresentazione che Bob Clark fa del micro-mondo femminile nel suo film, all’interno di questa “sorority house” o confraternita con il nome greco o qualsiasi cosa sia, vicino all’Università in cui queste ragazze studiano, è un posto molto simpatico, allegro, pieno di poster osceni alle pareti, di tipo contro-culturale. Probabilmente ci sono sigarette magiche nei cassetti, falli finti negli armadi e si sicuro è pieno di bottiglie di alcolici, nascoste negli sciacquoni del bagno e persino nei libri.
Black Christmas non ha una trama attendibile, chiariamolo subito. In alcuni momenti è dura mandar giù i fatti, ma c’è qualcosa che supera il bisogno di una logica ed è quello dell’orrore, della paura che vogliamo provare. E questo film riesce a farmela provare soprattutto con un finale da cagarsi addosso. In Canada ne sanno qualcosa di grandi finali perturbanti, vi basti ricordare quello strepitoso di Sleepway Camp.
Ci sono alcuni elementi nella scena conclusiva che ghermiscono il mio apparato spiritual-intestinale. Lo vidi per la prima volta una notte lontana, era d’estate nei primi anni 2000, verso l’una. Finii la vecchia registrazione di terza mano presa da Italia 1. Ricordo che spensi la TV e trascorsi due ore a rigirarmi nel letto.
Per prima cosa il suono.
C’è un orologio a pendolo in casa. Il posto è un cottage molto grande, ricco di presenze, specie durante la notte di Natale, con quelle ragazze fighe ma non volgari, intelligenti ma non pesanti, aperte al sesso ma responsabili, che si aggirano nelle stanze e fanno battute, si stuzzicano tra loro amabilmente.
Questo all’inizio.
In 80 minuti sono successe parecchie cose brutte, è morta diversa gente e c’è solo la protagonista sdraiata sul letto. Sta riposando dopo aver ucciso il fidanzato assassino, aver perso alcune delle sue migliori amiche ed essere sopravvissuta a un paio di aggressioni. In corpo ha un bambino, ma non ci domandiamo più se abbia ancora intenzione di disfarsene.
Quel sonno è un crollo pesantissimo. Lei dorme e intorno al letto ci sono i poliziotti che parlottano. Nelle altre stanze sale a più riprese un vociare caotico. Sono i giornalisti e poi chissà, amici e parenti.
Una sirena della polizia continua a suonare all’esterno. Le voci della stampa si alzano per protestare quando un agente sentenzia che devono lasciare la scena del crimine. “Lasciamola riposare” dicono tutti i presenti. E intanto io penso, “ma come? Non potete lasciarla di nuovo sola, cazzo”
In poco tempo la casa si svuota e lo fa come sempre molto in fretta.
Succede già all’inizio del film, dopo la prima telefonata del maniaco. Un momento è pieno di persone e poco più tardi, se ne vanno tutti, restano poche ragazze. La sorority sembra così popolata, sicura. Un po’ come quando intorno al fuoco tutti ascoltano la storia di spettri e rabbrividiscono e si guardano imbarazzati, incerti. Hanno paura ma sono assieme. Sarà dopo, quando saliranno nelle rispettive stanze, che gli spettri della storia li acciufferanno. Il passaggio tra la festa, la chiamata che tutte le ragazze ascoltano assieme, intorno al telefono, è un po’ la stessa cosa. Lì per lì scherzano, fanno battute, lo sfottono pure, al maniaco, ma dopo che lui ha attaccato e ha promesso di “venire a uccidere” la più temeraria e sboccata di tutte, ecco che la casa si svuota. Nelle stanze scende il silenzio. Molti ospiti se ne vanno. Alcune inquiline restano lì, circondate da molte stanze piene di scricchiolii e di strani echi e il ricordo della chiamata.
Ho sempre avuto paura di posti che sono prima molto pieni e poi vuoti. Avete mai attraversato il lungo corridoio di una scuola, di sera, quando tutti sono andati via e non sapete se i passi in fondo sono del bidello che sta aspettandovi all’ingresso o solo l’eco dei vostri e di qualcuno alle spalle?
Ma torniamo al finale. La ragazza dorme in mezzo a tutti quanti. Sembra ormai salva, l’omicida è stato ucciso e lei è salva. Nel giro di pochi secondi gli agenti e le persone care la lasciano in pace, qualcuno spegne la luce e le presenze all’esterno si diradano. Sappiamo che un poliziotto starà fuori, di guardia ma non ci basta. Il gran rumore di tutta quella gente si dissolve in poco tempo e nella casa, emerge il tonfo ritmico dell’orologio a pendolo. I suoi rintocchi attraversano l’intero edificio.
La regia si sposta con un movimento fluido, su ogni stanza dove sono accadute le cose più terribili. Lo fa anche Antonioni in L’eclisse. Nel finale, dopo che la storia d’amore tra Monica Vitti e Alain Delon è finita, lui torna a mostrarci quei luoghi in cui sono successi i momenti salienti della relazione. Sono luoghi banali, tranquilli, ma ancora intrisi del vissuto intenso di quei personaggi che abbiamo seguito per tutto il film e che a noi spettatori, con quel che sappiamo e abbiamo condiviso assieme ai protagonisti, suscitano malinconia. Sorprenderà alcuni di voi, ma i film del nostro Michelangelo, hanno ispirato diversi registi horror anglo-americani degli anni 70. Per esempio anche gli autori di Messiah Of Evil.
Clark fa la stessa cosa di Antonioni in L’Eclisse ma in chiave horror.
Dall’ingresso alla soffitta c’è questo rintocco del pendolo, che passa inesorabile, indifferente su ogni scena priva di personaggi. Ha sempre scandito i secondi durante tutto il film quel maledetto orologio, ma era coperto dalle risate delle inquiline, dai battibecchi di due amanti, dalle telefonate del maniaco e poi dalle urla quando il tizio ha mantenuto le sue promesse di ucciderle tutte. Inutile che ve lo dica ma richiama quel racconto di Edgar Allan Poe: La maschera della morte rossa. Vi ricordate che anche lì, nel palazzo dell’orribile Principe Prospero c’è un orologio a pendolo d’ebano e si trova proprio nell’ultima stanza del palazzo, quella più sinistra. Il suono raggiunge sotterraneamente tutte le stanze in cui gli scampati alla pestilenza, tentano disperatamente ogni minuto di sovrastare quel rintocco di angosciose reminiscenze funebri e fatali con una folle e farsesca festosità.
Il pendolo dell’abitazione di Black Christmas è il cuore della casa stessa. Un suono che si ripete e che sembra una specie di zoppichio in avvicinamento. A quello, Clarck aggiunge il vento. Vi è mai capitato di ascoltarlo in qualche casa vecchia piena di spifferi? Quel madrigale di voci spettrali che scuotono i muri, smuovono le porte chiuse, il vento delle più desolate giornate invernali, che vi descrive un indolente traffico di spettri malinconici a pochi passi da voi. Da bambino lo percepivo così, in casa dei miei nonni, che era grande e decrepita. Mi spaventava molto, più dei tuoni e dei lampi, quel vento lì.
Al pendolo e al vento, l’orchestra del male gestita dal compositore Carl Zittrer
e Bob Clark stacca con l’impetuoso primo violino che già conosciamo bene: il driiiin del telefono. Ancora. Ce lo aspettavamo ma sventra comunque la nostra attesa come un coltello farebbe con la pancia tesa e pulsante di una donna terrorizzata. Squilla… e squilla… e squilla.
Intanto saliamo in soffitta dove c’è ancora il cadavere della padrona di casa e soprattutto quello della prima ragazza uccisa. Lei è lì da pochi minuti dopo l’inizio del film e ci rimarrà ancora per parecchio tempo, nella nostra memoria.
I poliziotti di Black Christmas sono così incapaci che molta gente non li crede possibili, mentre io so che probabilmente è la cosa più realistica di tutto il film. Dopo decenni di investigatori infallibili e squadre di poliziotti intraprendenti e molto svegli, ecco a voi un distretto di scemi, non molto presi a sbrogliare la scomparsa di una ragazza, le telefonate anonime di un pazzo e un gatto fuggito di casa con la stessa svogliata attitudine da impiegati delle poste.
Non si sono mai accorti che lei è lassù. Il volto infagottato nella plastica, bloccato in un’espressione incredula, terrorizzata. La bocca aperta, gli occhi spalancati. L’assassino l’ha portata in soffitta e l’ha sistemata su una vecchia sedia a dondolo di fronte alla piccola finestra della soffitta. Lui le parla e la culla perché è ancora vivo, al suo fianco e ha ricominciato a telefonare, come ha sempre fatto, per tutto il film.
C’è uno stacco e siamo improvvisamente volati fuori dalla casa. Vorremmo altra azione, un secondo finale in cui il maniaco creduto morto torna in vita e viene di nuovo fermato, forse. Ma no. Non c’è tempo. Basta azione. Accontentiamoci di quella che abbiamo avuto. Ora è tempo di andare a dormire. Ascoltate la fredda notte di natale canadese, in un quartierino carino e molto tranquillo. Ecco un cane che abbaia in uno dei giardini del vicinato e un telefono che squilla in una delle case. Sappiamo da quale casa. Il poliziotto è lì sul portico in marcia, con un fucile tra le mani, ma non entra a rispondere al telefono. Al punto che ci chiediamo se non sia un’illusione. Un sogno nella testa della ragazza sopravvissuta che sogna e riposa nel suo letto solitario.
I titoli di coda iniziano a scorrere e la cinepresa si allontana sempre di più dal tetto della casa-dormitorio. Si tratta di un finale disperato, beffardo e magnifico. La cinepresa allarga lo sguardo su una veduta totale e calma. Qualcuno fa notare che è lo stesso finale “rassicurante e beato” che Clark riprodurrà in un suo film successivo, una commedia natalizia intitolata A Christmas Story. Due facce opposte dello stesso universo.
Noi non perdiamo di vista la finestrella della soffitta, il profilo del cadavere illuminato dal baluginio di una candela posta davanti al corpo della ragazza da ore. C’è ancora accesa la lampada nella stanza dove un’altra ragazza è stata accoltellata. Il materasso è stato spogliato di tutte le coperte. Il corpo non c’è più ma le macchie di sangue su di esso sono lì, con la lampadina lasciata accesa dai poliziotti sbadati. La veduta dall’alto dell’abitazione dove è accaduto tutto quanto, sembra solo una grande e bella casa addormentata. Già a quella distanza non si può intuire che la cosa dietro la finestrella sia un cadavere.
Avete mai pensato a cosa c’è nel buio delle finestre vuote, quando passate sotto qualche grande casa? Avete mai pensato a quali segreti sono lì in attesa di essere scoperti e che forse vi stanno osservando in disperante attesa?
Credo sia geniale e terribile. L’orrore è incistato nella normalità. Non lo vediamo perché non ci conviene. Meglio ignorare il driiin del telefono come fa il poliziotto.
Ma cambiamo discorso.
C’è un elemento che si è perso nel più moderno slasher movie, dal post-moderno dei vari Scream di Craven e Williamson fino alle più recenti rivisitazioni cosplay degli slasher anni 80 su Netflix.
Il dolore.
In molti degli horror anni 80 è un ingrediente fisso, ma non considerato dai nuovi produttori di American Horror Story. In particolare non me lo aspettavo, come diverse altre cose, dai Weinstein, finanziatori e supervisori della saga di Ghostface e di uno degli slasher d’annata più belli di sempre, The Burning.
Con dolore non intendo la sofferenza fisica esaltata nei primi 2000 col torture porn. Parlo della sofferenza dell’assassino, la sua cazzo di umanità deviata, la sua intima e squallida vita da imprigionato in un manicomio mentale. L’esistenza di uno schizofrenico non è divertente. Quasi sempre i maniaci seriali dei film anni 80 sono schizofrenici, esatto. Il narcisismo alla Patrick Bateman arriverà dopo, con il romanzo di Ellis e dilagherà negli anni 90 e 2000.
Spesso dietro le gesta dei pazzi con il coltello, soprattutto di quelli degli anni 70/80, c’è tanta solitudine e tanta sofferenza. Cosa c’è di più desolante della casa nel bosco in cui Jason tiene la testa mozzata della madre, circondata di candele in L’assassino ti siede accanto? Che cosa provate quando vedete in Deranged Ezra Cobb che riporta a casa il cadavere della vecchia mamma, in avanzato stato di decomposizione, perché incapace di vivere senza lei? E cosa provate quando Marty il secchione, in Jolly Killer vaga nel liceo abbandonato mentre le sue vittime gli rivolgono sorrisi di scherno direttamente dalle loro larghe ferite mortali? Tristezza, perché quella è comunque una mostruosità umana e quindi parente alla nostra cancerosa e dilettevole umana natura.
In Black Christmas a sconvolgermi non è tanto la parte minacciosa e malata delle telefonate, anche se sono meravigliose sia doppiate in italiano da Elio Pandolfi (Ladro d’un Baggins!!!!) che nell’originale interpretato da Nic Mancuso e integrato dallo stesso Bob Clark e altri tre attori, con un effetto paranormale in stile Esorcista che aggiunge grande effetto e rappresenta bene la schizofrenia del personaggio. Ma non è quello a farmi soffrire, è per il dolore che il tizio, Billy, sente mentre cede alla possessione di quelle voci interiori.
Lui è una tormenta di spiriti, come se un incessante grido infernale lo pervada, costringendolo a fare cose terribili pur di trovar pace e far cessare tutte quelle voci.
C’è tristezza, oltre all’ansia e al senso di pericolo, nelle azioni che svolge in soggettiva, quando spacca tutto nella soffitta. Si avverte una contorta e fragile umanità intrappolata in un loop di violenza estrema. Ma è qui che Black Christmas offre qualcosa di speciale al pubblico e che secondo me spiega come mai non si dimentichi tanto facilmente.

Seguite un attimo cosa sto per dire. I maniaci seriali che hanno popolato i franchise di Halloween o Venerdì 13, successivi ai prototipi e considerati oggi, col senno di poi epigoni di Billy, sono dei super-uomini, macchine da guerra, delle specie di Terminator con la maschera e il coltellaccio. I buoni li bruciano, li annegano, li prendono a pistolettate, ma questi non muoiono. Si rialzano e continuano a uccidere. In loro non c’è alcuna pietà. Lasciamo perdere la discriminante repressiva teorizzata da Williamson: loro uccidono e basta. Sembrano rappresentare la morte stessa, nell’inamovibilità e l’ineluttabilità asociale delle danze medievali.
E invece Billy è un uomo. Non lo vediamo. Clark usa le soggettive e l’atroce particolare dell’occhio folle, come Bava, Argento e tutti gli altri registi dei thrilling all’Italiana prima di De Palma. Soprattutto però ci fa vedere Billy ascoltando la sua voce. Con essa ci permette di sbirciare qualcosa che la nostra società, così ossessionata dai serial killer e dal true crime oggi più di ieri, ci tiene ben nascosto: ovvero quando il mostro effettivamente fa le sue cose e diventa a tutti gli effetti una bestia irrefrenabile e rivoltante.
Se ci pensate, solo nel finale di Psycho, vediamo il volto trasfigurato dalla pazzia di Norman Bates, e fa più paura, almeno a me, del teschio di sua madre illuminato dalla lampadina sul soffitto con Herrmann che fa cadere nelle nostre orecchie una valanga di violini. Anthony Perkins con la parrucca, che urla muto mentre viene bloccato nella trance omicida dalle forze dell’ordine.
Non vediamo mai gli assassini in azione, al cinema.
Nemmeno in American Psycho c’è il fuoco emotivo della mattanza. Il protagonista Bateman, parla e parla e parla, mettendo sullo stesso piano i biglietti da visita degli amici, le sue band preferite, dei porno e un festino cannibale che consuma in casa propria. Ma non lo vediamo davvero quando si concede di perdere il controllo e fisiologicamente divora, stupra, spezza, scuoia e mutila le sue povere vittime.
Anche in TV, i serial killer più famosi li vediamo sorridenti, pensierosi, ai processi, dietro le sbarre. Non riusciamo e non vogliamo immaginarli mentre fanno le cose terribili che la stampa ci racconta ripetutamente da decenni. Come respirava Ted Bundy mentre sodomizzava una ragazza, che voce aveva in quel momento? Che suono aveva la sua risata mentre le sue vittime lo imploravano di lasciarle andare?
Siamo abituati a vedere le facce dei serial killer più celebri. Ormai alcuni di loro sono delle icone. Scopriamo le cose orribili che hanno fatto alle vittime e osserviamo i loro volti mentre guardano il vuoto durante il processo. Abbiamo anche qualche scatto in bianco e nero quando erano adorabili bambini a scuola o solerti padri durante le feste in famiglia.
Secondo me Black Christmas tenta in modo onorevole di mostrarci qualcosa nel buio più fondo, soprattutto attraverso i rumori, le grida. Qualcosa di molto simile a un vero demone in azione, come direbbe Francesco Migliaccio su quel fottuto podcast irresistibile come un pacchetto di noccioline.

Ancora due parole su Billy. Di lui esiste, con mia grande sorpresa, una pagina wikipedia davvero molto approfondita e dettagliata che potete consultare come ho fatto io prima di scrivere questa roba. Per crearlo, gli sceneggiatori si sono ispirati alla leggenda metropolitana della babysitter e il maniaco al telefono (ripresa poi pari pari dal film When A Stranger Calls del 1979) ma trae spunto da vari casi di cronaca nera avvenuti in Canada, tra cui quello di George Webster, il giovane che fece fuori tutta la sua famiglia e poi la storia due serial killer canadesi: il lip-stick killer William Heirens (alla base anche di Quando la città dorme di Fritz Lang) e lo stupratore vampiro azzannatette Wayne Boden, operante “tra Montréal e Calgary principalmente d’inverno”.
Tutto questo e altro ancora è Billy. Ma di fatto, quando guardiamo il film, non sappiamo proprio un bel niente di lui. E il bello è questo. Perché ha preso d’assalto la casa delle ragazze? Cosa ha combinato con Agnes? Boh… sta a noi immaginarlo e come Bob Clark ha sempre sostenuto, nessuno meglio di noi può davvero trasformare Billy nell’incubo peggiore che abbiamo mai avuto. Per fortuna ho visto Black Christmas molto tempo dopo le chiamate del tipo di cui vi ho detto all’inizio.
E adesso vi racconto il resto della mia storia, certo.
Quando la vicina raggiunse mia sorella nella stanza dei miei genitori, la trovò in lacrime e tremante in un angolo della stanza. La donna era entrata nella nostra casa senza problemi perché al tempo durante il giorno la porta era sempre aperta. Vetralla era un posto molto tranquillo. Lo è ancora, abbiamo avuto un paio di brutte storie, ma di solito non succede nulla di pericoloso; non al punto di chiuderci a chiave dentro casa di pomeriggio.
Mia sorella ha raccontato di aver detto al tipo del telefono: “io so chi sei, tu sei Giulio, vero?”
Per un po’ nessuna risposta. Poi un profondo sospiro, forse un risolino e dopo una voce profonda e strozzata le disse: “adesso vengo lì”.
Era una voce diversa da quella che si era aspettata mia sorella. Decisamente non si trattava di Giulio, un suo compagno di scuola che pensava avesse una cotta per lei e non sapesse in che altro modo esprimerla. Non aveva idea di chi fosse. Non siamo mai riusciti a scoprirlo.
Dopo quella chiamata però, non solo il molestatore misterioso non mantenne mai la parola e non venne mai a trovarla, ma le telefonate finirono per sempre. Erano tempi interessanti.

