Gli Shaman e gli Shaaman – Breve storia triste

Sfogliando riviste del 1996 e del 1997, si nota molto la presenza degli Angra. Metal Shock li mise addirittura in copertina, una volta. Per chi ne scriveva al tempo, erano il gruppo metal su cui puntare. Holy Land aveva sbancato in Europa e in Giappone e quel mix di bla bla bla… Non devo spiegarvi io di che disco fosse, andate a leggervi l’articolo di Trainspotting Bargone su Metal Skunk. Momentino che ve lo linko.  Ok. Holy Land, dicevo. Beh, io sono convinto che ancora oggi sia un capolavoro assoluto nell’intero decennio. Ma proprio a quel punto, sul più bello, per gli Angra le cose cominciarono ad andare parecchio a puttane. André Matos era talmente proiettato su nuovi percorsi fuori dalla band che a fatica l’etichetta riuscì a “contenerlo” nell’attesissimo seguito, Fireworks.

Fireworks è bruttino.

Nel tempo si è domandato a Matos e agli altri autori di Holy Land, come mai quella commistione tra metal e musica brasiliana non fosse stata sviluppata ulteriormente e in modo deciso nei lavori successivi degli Shaman e degli Angra. André confessò che non voleva essere incastrato in ciò che presto sarebbe diventato un cliché.

Vi confesso una cosa prima di proseguire.

Pur amando Holy Land e apprezzando l’innesto della bossa nova in un contesto da power metal stile Helloween, ho evitato per anni di ascoltare un altro lavoro degli Angra. Fireworks l’ho evitato per tanto tempo. Quello e qualsiasi altro progetto coinvolgesse ex Angra, proprio perché ero sicuro che avrebbero continuato tutti, insieme o separati a fare power-latino e che la cosa, per quanto mi fosse piaciuta moltissimo in Holy Land, sentivo che mi avrebbe sfranto i coglioni dopo un minuto in qualsiasi altro contesto creativo oltre quel discone.

Pensate la sorpresa quando, ascoltandomi Fireworks, Rebirth o i due primi lavori degli Shaman, non ho trovato quasi traccia di bonghi, arpe andine e flautini marittimi e altre fricassee brasileire. Certo, però a togliere quell’elemento, il resto è solo power che rotola sempre più sgonfio in una porta vuota di uno stadio dismesso per inagibilità.

Qualcosa di buono c’è, ma lo vedremo più avanti.

Insomma, gli Angra realizzarono Holy Land e poi scapparono tutti, come da una casa in fiamme.

Dicevo che Fireworks è bruttino. Nel tempo credo pure che le cose siano peggiorate per quel disco. Fatico a risentirlo. Mi aggredisce una stanchezza al solo pensiero di misurarmici ancora.

Togliendo un paio di brani, Lisbon e Speed, ho l’impressione che sia tutto una gran mosceria. Certo, ce ne sono di cose infelici dietro:

1 – scelta sbagliata del produttore famoso (Tsangaridas, che non ha capito una cippa degli Angra)

2 – un posto sbagliato dove registrarlo (Inghilterra, il cui clima procurò diverse infiammazioni alla gola di André)

3 – una prevedibilmente avida gestione del gruppo da parte dell’etichetta, che probabilmente avrebbe voluto far salire gli Angra al livello successivo e si ritrovò schiacciata dalla mancanza di collaborazione del cavallo brasiliano, precipitando con esso in una buca di risentimenti ed esaurimenti.

Nei ricordi di Matos, che ha sempre espresso opinioni drastiche su tutto il proprio percorso dentro e fuori dagli Angra, il gruppo non fu semplicemente lasciato in pace a far musica. C’era troppo movimento intorno, troppa gente che voleva dare consigli e presto gli umori si incrinarono.

Nel giro di mesi, pochi mesi, gli Angra passarono dall’entusiasmo per aver realizzato un capolavoro, alla depressione per essere intrappolati in una noiosa gabbia di routine promozionali e dispetti tra ex amici.

Quando in studio scoprirono che la vena incandescente di creatività che nasceva dalla connessione tra i cinque elementi era ormai preclusa, dato che non c’era più comunione d’intenti, le cose finirono subito.

Il gruppo si divise.

Sapete poi cosa successe. I due chitarristi ripartirono dagli Angra mentre André e la sezione ritmica ricominciarono da zero con i Shaman, poi chiamati Shaaman per evitare beghe legali con un altro gruppo che aveva già opzionato quel nome di merda (anche se a un certo punto, la seconda A sparì di nuovo). In entrambi i casi era un monicker insulso che non rilanciò Matos come avrebbe sperato.

Da quel momento in poi, non solo André e gli altri Angra dovettero continuare a rispondere di un confronto inarrivabile con il proprio passato (Holy Land) ma anche tra le due band nate dal divorzio di quella famiglia.

I due lavori degli Shaman, Ritual e Reason, festeggiati allora con dei gran voti, almeno in Italia, scandirono in piccolo, la stessa parabola degli Angra storici. Entusiasmo e una certa rinascita creativa con Ritual; una nuova crisi di idee e di convergenze al secondo disco, inasprita dagli scarsi riscontri di pubblico e dall’obbligo di frequentazione tra gente che ormai non riusciva più nemmeno a guardarsi in faccia mentre si parlava.

La nuova separazione disintegrò ulteriormente ciò che era già tagliato a metà, vale a dire quella favolosa formazione che aveva creato Holy Land.

Per qualche tempo gli Angra, i Shaman e la André Matos Band, seguitarono a far dischi e sgomitare litigandosi spazio tra i grandi palchi brasiliani e le fiere di provincia in Europa, fino a quando morì chi sapete voi e non è mai morto chi in eterno può attendere a una rinascita impensabile.

Gli Angra, pure se hanno realizzato con quel nome, lavori scadenti, restano comunque i grandi Angra di Angels Cry e Holy Land, ma cosa ne facciamo dell’eredità degli Shaman? Gli attuali non saprei cosa stiano combinando. Quelli di inizio anni 2000 beh, vediamo.

Riascoltando Ritual e Reason è palese il dislivello con il passato e in particolare tra le due uscite stesse.

La prima recupera entusiasmo sul versante power, anche se aggiunge qualche momento più sperimentale e dark (la title-track); tutto sommato è una roba dignitosa, che merita una riscoperta, sicuramente più di Fireworks e Rebirth.

Reason invece non mi convince proprio, sia per l’indurimento stile Blaze Bayley del sound, con l’accordatura ribassata e sia per un approccio più a cazzo duro ed essenziale che portò Matos ad appiattirsi su tonalità un po’ troppo monotone per le sue potenzialità auliche.

E voi che ne pensate? No, voglio saperlo, dai.