I Def Leppard sono considerati un gruppo sfortunato, per le diverse tragedie che ha dovuto affrontare e che ha superato con coraggio eccetera. Io invece credo che sia un gruppo dalle tante fortune e sfortune, perché è innegabile quanto il mercato gli abbia detto bene negli anni 80 e persino alla prima metà degli anni 90, con certe ballad semi-acustiche in grado di mandare in alto nelle classifiche delle uscite tappabuchi come Retro-Active e Vault.
Certo che pure da quel lato lì si sono beccati diverse batoste; per esempio al tempo di Adrenalize. Erano da poco tornati in giro e nelle interviste gli si chiedeva più che altro cosa avesse voluto dire la perdita di Steve Clark e di come era stato rimettersi in pista per l’ennesima volta, nell’arco della loro travagliata carriera. Del disco non fregava un cazzo. Nessuno badò a esso se non come risultato positivo di un duro lavoro emotivo condizionato da eventi esterni.
Sia chiaro, non era brutto, Adrenalize. Se fosse uscito nel 1990, il pubblico l’avrebbe premiato di sicuro, ma dopo Nevermind e Ten, dopo Achtung Baby e Dirt, un grande gruppo come il loro, doveva accorgersi che le coordinate mercantili erano cambiate e che sarebbe stato un suicidio sondare la predisposizione festaiola, scarsamente evidente da parte delle nuove masse giovanili, con un pezzo come Let’s Get Rocked.
Nel 1996 però i Def Leppard avevano capito ormai tutto e quindi, si ripresentarono con un lavoro che Fuzz Pascoletti, magnanimo sul voto e la generosa recensione, provò a definire come “uh… strano!”.
A riascoltarlo oggi non lo era. Sì, avevano usato un po’ di roba etnica (il Sarangi), una donna contava in spagnolo su un pezzo e di sicuro il suono era stato ripulito di tutta la melassa anni 80 dei vecchi dischi famosi, ma l’andazzo dance-pop di brani come la title-track o Truth? mostrano un gruppo che cercava solo di indovinare un nuovo percorso commerciale in un mondo divenuto improvvisamente poco rock. Almeno per loro non valeva più il vecchio sistema: ciò che sapevano fare bene (i cori cosiddetti anthemici e i riffoni ritmici da batterci le mani tutti insieme in un grande stadio) non contavano più nulla.
C’era ancora la richiesta di gusto melodico-romantico rock. Le ballad ancora potevano salvarti il culo. Su Slang ci sono quindi All I Want Is Everything, Blood Runs Cold, Where Does Love When It Dies ed è lì che i Leppard restano più o meno loro, per quanto non mi sembra siano capaci di realizzare i lenti giusti, capaci di raggiungere le vette delle classifiche di quel periodo; nemmeno nel caso della migliore Breathe A Sigh.
Slang è un buon album e oggi mi diverte ascoltarlo, ma solo perché mi affascina vedere un re costretto a scendere dal trono e rimettersi a combattere per non perdere ciò che ha. Mi domando se i Def Leppard al tempo desiderassero sul serio muoversi lontano dalle solite cose per bisogno creativo o se si fossero soltanto rimboccati le maniche maculate perché dovevano tentare un upgrade.
Insomma, Slang non mi trasmette l’entusiasmo di un’esplosione creativa liberatoria e genuina, nonostante in rischi presi e i cambiamenti affrontati. Mi sa solo di una stramaledetta fatica di dover uscire dalla zona di comfort.
Non che manchi il rock chiaro e tondo: Gift Of Flesh, Deliver Me e Pearl Of Euphoria, rimasticando vecchie lezioni glam rock + Zep e mantengono un po’ i muscoli in azione, ma dubito oggi che ci sia qualcuno che se li riascolti o che sia generalmente intrigato a posteriori dalla svolta di Slang.
Slang era ciò che i Leppard dovettero fare per rimanere a galla in un periodo davvero difficile, condizionato anche da divorzi e lutti in famiglia, non dimentichiamolo.
Sorprende che la band ricordi quei giorni a Marbella, in Spagna come lieto: forse entrare in una stanza e suonare tutti insieme li fece sentire così leggeri, dopo le mega-produzioni di Mutt Lange, lontani dai propri casini, solo pensando alla musica. Slang gli restituì un po’ di quella vigoria sbarazzina di quando erano cucciolini giocherelloni e scattanti.

