Nel pantheon sfavillante e brulicante di divinità della musica heavy metal, esistono opere che fungono da monoliti, punti di riferimento stilistici o commerciali, i cosiddetti “game changer”, che creano un prima e un dopo quel punto sull’ascissa musicale. Vivono poi fenomeni più rari, quasi mitologici, più nelle intenzioni che nel risultato: progetti nati da un’ambizione smisurata, capaci di coagulare in un unico punto focale un numero di talenti tale da far tremare le fondamenta del genere. È il caso di Tribuzy…
Almeno sulla carta. L’album Execution del 2005 e il suo successivo coronamento live, Execution Live del 2007, del progetto brasiliano Tribuzy, rappresentano il paradigma perfetto di questa seconda categoria. Si tratta di un’opera che trascende la musica per diventare un oggetto culturale complesso, un simulacro musicale la cui stessa esistenza pone interrogativi sull’originalità, il culto dell’eroe e l’ansia dell’influenza nell’arte post-moderna. Ma poi…
Nonostante una costellazione di nomi che includeva Bruce Dickinson, Michael Kiske, Roland Grapow, Ralf Scheepers, e virtuosi come Kiko Loureiro e Roy Z, la creatura Tribuzy rimane oggi un oggetto di culto per iniziati, una nota a piè di pagina nella grande narrazione del metal, incessante, monumentale, financo dispersiva e continuamente in movimento.
Comprendere le ragioni di questa anomalia richiede una disamina che vada oltre la musicologia classica, per addentrarsi in un’ermeneutica che intrecci estetica, sociologia del fandom e persino filosofia.
Per comprendere l’album Execution, è necessario prima decodificare il suo deus ex machina, Renato Tribuzy. Non solo musicista, ma figura archetipica del “fan-auteur”: un consumatore di cultura che, raggiunto un livello di perizia tecnica sugli strumenti, rovescia il suo ruolo e diventa produttore, utilizzando il linguaggio dei suoi maestri non per imitarli, ma per dialogare con loro.
Il suo non è stato un semplice atto creativo, ma un meticoloso processo divulgativo. Come un curatore di una grande mostra d’arte, ha selezionato gli “artisti” (i suoi idoli), ha commissionato loro una “performance” (il cantato) all’interno di una “galleria” (le sue composizioni) da lui stesso progettata per esaltarne le caratteristiche uniche.
In un’intervista dell’epoca, Renato Tribuzy chiarì nettamente la sua visione: “Non ho mai pensato a questo come a un ‘supergruppo’. L’ho sempre visto come il mio album solista… Volevo scrivere una canzone che suonasse perfetta per Kiske, un’altra che avesse l’energia di Dickinson… una celebrazione del metal stesso.”
Musicalmente, si colloca in un power/heavy metal di matrice europea, con evidenti debiti verso Helloween, Gamma Ray e Iron Maiden più recenti, ma filtrato attraverso una sensibilità brasiliana che aggiunge calore e un certo virtuosismo ritmico. La produzione, affidata a nomi del calibro di Dennis Ward, Roy Z e Sascha Paeth, è impeccabile, levigata e potente come esigeva lo standard dell’epoca.
Rileggendo in chiave non convenzionale, svela un’ambizione che va oltre la musica. Tribuzy non cerca di superare i suoi padri (il classico complesso edipico dell’artista), ma di canonizzarli all’interno della sua opera. È un’inversione dell’ansia dell’influenza di Harold Bloom: l’influenza non è un fantasma da cui fuggire, ma una reliquia da incastonare in un nuovo altare. Questo atto di suprema venerazione, tuttavia, è filosoficamente problematico: consacrando gli idoli, il progetto rischia di de-consacrare se stesso, diventando un contenitore prezioso ma privo di una propria essenza autonoma e originale
L’album è un capolavoro di mimesi stilistica, un perfetto simulacro nel senso baudrillardiano del termine. È un iperreale oggetto metallico, una copia che ambisce a essere più perfetta dell’originale, un assemblaggio di significanti (la voce di Kiske, il fraseggio di Dickinson) che rimandano a un canone pre-esistente. L’analisi dei brani rivela questo affascinante e perturbante gioco di specchi.
Absolution (feat. Michael Kiske & Kiko Loureiro): è forse il brano più emblematico. La composizione è un power metal melodico e solare, costruito “sartorialmente” sulla vocalità cristallina di Kiske.
Il cantato dell’ex-Helloween è, come sempre maestoso, e l’assolo di Kiko Loureiro (all’epoca chitarrista degli Angra) è un saggio di tecnica e melodia. Il brano è perfetto, forse troppo perfetto. Suona come un eccellente pezzo che Kiske avrebbe potuto cantare su un album dei Masterplan o degli Unisonic.
In Beast in the Light (feat. Bruce Dickinson & Roy Z): si percepisce l’’evento più atteso. Sentire la “Air Raid Siren” su un brano inedito al di fuori degli Iron Maiden era un’esperienza quasi surreale. La canzone è un heavy metal robusto e incalzante, con un riffing che ammicca palesemente allo stile di Adrian Smith e Janick Gers.
Dickinson offre una performance energica e teatrale, come suo solito. Eppure, anche qui, l’ascoltatore si trova di fronte a un paradosso: il brano è eccellente perché sembra una B-side di lusso di Brave New World o Dance of Death. L’ombra del “Padrino” è così vasta da oscurare il nome sulla copertina.
Web of Life si rivela un momento di grande impatto per il pubblico heavy metal. La chitarra di Roland Grapow, leggenda del power metal teutonico, tesse una tela sonora che si sposa magistralmente con una composizione progressiva e malinconica. Il suo assolo, intriso di un feeling neoclassico ma al contempo moderno e aggressivo, conferisce al brano una dimensione internazionale, un marchio di fabbrica inconfondibile.
A questi higlight si aggiungono la potenza teutonica e muscolare di Ralf Scheepers (Primal Fear) su Nature of Evil e la performance dello stesso Renato Tribuzy su brani come Execution e Forgotten Time, dove dimostra di essere un vocalist potente e versatile, capace di reggere il confronto con i suoi illustri ospiti.
L’opera nel suo complesso è di altissimo livello qualitativo. Il songwriting è solido, l’esecuzione strumentale (con musicisti del calibro di Dennis Ward al basso e Jürgen Zierler alla batteria) è inattaccabile.
Ma l’identità è volutamente frammentata.
Execution non è l’album di una band, è una galleria d’arte, una compilation di lusso di brani inediti. Ogni canzone è un satellite che orbita attorno alla sua stella ospite, piuttosto che un pianeta di un unico sistema solare chiamato Tribuzy.
L’intero lavoro può essere visto come un’architettura sonora composta da stanze a tema. Ognuna è arredata impeccabilmente nello stile del suo “ospite”, ma l’ascoltatore attento si chiede: qual è lo stile architettonico generale della casa che le contiene?
La risposta è sfuggente. L’identità di Tribuzy non è uno stile, ma la capacità di evocare altri stili. È un talento immenso, che però si esprime per sottrazione, lasciando il centro del palco vuoto affinché possa essere riempito da fantasmi gloriosi.
Le ragioni del mancato successo mainstream che un disco del genere avrebbe forse meritato, già complesse, si arricchiscono di ulteriori sfumature non convenzionali.
Il metal, come genere, fonda gran parte della sua estetica sulla ribellione, sull’affermazione di un’identità forte e antagonista. L’atto di Tribuzy è l’esatto opposto: è un gesto di sottomissione estetica, di omaggio totale.
Questa estrema riverenza, pur essendo artisticamente nobile, ha privato il progetto dell’energia conflittuale che spesso alimenta la leggenda. Non c’è lotta, non c’è un “nuovo” che sfida il “vecchio”. C’è il vecchio celebrato dal nuovo; un gesto conservatore in un genere che, almeno a parole, si vorrebbe rivoluzionario.
Oggi, in un’epoca di fruizione musicale liquida e dematerializzata, “Execution” può essere riletto non come un prodotto di massa fallito, ma come un bene di lusso posizionale di successo.
Il suo valore non risiede nella quantità di unità vendute, ma nella sua natura di cimelio, di “oggetto da collezione” per il connoisseur. Possederlo non significava solo avere un nuovo cd, ma avere “il disco dove canta Dickinson al di fuori dei Maiden”, un pezzo di storia, una rarità.
In questo senso, il suo “target” non era il mercato di massa, ma la nicchia elitaria dei completisti e degli audiofili, per i quali il valore è dato proprio dalla difficoltà e dall’esclusività dell’esperienza.
Il problema non è stato solo che gli ospiti hanno “oscurato” il progetto. Lo hanno fagocitato ontologicamente. Hanno, cioè, assorbito la sua stessa essenza vitale.
Il progetto Tribuzy esiste in funzione dei suoi ospiti. Se si rimuovono mentalmente le performance stellari, ciò che rimane è musica di altissima qualità, ma priva del suo “principium individuationis”, del suo principio di individuazione.
È un disco che parla della natura del fan, del rapporto tra discepolo e maestro, della costruzione del mito e della persistenza del canone.
Tutto molto bello, poetico, ma perché il fiore non sbocciò come avrebbe dovuto? Nel 2005, il mercato del power metal melodico era all’apice della sua saturazione.
Dopo il boom di fine anni ’90, centinaia di band clonavano gli stilemi di Helloween, Stratovarius e Hammerfall. Per quanto “Execution” fosse qualitativamente superiore a molta della concorrenza, si inseriva in un flusso troppo congestionato. Senza un’identità sonora radicalmente unica e senza la spinta di una band coesa e pronta a un tour mondiale estensivo, rischiava di perdersi nel rumore di fondo, un gioiello tra tanti nel baule dei pirati.
Organizzare un tour con una line-up del genere è un incubo logistico e finanziario. L’evento” Execution Live” a San Paolo fu un’apoteosi, un momento irripetibile (infatti immortalato su DVD) che radunò Kiske, Matos, Scheepers e altri sullo stesso palco. Ma fu, appunto, un evento unico e non replicabile. Senza l’attività live costante, che è il vero motore per la crescita di una band metal, il progetto era destinato a rimanere confinato a un successo di nicchia, basato sulle vendite dell’album e del DVD.
Il suo fallimento commerciale è, paradossalmente, la prova finale del suo successo concettuale. Dimostra che il mercato premia l’identità, la narrazione e la percezione di autenticità di una “band”, mentre relega l’omaggio, per quanto magistrale, a una categoria inferiore.
Tribuzy non ha fallito; ha semplicemente creato un’opera la cui complessità e natura autoreferenziale la destinavano fin dal principio a non essere compresa o desiderata dalle masse.
L’eredità di Execution non è nelle classifiche, ma nella sua scomoda posizione di specchio. Ci mostra la grandezza del metal classico e, simultaneamente, i limiti di un approccio puramente celebrativo. È un sogno realizzato che, proprio nel suo compiersi, ha svelato la malinconica verità che, a volte, per creare qualcosa di veramente immortale, non basta evocare gli dei. Bisogna avere il coraggio di ucciderli. O, quantomeno, di smettere di adorarli così sfacciatamente.

