Sono capaci di piangere per un giocattolo rotto ma sopportano col coraggio di un santo martire l’assassinio di una madre e il fatto di non aver forse mai avuto un padre. La morte di un gattino li fa schizzare piangenti in grembo alla prima donna nelle vicinanze ma quando viene il momento in cui non sono più graditi in una casa raccolgono le loro cose in una scatola di cartone legata con lo spago e se ne vanno in cerca di un’altra strada, di un altra casa, di un’altra porta. Che il Signore protegga i bambini. I bambini resistono. Il vento soffia e la pioggia è gelida. Tuttavia i bambini resistono.
La morte corre sul fiume – Davis Grubb
C’è un’intuizione spiazzante, quasi al termine del romanzo di Grubb, cioè che è l’infanzia il momento in cui l’uomo è più forte e capace di resistere alle avversità della vita, paradossalmente nella fase considerata dagli adulti, più fragile e delicata. Soffriamo per i nostri figli quando mandiamo all’aria il matrimonio, pensiamo a quanto soffrano loro, allo strazio di vedere due genitori che si separano. Il giorno in cui dissi alle mie figlie che io e la loro mamma ci saremmo lasciati, la più grande mi guardò e sorrise, poi iniziò a piangere. Il mio cuore si spezzò non per la fine della mia storia, per quella c’era tempo di soffrire, ma per quegli occhioni smarriti, pieni di lacrime, confusi e… No, non erano impauriti.
L’altra figlia, la più piccolina, ascoltò buona buona la notizia e poco dopo ricominciò a giocare e a ballare in giro per casa, canticchiando delle canzoncine di sua invenzione. Nei mesi successivi fu molto difficile e ancora oggi soffro al ricordo di quel periodo, ma ricordo anche quanto fossi perso io, depresso, incapace di tenermi dentro le lacrime anche sul posto di lavoro, davanti ai clienti. Allora facevo le consegne di carne nei negozi di alimentari e nelle macellerie. Mi fermavo di tanto in tanto lungo la strada a riprendere fiato, a singhiozzare.
E le mie figlie?
Nulla. Andavano a scuola, passavano il pomeriggio in cameretta a leggere, disegnare. Guardavano i loro cartoni preferiti e mi abbracciavano più forte vedendomi distrutto. Chi era il “bambino”, io o loro?
Una volta saputa la novità, continuarono ad andare avanti. Da lì hanno sopportato più di un trasloco, grandi cambiamenti e sceneggiate che ora mi pento di aver fatto. Forse il dolore di quella separazione, lo metabolizzeranno da adulte, quando avranno tempo di essere nevrotiche, disperate. Andranno da uno psicologo e parleranno delle loro relazioni, del proprio matrimonio e di quanto fu difficile il giorno che papà disse loro che non sarebbe più vissute con lui e la mamma sotto lo stesso tetto. Ma da piccole, c’è una specie di sistema di difesa, che impedisce ai piccoli di imbarcare più dolore di quanto riescano a sopportarne.
Night Of The Hunter, romanzo e film usciti in Italia col titolo meno evocativo, La morte corre sul fiume, è una fiaba nera. Non voglio farvi la lezioncina. Potete trovare articoli su articoli che esaminano il capolavoro cinematografico di Charles Laughton, attore molto noto al tempo in cui decise di passare alla regia, ma che dopo l’insuccesso preferì non riprovarci più.
Sorprende quanto il suo film risulti ancora moderno e allo stesso tempo antico. Espressionista e realista, un sogno delicato di stelle cadenti e un incubo brutale di donne ammazzate. L’orco è il reverendo Harry Powell, ispirato al reale serial killer Harry Powers, giustiziato “per aver ucciso due vedove e tre bambini negli anni ’30”, come scrive Wikipedia. I ragazzini sono gli stessi delle fiabe dei Grimm, due Hansel e Gretel in fuga dalle grinfie della strega, in un’America depressa e piena di morti di fame e disperazione.
Il mostro è l’emblema del male che c’è nel mondo e con cui anche i più piccoli possono avere a che fare. Esattamente come il successivo e indimenticabile Ma come si può uccidere un bambino? di Serradòr, si medita su quanti bimbi muoiano. Quante stragi degli innocenti avvengano di continuo. Non ci vuol niente a farvi pensare a Gaza, vero? O alla bimba del piano di sopra che sta subendo indicibili molestie dal nonno?
A partire da Erode, citato nei racconti della buonanotte biblici della vedova-bambinaia Rachel, fino agli uomini in blu, che portano via senza spiegazioni il papà di John e Pearl, risultando non meno spaventosi e pericolosi del predicatore, Davis Grubb racconta di come gli orchi delle fiabe non siamo altro che noi grandi.
Il romanzo di Grubb è del 1953 e avvia davvero brillantemente una lunga carriera rimasta quasi inedita da noi ma che forse è stata dimenticata anche a casa propria, mentre solo sette anni più tardi, un altro autore, una donna piuttosto maschiaccia di nome Harper Lee, pubblicò l’altro grande romanzo sul male e sull’innocenza dei bambini, Il buio oltre la siepe. Lì il vero orco però si mantenne nascosto fino alla parola fine.
Sono questi due libri a rappresentare la base assoluta di tanta letteratura horror di formazione che amiamo, quella realizzata a dozzine dai vari Stephen King, Dan Simmons, Joe R. Lansdale, Neil Gaiman e il nostro Niccolò Ammanniti. Nessuno di loro è riuscito ad aggiungere altro rispetto a questi due ritorni fiabeschi di Grubb e della Lee.
E dei tanti orchi creati dopo sulla sua falsariga, ancora una volta Henry Powell rimane il più agghiacciante e luciferino. Il lupo dei tre porcellini che si traveste nei modi più ignominiosi, l’anticipatore del fascino divistico e retorico di tanti serial killer, finti o veri. Su tutti penso a Ted Bundy e il suo bell’aspetto da avvocato radical-chic, poi rigurgitato nella letteratura da Bret Easton Ellis e ancora restituito sullo schermo da Mary Harron.
Powell è un predicatore, vale a dire, nell’America profonda, rurale, la figura più sicura che ci potesse essere e quindi la più pericolosa di tutte. La gente lo ascolta, le donne sospirano per il suo bel vocione intonato quando canta i vecchi inni creati nei campi e armonizzati nelle chiesette scottate dal sole del sud. Nessuno dubita di lui, nonostante la scia di donne morte che si lascia alle spalle.
Nel film è interpretato da Robert Mitchum. Questo ha generato poi un bel cortocircuito cinefilo quando Scorsese decise di rifare Cape Fear – Il promontorio della paura, attuando con il personaggio di Robert De Niro, Max Cady, che nell’originale di Jack Lee Thompson, era appunto interpretato da Mitchum, un crossover con il reverendo Powell.
De Niro ha anche lui le dita con sopra tatuate le parole Love e Hate. Molti dei tatuaggi sono versetti biblici. E nel finale, quando sta affogando e urla cose al contrario, come fosse una specie di demonio incarnato, rimanda alle parti del film in cui Powell, dopo aver mantenuto in tante situazioni il suo aspetto rispettabile e seducente, si lascia andare a delle urla abominevoli; per esempio mentre i due ragazzini gli sfuggono su una vecchia barca lungo il fiume, costringendo il reverendo a cacciarli per miglia e miglia, fino alla resa dei conti conclusiva.
Nel libro questo aspetto bestiale di Henry Powell, è raccontato in modo ancora più suggestivo. Qui il libro vince sul film:
Il predicatore adesso era sotto i salici vicino alla riva, con l’acqua sino alle cosce, una dozzina di metri a monte della fila di cadenti case galleggianti, e spalancando la bocca, lanciò un prolungato, ritmico urlo animale di sdegno e di delusione. E i baraccati del fiume smisero di dormire, di fare l’amore, di cantare vecchie e dolci canzoni e rimasero in ascolto, sentendo qualcosa di antico e oscuro come le creature sul fondo del fiume, antico come il male stesso, un ululato pulsante e lacerato che giungeva loro lungo il fiume con il suo orrido ritmo. (…) E quella gente di fiume attese in silenzio che avesse fine, attese che la frusciante corrente notturna lo sommergesse nella sua oscurità e la notte si ripopolasse dei suoni che deve avere la notte: il gracidio delle rane, l’improvviso balzo di un pesce, lo strillo di una lepre davanti al balzo furibondo di una donnola. Persino quando la barca era già lontana sul fiume buio e silente i bambini continuarono a sentire l’eco lontano di quello spaventoso, rauco lamento.
Anche nel film, Mitchum urla in modo furioso, in quella scena, così come nel finale, quando i poliziotti lo tireranno fuori dal vecchio fienile, ferito e delirante, ma non so, non mi sembra abbastanza smisurato, nonostante per il tempo sarà risultato sconvolgente.
Sono due momenti in cui il maniaco si mostra in tutta la sua oscena perdita di controllo, così come Norman Bates nel finale di Psycho, quando viene fermato mentre ha in mano il coltellaccio ed è travestito da sua madre morta.
Il mostro ruggisce, sbava, muggisce. Ne ho parlato già nell’articolo sul film di Bob Clark Black Christmas, a proposito del maniaco che esplode, si scatena già durante le chiamate oscene alle ragazze della confraternita e che non è più stato copiato, nonostante il format abbia dato il via al filone slasher, come è risaputo.
Night Of The Hunter, Psycho, Black Christmas… Questi sono i soli film, per quanto ne sappia, in cui la parte impresentabile dei serial killer, è offerta al pubblico senza censure.
Negli anni 80 e 90, quando il fenomeno dilagò in una miriade di film e telefilm, si guardarono tutti bene dal farci vedere quanto poco compassionevole, amabile e seducente potesse essere la parte selvaggia di un Ted Bundy-Hannibal Lecter, nel momento in cui sfrena ogni suo diavolo e rantola di insana libidine sui corpi martoriati delle ragazze uccise o mastica e respira affannosamente, nel caso del personaggio immaginario, brandelli di carne delle sue vittime.
La scena dell’iniziale fuga sul fiume, nel romanzo è molto elegante, davvero ben scritta, ma forse non così indimenticabile. Qui il film batte il libro, non c’è dubbio.
Laughton la rende immensa, al punto da spodestare Fellini dal trono dei sogni. I bimbi semi-svenuti sulla barca avanzano, osservati dai piccoli animali predatori appollaiati sui grossi rami o tra i sassi della riva, lungo il vecchio fiume, e mentre i due fuggiaschi alla Mark Twain sono cullati dall’acqua e dalle musiche sognanti di Walter Schumann e il gioco di luce e buio vanghogiano nella notte stellata fotografata dal grande Stanley Cortez, tutti questi ingredienti compongono in mano al regista un assoluto poema di innocenza che scivola inconsapevole nelle materne fauci della balena collodiana.
E la canzone che la piccola Pearl canta, su una piccola mosca che vola via, è tra le cose più delicati e struggenti che abbia mai sentito. C’è un paragrafo scritto da Grubb al riguardo nel libro.
E così lei parlò alla bambola (dove sono nascosti i soldi insanguinati di suo padre morto) E poiché il gioco che avevano fatto lei e John e papà era finito, Pearl ne iniziò un altro. E nel silenzio della vasta e incombente notte del fiume sussurrò alla bambola Jenny una storiellina su un bell’insetto che aveva visto un giorno tra le tenere foglie del pergolato. Aveva una moglie, questo grazioso insetto e un giorno lei se n’era volata via lasciandolo molto triste. Poi una sera anche i due insetti-bambini erano volati via nel cielo… sulla luna. Ma fu una storia senza conclusione perché di lì a poco si addormentò anche Pearl.
Nel film questo frammento un po’ così, diventa un piccolo musical a se stante, con la bimba, Pearl, che canta questa canzoncina inventata, prima di addormentarsi. Parole di Grubb e musiche di Walt Schumann.
Once upon a time there was a pretty fly
He had a pretty wife, this pretty fly
But one day she flew away, flew away
She had two pretty children
But one night these two pretty children
Flew away, flew away
Into the sky, into the moon
In questo piccolo sonetto c’è il sunto della mia separazione. Me ne rendo conto solo ora mentre lo riporto qui. Forse è anche per questo che mi ha tolto il respiro mentre guardavo il film per la prima volta.
Non sono stato abbandonato da mia moglie. Abbiamo solo deciso che era finita. Ma in un certo senso era così che mi sentivo la prima notte in cui le dissi che era finita. E mentre abbandonavo lei, sentivo che anche io ero stato abbandonato per sempre. Ma il dolore vero, come detto e come canta Pearl nella seconda parte, arrivò quando le piccoline volarono via anche loro, nel cielo, nella luna.
Sovente mi sento come quella piccola mosca che svolazza sull’occhio annacquato e indifferente di un vecchio cavallo, a cui cerca di depositar nell’orecchio ciuffoso e scattoso, la sua piccola storia triste.

