Paradise Lost – batti il batterista finche è caldo!

C’è da avere paura a essere batterista oggi, e se lo dice uno come Mike Portnoy forse una pensata conviene farla. L’ultima vittima in ordine di tempo è Matt Cameron, fresco esule volontario dei Pearl Jam, ma come dimenticare Josh Freese dei Foo Fighters, Mark Ferrer dei Guns n’Roses, figli d’arte come Jason Bonham e Zak Starkey, quest’ultimo alle prese con gli Who e una telenovela fra le più surreali di sempre… e poi Slipknot, Cynic, In Flames, Overkill, Tankard e Paradise Lost, chi è passato a miglior vita e chi si è ritirato per cause di forza maggiore

Liquidare i batteristi, per motivazioni ignote o di facciata, è il tormentone del 2025 e vai a capire perché. Di certo è l’elemento più fastidioso, instabile e potenzialmente disfunzionale di una qualsiasi band affermata o proveniente dallo scantinato. “Hai rotto il cazzo” è la frase più gentile che ho sentito rivolgere a quel batterista che non perdeva occasione di tormentare il resto dei presenti in saletta a colpi di tom, rullante e doppio pedale.

Logico che un qualsiasi musicista dotato di cinismo e buon senso punti subito il mirino su di lui. In qualche occasione verrebbe pure voglia di tirar dentro il bullismo. Silurare batteristi è un atto dovuto, oppure è semplicemente un modo per scaricare frustrazioni e tensioni latenti?

Dietro le dichiarazioni di prammatica e i non disclosure agreements che ricordano tanto le formule di licenziamento in voga oggidì, oppure quelle separazioni di coppie in crisi che non sfociano mai del tutto in una guerra aperta, vi sono dinamiche di cui probabilmente non verremo mai a sapere.

Può sembrare un accanimento antropologico, ma nasconde in realtà molte sfaccettature.

Uno dei casi di scuola più interessanti è quello dei Paradise Lost: da una parte ci sono quattro musicisti legati da un’amicizia indissolubile e capace di attraversare ben cinque decadi; insomma, la classica confraternita di amici tirata su dai banchi di scuola che viaggia alla conquista del mondo. Dall’altra, un numero considerevole di batteristi silurati, circa sei-sette avvicendamenti nello stesso arco temporale, con una vistosa accelerazione negli ultimi dieci anni.

Come dicevo prima verrebbe quasi da scomodare il bullismo, la storia della musica è piena di casi del genere: ad esempio Jason Newsted. Nel caso dei nostri amici inglesotti, il primo della lista però venne “trombato” con motivazioni tutto sommato plausibili. John “Tudds” Archer è cresciuto con gli altri quattro ed è stato il primo batterista arrivato nella band, quello con lo stile più personale malgrado tutti i suoi limiti, il padre fondatore che ha visto nascere e crescere la sua creatura.

Lo split, narra la bellissima biografia No Celebration, si consuma in un momento decisivo per la band, durante le sessions di Draconian Times; a quel tempo, per parole dello stesso Mackintosh, la band “era un treno in fuga verso il successo che nessuno dei membri era in grado di controllare”.

Le partecipazioni ai vari tour e festival si erano fatte via via più prestigiose e quando ti affianchi a gente come Sepultura e Kreator ti accorgi subito di cosa voglia dire avere un batterista con la cosiddetta “cazzimma”; la musica dei Paradise Lost non si basa su ritmiche travolgenti, ma la presenza di tastiere preregistrate nei pezzi di Icon richiedeva l’uso del click, uno scoglio che il buon Tudds non riusciva proprio a superare, per quanto fra i membri della band vi fosse il tacito accordo che ognuno di loro avrebbe cercato di alzare il livello del proprio strumento.

Galeotto fu un festival in Svezia in cui la situazione precipitò definitivamente. Era il 13 agosto del ’94 e la band si presentò sul palco subito dopo…gli Oasis.

Erano proprio anni strani quelli, vero? Quando diciamo che i Paradise Lost sono stati una delle band più importanti del decennio non è un’esagerazione. Non si investiva a caso su un nome che non fosse lì per restare, e infatti loro e quelli come loro sono rimasti eccome, anche se in una dimensione più contenuta.

Durante l’esecuzione di As I Die, all’epoca senz’altro il loro brano più popolare, Tudds smette improvvisamente di suonare, fra la costernazione del pubblico e lo smarrimento della band. Il set è portato a termine con grande imbarazzo, ma a quel punto tutto diviene più chiaro.

Tocca a Holmes mesi dopo prendere da parte il batterista per dargli la notizia, dapprima con un piano originale, quello di parlargli dopo le prove. Tudds però non si presenta perché in quel periodo è in sbronza perenne, e così il vocalist architetta un altro piano.

“E’ stata una delle cose peggiori che abbia mai dovuto fare”, dice Holmes. “Era di una bassezza assoluta, una vera merda…non ce la facevo perché era un amico, ma mi sono preso la briga di dirglielo personalmente”.

Michael Weikath insegna che per tenere in vita una band talvolta può essere necessario eliminarne uno, e mi si perdoni la poca delicatezza del riferimento.

A differenza degli Helloween, qui la decisione sarà win-win per tutti, e non sarà neppure l’ultima volta.

Dopo la sua uscita, Archer accetta un lavoro a tempo pieno a MTV Londra: assistente alla produzione. Lavora a fianco di Victoria Warwick e di molte delle band con cui è andato in tour.

Inclusi i suoi ex compagni, con cui i rapporti sono peraltro rimasti ottimi nel corso degli anni. Tudds lavora a MTV per ben vent’anni e successivamente entra nel mondo delle produzioni televisive. A conti fatti gli va pure meglio degli altri.

L’uscita di Archer rappresenta a tutti gli effetti la perdita dell’innocenza per i Paradise Lost, la fine di quella visione romantica che vede cinque ex compagni di scuola scalare la vita e il successo senza che niente scalfisca il patto di sangue.

Come dice qualcuno però, anche le amicizie muoiono di morte naturale e quello che scioglie il vincolo dei blood brothers di Bradford non è nient’altro che uno stupido click.

A contendersi il seggiolino di lì a poco sono 1)una drum machine (“ho sempre odiato la tecnologia musicale” sentenzia Holmes, “la trovo un po’ noiosa. La gente con quella roba passa troppo tempo a cazzeggiare, invece di scrivere una canzone”), 2) Lee Morris e 3) Jeff Singer.

Il ricorso alla prima è temporaneo e dovuto al fatto che il gruppo si trova nel mezzo delle sessions di “Draconian Times” senza batterista. Gli altri due tipi citati, per farla altrettanto breve, si giocano il posto in quella fase produttiva. Sono assunti entrambi, ma in tempi diversi, come vedremo.

Nativo delle Midlands, Lee Morris è figlio d’arte. Suo padre infatti è un batterista molto conosciuto nel distretto dei locali di Wolverhampton. Lui stesso sta iniziando a farsi un nome con una band chiamata Marshall Law, passata agli annali per un EP di debutto prodotto nientemeno che da Mr. Steve Harris.

Dei Paradise Lost, Lee Morris non ha mai sentito mezza nota manco per sbaglio. Viene indirizzato all’audizione da Barnie Greenway dei Napalm Death, ed è giusto allora che, prima di presentarsi alle prove, passa da un negozio di dischi con i soldi contati rimediando il noleggio di Shades Of God e Icon per studiarsi al volo le parti di batteria.

Forse per darsi un tono, pensa bene di tagliarsi la maglietta dei Napalm Death, che indossa il giorno delle prove, fra le risate divertite della band. Non è mai raccomandabile bullizzare un batterista, ma in questo caso forse il nostro amico se la va a cercare, per quanto i Paradise Lost siano gente alla buona.

Così quel marpione di Mackintosh decide di metterlo alla prova non sul repertorio, bensì sui nuovi riff in lavorazione che costituiranno l’ossatura di “Draconian Times”. E lì scatta la scintilla.

Lo stile di Morris è molto particolare, un po’ fusion ma compatto e pesante, in grado di aprire nuovi orizzonti alla band. Inoltre sa cantare, particolare non da poco.

Da subito appare evidente che Morris è l’imbucato, loro sono amici fin dall’adolescenza e provengono tutti dal Nord. Per quanto ci scherzino su, è evidente che il fatto di provenire da una zona completamente diversa rappresenti una anomalia, anche se a una lettura superficiale.

Ma tutto questo non importa in quel momento, ci sono traguardi ambiziosi da raggiungere e poco tempo da perdere. I Paradise Lost apparecchiano il seggiolino a un batterista che sarà determinante per la transizione al mainstream, pubblicheranno da lì a breve uno dei dischi metal più importanti e amati di sempre e non ultimo, entreranno per un periodo nella grande famiglia della EMI.

Niente male per una band di adolescenti incazzati provenienti dalla periferia del Regno e dediti al metal estremo.

“Draconian Times” è un disco impeccabile, una autentica lezione di abilità compositiva. Uno dei brani più intensi del disco, Yearn For Change, nasce proprio da un pattern di batteria di Morris e da una jam session fra gli strumentisti.

Il concerto al Monsters Of Rock di Donington ’96 chiude il cerchio che si è aperto otto anni prima in una maniera inattesa anche dal più inguaribile degli ottimisti.

La fase successiva, quella di One Second e Host, dedicata alle sonorità synth pop, è di fatto subita da Morris che da ultimo arrivato non può certo avere voce in capitolo sulla direzione da prendere. Il batterista è quello che deve più di tutti snaturare il proprio stile, dato che quel genere prevede patterns di batteria ai limiti dell’essenziale da suonare insieme a dei campionamenti.

L’approccio di Morris è pragmatico e votato al risultato di squadra, finendo infatti per mettersi a disposizione della canzone. La band approda alla EMI e diventa l’ennesimo ingranaggio di una macchina orribile o per dirla alla loro maniera, “la deduzione fiscale di Robbie Williams” a sottolineare la sensazione di abbandono e irrilevanza in un roster plurimilionario.

E’ in questo periodo che nascono le prime frizioni fra Morris e Mackintosh, sostanzialmente dettate da incompatibilità caratteriali; tanto estroverso e ironico il primo quanto ombroso e scorbutico il secondo.

Mettersi contro il padrone di casa non è mai buona idea, specie se si parla di una band e del suo fulcro creativo.

Nel mezzo delle sessioni di “Host”, frustrato per vedersi quasi sostituito dalla batteria elettronica, affronta a muso duro Mackintosh rinfacciandogli l’approccio marcatamente sperimentale: “se sentivi il bisogno di esprimerti in questo stile, potevi farlo da solista”.

Il chitarrista lo ignora e probabilmente pensa già a come consumare la vendetta, al punto che, si narra, durante il successivo tour i due vengono più volte alle mani. Si raggiunge presto il punto di rottura e Morris minaccia seriamente di andarsene se il gruppo ha deciso di continuare sullo stile dell’ultimo disco.

Believe In Nothing e soprattutto Symbol Of Life rappresentano una graduale ma non decisa inversione di marcia. Il batterista vive ormai da separato in casa. Beve molto pure lui ma essendo un estroverso tende a diventare euforico sotto effetto dell’alcool e questo infastidisce una band così posata.

Probabilmente l’alcool è solo un effetto collaterale dello stare troppo tempo in una band di questo tipo; si narra che Morris in tour passi più tempo sul bus dei Within Temptation che su quello dei Lost, non necessariamente per la presenza della bella Sharon Den Adel.

Si ripetono le scene pietose dell’uscita di Archer: capita spesso che la band si ritrovi a cena fuori escludendo Morris, e in qualche modo trami verso di lui al punto che tocca ad Aaron Aedy l’ingrato compito che era toccato a Nick Holmes dieci anni prima.

Ecco, diciamo che la band sin qui non ha brillato nella gestione dei conflitti interni, né si è distinta nella valorizzazione delle diversità, perché sfottersi fra gente del nord e del sud è simpatico se dura lo spazio di un minuto quando hai vent’anni, se invece sei parte di una metal band professionista con quindici anni di attività, di cui dieci con la stessa formazione, centinaia di concerti e contratti milionari è più difficile tenere il punto.

Dopotutto stiamo parlando di un manipolo di trentenni inglesi aspiranti al ruolo di rockstar, non una confraternita di manager uscita dal Trinity College, quindi perché stupirsi?

Lee Morris comunque si rifarà alla grande unendosi nientemeno che ai Magnum e rimanendo con loro fino alla scomparsa del grande Tony Clarkin. Anche qui, porte e portoni che si aprono, in qualche modo.

Dopo questi eventi la scelta di Jeff Singer è quasi naturale. Si rimette lui stesso in contatto con la band una volta appreso che sono di nuovo in cerca di un batterista. Non è stato con le mani in mano nei dieci anni dall’audizione: si è esibito di supporto a band come Testament e Megadeth, ha accompagnato Blaze Bayley e più di recente si è unito pure ai Saxon, orfani nientemeno che di Jorg Michael (è il 2004 e hanno pubblicato Lionheart).

Lentamente la band riconquista posizioni e credibilità all’interno della scena grazie a dischi via via più convincenti.

Alla fine del tour di In Requiem, più o meno nel 2008, la saudade e la voglia di dedicare tempo alla famiglia ha la meglio sulla prospettiva di una vita in cuccetta. Jeff Singer riceve un’offerta di lavoro “normale” e più remunerativa rispetto a quella di un gruppo che inizia a sentire gli effetti della rivoluzione digitale (leggi meno introiti e copie vendute).

Arriva a quel punto nientemeno che Adrian Erlandsson dagli At The Gates a stuzzicare i fans che già pregustano un ritorno alle sonorità estreme degli esordi; non è proprio così, il batterista svedese per quanto rispettato ed eclettico resta un prestatore di manodopera e non ha grande voce in capitolo nell’evoluzione stilistica della band.

A un certo punto gli At The Gates ci prendono gusto e dopo il concerto di reunion cominciano a sfornare dischi e tour con regolarità, al punto che tenere il piede in due staffe (tre, se contiamo anche i The Haunted) diventa estremamente complicato.

Curiosamente però le parti migliori di batteria sono quelli di Faith Divide Us, Death Unite Us a opera di Peter Dalmin, un oscuro sessionman mai più rivisto da quelle parti.

Arriva quindi la fase Walterri Wayrynen, un ragazzotto finlandese che sembra integrarsi bene nella band fino a quando pure lui tira il colpo secco a Holmes e compagni, galvanizzato dalle promesse cash degli Opeth.

Ed ecco che arriva un ragazzo italiano, Guido “Zima” Montanarini. Non è un nome nuovo per la band, “Zima” viene dagli Strigoi, side project di Mackintosh e come avviene in questi casi il passaggio diventa quasi naturale.

Non succede molto nei tre anni successivi, la band va in tour e annuncia un nuovo disco in uscita, Ascension, mentre Guido diventa membro ufficiale. Fino a quando, a lancio di promozionale in corso, viene improvvisamente accompagnato alla porta. Il manifesto è tutto un programma. Che suonino a Plovdiv con l’orchestra, promuovano un disco o silurino un batterista, la band mantiene sempre la stessa espressione:

E chi può tornare secondo voi?

Naturalmente Jeff Singer, l’uomo per tutte le stagioni (autunnali) dei Paradise Lost. Che conterà quanto il due a briscola nell’economia della band, però ci allieta sui social con i suoi tour diaries, vuoi mettere?