Non è facile affrontare un tipo come Quorthon e i Bathory. Nel tempo i suoi dischi sono rimasti sempre gli stessi, è il mondo intorno che è cambiato trattandoli prima come fetecchie e poi capolavori quasi indiscutibili. Un tale estremismo merita sempre una certa diffidenza, per quel che mi riguarda. L’impressione che ho avuto davanti a quella che è considerata dai fan sfegatati e dai revivalisti del nuovo millennio come un’opera “imprescindibile e cruciale”, ovvero Blood On Ice, è di un lavoro piuttosto riuscito, registrato decentemente, tutto sommato bello, ma abbastanza da muovere le pesanti ruote del carro della Storia.
Al tempo in cui uscì, nel 1996, nessuno si strappò le sopracciglia e si vuotò una confezione di sale sugli occhi per fare pubblica ammenda in relazione alle accuse di lestofanzia e fetenzia creativa di Quorthon. Tutti più o meno lo trattarono con un rispetto che sapeva tanto di indifferenza. In Italia gli dedicammo una paginetta di intervista su Metal Hammer e pure all’estero non è che le riviste misero questo “rilanciato maestro” in copertina.
Erano gli anni in cui il black metal aveva ormai raggiunto le dimensioni di un fenomeno commerciale rassicurante e da cameretta, ma i tributi delle band norvegesi non furono sufficiente a convincere i giornalisti a dare nuovo spazio al suo massimo ispiratore, alle prese con la promozione di quello che era presentato come una prova di assoluta pregnanza.
E quelle lodi espresse da giovani ex piromani, assassini e omofobi nazistoidi, suscitavano imbarazzo in lui. A tratti, se i giornalisti ponevano la questione su un piano di responsabilità attiva per le “bravate” dei fischiotti dell’Inferno, Quorthon si glissava con frasi assurde tipo “da qualche parte bisogna pur cominciare” ad altre meno interlocutorie.
Bisogna ricordarlo, Blood On Ice era stato già in parte composto e registrato anni prima dall’uscita, in sessioni antecedenti persino ad Hammerheart e Twilight Of The Gods. Quorthon aveva però preferito non pubblicarlo per non mettere eccessivamente alla prova la fede degli ammiratori dei Bathory, pronti sì alla metamorfosi da black metal a viking ehm qualcosa, però non fino a quel livello di ricercatezza.
E in effetti a sentirlo Blood On Ice è quasi raffinato, persino con l’elemento Manowar che spiazza un po’. La mossa di Quorthon quando gli fecero notare l’assonanza, fu dire che non aveva mai ascoltato un loro disco per intero e riteneva improbabile una relazione con il suo album.
Difficile credere che abbia raggiunto la stessa meta creativa, tipo i conquistatori spagnoli del quattrocento che rifecero la rotta dei vichinghi e raggiunsero il Nuovo Mondo, senza sospettare di essere arrivati secondi. Che male c’era ad ammetterlo? Cosa importa a chi ti rifai se i risultati conseguiti sono grandi e non impediscono alla tua personalità di emergere?
Insomma, basta sentire The Sword e soprattutto Gods of Thunder of Wind and of Rain per trasformare questa negazione in una disperata risalita in vitros.
Così come la storia alla base del concept di Blood On Ice deve moltissimo a Conan il barbaro di John Milius, per quanto sia pregna di rimandi alla tradizione norrena che nel film mancano, con i corvi, il vecchio da un occhio solo (Odino) e il cavallo con otto zampe (Sleipnir).
Se gli avessero fatto notare che la trama del disco e quella del lungometraggio era quasi la stessa, c’era da aspettarsi però da Quorthon la stessa risposta: che lui non conosceva il film e non aveva mai letto i racconti di Robert Ervin Howard.
Può succedere che un artista crei qualcosa di molto simile a un altro artista senza conoscerlo, ma nel caso dei Bathory fa parte, credo, dell’atteggiamento un po’ birbante e ingenuo del loro leader e membro prevalentemente unico. Anche all’inizio aveva negato dei legami con i Venom, ma pure lì era palese.
Vero, Quorthon, ha avuto sempre l’onestà intellettuale di ammettere che in gran parte, il fenomeno Bathory era stato frutto di una suggestione involontaria provocata da lui al pubblico. Non c’erano foto all’inizio, perché lui non ne aveva. Il primo album era un disastro come registrazione ma non per scelta estetica, era per inesperienza e incapacità dei musicisti. La volontà ferma di non andare in tour e fare apparizioni dal vivo non si basava su un ideale tenuta antisistema; era piuttosto pigrizia e riluttanza a vivere per mesi su un pulmino con gente che puzza, pessimo cibo, terribili locali dove suonare e brutte groupies. Parole sue.
Eppure ecco le spudorate negazioni quando si provava semplicemente a comprendere le relazioni tra la sua opera e quella di altri musicisti del proprio tempo. Non aveva problemi a riconoscere un debito con Black Sabbath, Motorhead, D.R.I e Beatles, ma guai a nominargli qualcuno più vicino a lui per età. Gli saliva lo spirito competitivo e allora “chi? Cosa? Io non so chi sia la gente di cui parlate. Non ascolto altro che la mia musica e faccio quello che mi dice la testa dalla mattina alla sera!”
Va bene.
Blood On Ice è ancora oggi un disco godibile e pieno di intrecci ritmici e corali interessanti, c’è una fatale atmosfera degna di una saga nordica vera e nonostante la trama ricca il ritmo non ne risente mai. Quorthon se la cava pure come vocalist, per quanto la sua voce sia un po’ calante, in alcune note lunghe.
Oggi è evidente quanto lo stile di questo concept e tutta la fase vichinga siano diventate preziose fonti d’ispirazione per decine di nuove band traditional heavy metal, come per esempio gli Eternal Champion (che fine hanno fatto?) ma è chiaro anche come l’album che per un po’ di tempo aveva nutrito la fantasia, particolarmente fertile dei fan dei Bathory, non sia mai divenuto, una volta consegnato ai posteri, il lavoro definitivo che si “leggendava”.
La carriera dei Bathory sarebbe ancora lì, anche senza Blood On Ice, che è un lavoro eccellente. Il fatto che io dica ciò non va preso come una mancanza di rispetto nei confronti dell’album e del suo autore.
Tutt’altro: Quorthon è stato così grande, che un lavoro del genere, capace di dare sostanza decisiva alla boriosa e vacua discografia di una giovane band epic metal, per lui era solo una superflua dimostrazione di grandezza, di cui avremmo potuto fare a meno. Morì giovane, ma artisticamente aveva già fatto abbastanza per essere ancora qui con noi, ieri, oggi e domani.

