Chameleon non è mai stato questo granché

Che siate lettori attenti o solo semplici lettori, è comunque una cosa che di questi tempi vi rende una specie di eroi, e in ogni caso vi sarete accorti che Sdangher non divide il mondo della musica in buoni o cattivi, ciofeche immonde o capolavori da tramandare ai posteri, difensori della fede o gente che si spara le pose. Cerchiamo sempre di raccontare la musica in modo trasversale secondo la sensibilità di chi scrive. Ascese e cadute, successi e insuccessi, retroscena e scenari possibili, la nostra chiave di lettura raramente é univoca. Non fa eccezione al metodo uno dei dischi più chiacchierati, divisivi e controversi del panorama metallico e dei nostri amati Helloween.
Periodicamente Chameleon torna prepotente e controvoglia nei miei ascolti e nei discorsi degli appassionati, un po’ come quando da ragazzetto ti trovavi faccia a faccia col bullo del quartiere. Sapevi che lo dovevi affrontare, scappare o indietreggiare sarebbe costato troppo caro, ma non potevi sapere se saresti tornato a casa con i lividi o se tutto si sarebbe limitato a improperi e sguardi minacciosi.

Succede a cadenza indefinita praticamente da sempre (con Chameleon, non col bullo), anche di recente con l’uscita di Giants & Monsters il momento Chameleon non manca mai nel dibattito fra appassionati.

Perché?

Forse per una conferma di non aver perso nulla per strada, o magari per una speranza implicita che invecchi bene o che si rilevi in tutta la sua genialità. Beh, nulla di tutto questo. Le vicende che portarono alla pubblicazione del disco sono state ben riassunte da Padrecavallo in uno dei suoi poderosi speciali sugli Helloween; tuttavia un po’ di sano fact checking è doveroso oltre che attuale.

La narrazione vuole che il disco suoni così com’è, eterogeneo, soft, sperimentale, confuso, perché condizionato dalle preferenze stilistiche di Michael Kiske; unite questo alle sparate altezza zero che lo stesso avrebbe dispensato di lì a poco su tutta la comunità metal, il teorema è bello che pronto. Ora, non pretendo che tutti vadano a leggersi i credits di ogni disco ma per dindirindina, non si può nemmeno vivere sempre di opinioni campate per aria, fosse anche solo per un disco dimenticato dai più.

Non credo che Kiske, per quanto influente, fosse nella condizione di imporre una linea stilistica alla band in quegli anni, prendiamo però i dodici brani che compongono il disco. L’opera è firmata da tre songwriters, Kiske, Weikath e Grapow, che portano quattro prezzi ciascuno, esempio perfetto di democrazia diretta.

Si potrebbe pensare che ognuno di loro sia caratterizzato da uno stile inconfondibile, Weikath sui pezzi più heavy o vagamente tradizionali, Kiske sulle ballate, Grapow una via di mezzo tendente all’hard rock.

Niente di tutto questo. Kiske firma When The Sinner, primo singolo e forse il pezzo più audace, quello con la performance vocale sugli scudi (“un capolavoro di libertà creativa che i Dream Theater si sognano la notte, cadendo dal letto”, dice sempre Marco Grosso), ma anche quella che a detta di molti e del sottoscritto é la vetta qualitativa del disco, I Believe, forse più ispirata a Kashmir che al prog scomodato dai più (ricordo che per il metallaro medio un pezzo è prog quando dura più di sette minuti).

Col padrone di casa Mr. Weikath vedono la luce First Time e Giants, che sanno tanto del disco precedente, più una ballad, Windmill, cucita apposta per Kiske se non addirittura uscita dalla sua penna.

Tralasciamo volutamente l’obbrobrio Revolution Now, un’avventura in territori Pearl Jam a rischio plagio con tanto di citazione di Scott McKenzie, e veniamo al dunque, sale sul ring Roland Grapow. The quiet one, l’uomo ombra con l’ingrato compito di sostituire Kai Hansen.

Su Pink Bubbles aveva messo a referto il meglio di quel disco (ma anche il peggio) e qui fa più o meno la stessa cosa. Step Out Of Hell è un ripescaggio della sua vecchia band ma a tutto c’è un limite e il rockettino stona di brutto.

Molto meglio Music e Crazy Cat forse gli episodi più coraggiosi del disco, che si avventurano nel cuore di generi come il blues e il jazz.

I don’t wanna cry no more te la saresti aspettata da un Kiske solista, non da lui. Negli anni successivi scrive poco, ma di sostanza: Mr.Ego e Take Me Home (ancora rock n’roll), le bellissime title track di Time Of the Oath e The Dark Ride, più spiccioli.

Mai banale.

Insomma, gli Helloween potrebbero davvero aver trollato il proprio pubblico in quel frangente, rimescolando i nomi sui credits per confondere le idee al pubblico. Non mi stupirei infatti se le ballate fossero tutte di Kiske, i pezzi sperimentali di Grapow, quelli più classici di Weikath. Chameleon fu una scelta voluta e un lavoro di squadra.

La band era appena uscita dal contenzioso con la Noise letteralmente con le ossa rotte, a causa di un debito pari a circa 2 milioni di marchi tedeschi (tutti ormai sanno anche i più giovani che un marco uguale un euro, non saranno i due milioni odierni ma parliamo comunque di una bella cifra). Credevano ingenuamente che un disco commerciale avrebbe salvato capra e cavoli. A supporto di questa tesi ci sono le dichiarazioni rese da Grapow nel lontano ’99, presenti sulla loro pagina inglese di Wikipedia.

“Ai tempi di Chameleon ero ancora nuovo nella band e non sapevo bene dove posizionarmi. Ero il nuovo arrivato, perché avrei dovuto spingere in una particolare direzione? Ero il sostituto di qualcun altro. Ho provato a scrivere alcuni brani heavy metal su “Pink Bubbles” e penso di aver fatto un buon lavoro. Ma gli altri membri della band, i principali autori, cambiarono direzione e non so perché. Avevano fatto un disco brillante come Keeper 2, poi uno degli autori se ne andò e loro provarono a fare un tipo di musica completamente diverso. Pink Bubbles non è così male, e Chameleon è un mondo totalmente diverso. L’ho sempre descritto come il disco solista dei tre autori di Helloween, o qualcosa del genere”.

Descrizione a suo modo geniale e comunque veritiera anche se, come già detto, gli stili dei songwriters non emergono in maniera così marcata.
La band all’epoca era sinceramente convinta di questa scelta e desiderava esplorare territori nuovi e va riconosciuto di averci provato con una certa facilità.

Non vi fu alcuna pressione da parte della EMI, cui non furono neppure consegnati i demo finiti e che comunque dette il benservito una volta chiusa la pratica. Tutto questo non bastò a cambiare un copione già scritto: Kiske iniziò a demolire il metal dall’interno mentre ancora era nella band e questo contribuì a renderlo unico colpevole del tradimento agli occhi del pubblico. Che non solo non dimentica, ma restituisce alla fine giudizi sensati, specie sui grandi numeri. Chameleon si lascia ascoltare, ma non è mai stato tutto ‘sto granché.