DESTRUCTION 1986 – 1990: AL CLIMAX DELLA DISTRUZIONE

Il primo vinile che acquistai dei Destruction fu Eternal Devastation. Imparai a familiarizzare con la loro proposta a partire da quell’album, uscito nel 1986 ma da me preso da qualche parte attorno alla fine del decennio. Sulle prime non mi piacque troppo, produzione molto scarna, pezzi altrettanto scarni e rusticani, voce decisamente ostica sia nel suo raschiare le corde vocali, sia negli urletti inframezzati di tanto in tanto qua e là. Il punto era che prima del thrash tedesco avevo fatto la conoscenza di quello americano e inglese, e fatalmente la via teutonica risuonava nelle mie orecchie alquanto più acida, basica e spigolosa. Non dico che non avesse un suo fascino ancestrale e primitivo, ma al dunque gli preferivo quello anglosassone. Per quanto col tempo mi sono ampiamente ricreduto grazie a nomi quali Risk, Mekong Delta, Holy Moses, Deathrow, Assassin, SDI. Un possibile ponte di congiunzione era gettato da qualche band italiana, i nostri thrasher dell’epoca erano assai più orientati verso la Germania che oltre oceano. In primis i Bulldozer, da me adorati, che per quanto affiliati alla triade Motorhead, Venom e Slayer – dunque tutta di estrazione anglofona – avevano quella rozzezza e quella bellicosità che li affratellava idealmente con nomi quali Kreator, Sodom e Destruction.

Di quella famosa triade diventata rappresentativa del sound tedesco, i Destruction erano probabilmente l’anello debole, almeno nella mia considerazione tutta soggettiva, anche se devo dire che col tempo li ho rivalutati, senza esagerare, ma ho imparato ad apprezzarli. È stata una fortuna che non abbia iniziato da Infernal Overkill (che seguiva l’Ep d’esordio Sentence Of Death del 1984) perché probabilmente il mio rapporto con i Destruction sarebbe morto sul nascere.

Anche riascoltandolo oggi rimane (per me) un album estremamente acerbo, in particolar modo la batteria, del quale mi limito ad apprezzare l’entusiasmo giovanile e il sentore di novità che rappresentò all’epoca. Potrei dire suppergiù lo stesso per Sodom e Kreator: In The Sign Of Evil, Obsessed By Cruelty, Endless Pain e Pleasure To Kill, dischi che in molti ritengono fondamentali, e che da un punto di vista storiografico molto probabilmente lo sono, anche se a mio parere erano il prodotto ancora in divenire di band che stavano dando forma e sostanza alla propria formula, e più in generale alla “scuola” thrash del loro paese; una scuola che avrebbe poi saputo sfornare titoli di pregio, di altissimo spessore e valore.

Eternal Devastation dei Destruction è un passo avanti rispetto al suo predecessore, non un miracolo evoluzionistico ma qualcosa di complessivamente più solido e strutturato. Io ci ho messo anni ad apprezzarlo, non certo per la sua complessità, al contrario, per contestualizzare la sua indole primigenia ed essenziale.

Tralasciando l’EP Mad Butcher, alquanto pittoresco (una mascotte che stava ai Destruction come Ratman ai Risk), con Release From Agony si comincia a fare sul serio, lo si intuisce sin dall’intro vagamente sinfonico neoclassica di Beyond Eternity, che naturalmente poi prelude al macello.

Il livello tecnico della band aumenta sensibilmente e con esso la qualità del songwriting, la costruzione e il dinamismo interno delle canzoni. Lì per lì quello che avviene con questo terzo full-lenght dei Destruction deve essere sembrato un salto quantico considerando il pedigree di grezzi avvitatori di bulloni di metallo come Sifringer e Schmier.

Sin da “Mad Butcher” nel frattempo la line-up è salita a quattro elementi e questa variante fa tutta la differenza del mondo nella ricchezza delle trame dei Destruction.

Alla chitarra si aggiunge Harry Wilkens, mentre dietro le pelli Oliver Kaiser subentra a Tommy Sandmann. L’artwork di copertina passa nelle mani di Joachim Luetke, trattasi di uno dei più orrendi mai partoriti in ambito metal, già di per sé fecondo di brutture e cattivo gusto.

Per lungo tempo la bestialità di quell’immagine mi ha tenuto lontano dai solchi di Realese From Agony, quella specie di oscena figura alla Picasso degradata a cavia da laboratorio sembrava presagire esattamente il tipico sound alla Destruction: sgraziato, sbilenco, scomposto, dinoccolato nella sua velocità e fastidiosamente pieno di punte high-pitched che foravano i timpani. Dunque, apparentemente la scelta perfetta per identificare la band, peccato che in realtà i Destruction fossero andati musicalmente già oltre.

A ben vedere e soprattutto a ben sentire, si tratta infatti di un album che prelude a ciò che si concretizzerà con ancora maggior evidenza nel successivo Cracked Brain, i Destruction pur con tutti i loro limiti fisiologici registrano la versione più tecnica e articolata della loro musica; ancora oggi il dittico composto da “Release” e “Cracked” rimane il miglior momento compositivo dei Destruction in tutta la loro carriera, nonché l’espressione più raffinata del loro sound, per quanto si possa usare l’aggettivo “raffinata” in relazione a questi figli del Baden-Württemberg.

Si può parlare di techno-Destruction, c’è davvero una ricerca nell’ordito strumentale, una speculazione anche sul piano emotivo, nel tentativo di trasmettere una congerie di sentimenti e istinti variegati, stratificati, che sui primi due album erano del tutto sconosciuti in questa forma e con questa verticalità.

In tutto ciò, aggressione, velocità e frenesia non vengono accantonate semmai amalgamate col resto, per un risultato che si fa decisamente più accattivante, maturo e interessante.

Lo scoglio della voce rimane, quella di Schmier non mi ha mai fatto impazzire ma perlomeno è dosata con un pochino più di esperienza e cognizione. A livello di assoli non abbiamo esattamente Steve Vai e Joe Satriani a spartirsi le partiture, diciamo che il piatto forte sono più che altro i riff e le ritmiche sempre sostenute, anche se pure qui, non stiamo parlando di una varietà strabiliante.

Tutto è molto funzionale all’obbiettivo, un corpus unico, un insieme che deve arrivare compatto a meta e portare a casa il risultato, ovvero un buon album superiore allo standard dei Destruction pre-1987.

La band suona parecchio dal vivo condividendo i palchi con Venom, Slayer, Kreator, Sodom, Possessed, Tankard e Motörhead, ma anche con Celtic Frost, King Diamond, Voivod, Death Angel, Coroner, dunque può allargare i propri orizzonti svariando tra sonorità diversificate delle quali fare tesoro.

Il tesoro produce frutti con la pubblicazione di “Cracked Brain” nel 1990, non a caso un anno di passaggio tra due decadi e due rispettivi zeitgeist.

I vecchi Destruction, quelli poco fantasiosi, scarni e ripetitivi, lasciano di stucco chi se li ricordava così, ovvero semplicemente dei gran picchiatori. “Cracked Brain” ha una marcia in più sotto ogni punto di vista, produzione, songwriting, artwork, atmosfere, maturità, visione.

Già la t-shirt dei Watchtower indossata da Sifringer nella foto di retro copertina avrebbe dovuto far presagire una certa “apertura”, che porterà in dote persino una cover (molto ben rea per la verità) di My Sharona dei The Knack.

L’artwork stavolta è affidato ad Andreas Marschall (Blind Guardian, Grave Digger, Kreator, Mania, Rage, Risk, Running Wild, Sodom, etc, praticamente il preferito dai metallers tedeschi) e oltre a essere di gran qualità, omaggia apertamente “Mad Butcher” e “Release From Agony”, citati rispettivamente a destra nello specchio e a sinistra nella TV, ma è visibile anche la copertina dei The Knack sul tappeto.

“Cracked Brain” è l’album nel quale i difetti della band (sempre ammesso che li consideriate tali) sono più stemperati e nel quale i Destruction guadagnano inaspettati pregi, leggasi ottimi assoli, varietà ritmica, brani sempre più articolati e ariosi ai quali fanno da contraltare una coerenza e una compattezza di fondo molto marcate, vocals finalmente degne per quanto sempre abrasive, etc; il tutto pur senza diventare i Watchtower di cui sopra.

I Distruttori assumono tutta un’altra personalità su questo album, lo si deve all’ottimo lavoro agli strumenti, assai più ragionato, logico ed evoluto, ma anche al frontman André Grieder, proveniente dagli svizzeri Poltergeist, nei quali continua a rimanere e con i quali continua a pubblicare album.

Quella di Grieder va più inquadrata come una collaborazione, una supplenza dovuta al (temporaneo) licenziamento di Schmier. Alla consolle di produzione siede Guy Bidmead, già produttore fra gli altri di Motorhead, Coroner, Exciter e dei nostrani Fil Di Ferro; questo sarà il suo unico lavoro con i Destrucion, purtroppo aggiungo io.

Lo sforzo creativo deve essere stato tanto e tale da aver frantumato i Destruction, visto che della line-up rimane solo Sfringer (affiancato da Kaiser, imbarcato nel 1987), il quale prende a sfornare EP senza né capo né coda portando la band verso lidi incomprensibili al 99% dei fans.

Siamo a metà del decennio, rinnovarsi, stare al passo con i tempi e sopravvivere pare un imperativo categorico, e così Sfringer si mette a inseguire un post thrash modernista, urlato, groovy, alternative, prendendo la personalità dei Destruction e buttandola nel cesso.

La band è irriconoscibile all’altezza del 1998 quando sforna The Least Successful Human Cannonball. Il logo completamente anonimo getta in una tristezza senza pari, la copertina fa quasi venire nostalgia delle brutture alla “Release From Agony”.

Questo disco chiude la breve parentesi dei Destruction of Fire, quelli di Sfringer privi di Schmier, ma anche senza un amico che gli dicesse che stava andando alla deriva portando con sé un brand con una sua storia e una sua dignità conquistate sul campo.

Ci vorrà l’arrivo del nuovo millennio per dare un colpo di spugna a questa follia autodistruttiva, rimettere in sella il duo Sifringer/Schmier (ai quali si aggiunge Sven Vormann alla batteria) e ripristinare l’ortodossia con All Hell Breaks Loose, un album tutt’altro che all’altezza dei migliori Destruction ma che perlomeno riposizionava la barra dritta e rendeva giustizia al monicker (ripristinato anche nella sua estetica).

La produzione stavolta è curata da Peter Tägtgren, la band vuole mettere in cassaforte un sound adeguato e moderno; Tägtgren si concede anche un’ospitata su Total Desaster 2000 (voce e chitarra).

I nuovi Destruction perdono completamente il fascino primitivo degli anni ’80, devono giocoforza adeguarsi a una formula thrash che rispecchi la contemporaneità, dunque tanta aggressione ma anche una certa sterilità di fondo che tiene la loro proposta sempre su di un piano tutto sommato orizzontale, senza scendere troppo in profondità, preferendo l’impatto al sentimento.

Dove più dove meno, questa sarà poi la storia della band lungo tutti i 2000 sino ad oggi, album su album discretamente prodotti e suonati, super aggressivi ma mai così pregnanti da meritare una citazione che vada oltre la mera importanza storica del marchio Destruction.

In confidenza, ma credo si sia ampiamente capito, quel lustro che copre la seconda metà degli anni ’80 rimane per me il climax dei Destruction, un fazzoletto di anni che mi ha permesso di apprezzare e affezionarmi a una band che altrimenti avrei molto probabilmente trascurato. Quegli ascolti tornano periodicamente nel mio stereo e rimangono a tutt’oggi una fonte di endorfine di prim’ordine.