Ammetto di non aver dato molta attenzione ai Gojira, in questi ultimi anni. Fino a un po’ di tempo fa, se qualcuno mi domandava qualche nome per dimostrare che il metal odierno potesse stare in piedi senza appoggiarsi a band nate 30 anni prima, io dicevo Ghost e Mastodon. Ora aggiungo i Gojira al mio piccolo elenco.
Attenzione, non sto dicendo che Ghost, Mastodon e Gojira siano il futuro del genere e che possano competere alla pari con Iron Maiden, Metallica e Judas Priest. Un simile paragone non avrebbe senso. Trovo che le cose degli anni 80 appartengano a un tempo ormai concluso, e che oggi sia semplicemente “oggi”, vale a dire un altro tempo, un altro mondo che prima o poi si eclisserà e non sarà più ripetibile, esattamente come quello.
Questo oggi però ha il diritto di muoversi senza le ancore del passato a tenerlo fermo in un porto pieno di zombi e senza che nubi pregne di presagi maligni gli neghino un orizzonte verso verso cui volgersi.
I Mastodon e i Ghost, nel difficile panorama commerciale del nuovo millennio, sono riusciti a guadagnarsi un posticino nel cuore di tanti metallari. Hanno raggiunto, tra qualità e quantità, un riscontro che è quasi un miracolo. Basti pensare al successo degli svedesi, con quel nome che piscia sui piedi a qualsiasi principio algoritmico. Dovevate provare a scrivere la parola Ghost su Google nel 2011 e poi scriverla oggi, nel 2025, per capire cosa il gruppo sia riuscito a fare in barba a tutte le strategie social di cui si riempiono ancora la bocca certi fanatici della rete.
Quasi ma non un miracolo. Si tratta della dimostrazione che facendo le cose in modo spregiudicato, talvolta spudoratamente a cazzo, si possa ancora giungere davvero da qualche parte.
La mia impressione infatti è che la maggioranza delle band più giovani siano relegate in un limbo di immobilismo finto-underground e che non abbiano una direzione, un progetto vero, a parte la reiterazione disco autoprodotto dopo disco autoprodotto, mini-tour auto-finanziato dopo mini-tour auto-finanziato e quindi vivere una “vacanza rock” per gente che non ha alcuna intenzione di trasformarla in qualcosa in più di un banale hobby o di un sogno stagionale.
I Gojira sono stati invece determinati, alla faccia di tutte le previsioni contrarie e dei ragionevoli obbiettivi di chi ha rinunciato ancora prima di cominciare, ad affrontare un lungo viaggio, imparando a navigare nel mentre. E ho proprio idea che non abbiano ancora finito di muoversi. sono lì che remano, volti a un cielo incendiato da un tramonto che per loro è una promessa rinnovata e per voi solo un altro merdoso post da spiattellare su Instagram con sotto una frase poetica della peggior specie.
QUEI BRAVI RAGAZZI
“Fortitude”, l’ultimo album, uscito nel 2021 e quindi durante gli anni del blocco concerti e di interviste via zoom con indosso la mascherina, vi ricordate? Ecco, è un grande disco a capo di un crescendo che probabilmente continuerà ancora, e che per il momento non si è concretizzato in un successore vero e proprio. Si sa che il gruppo tornerà con qualcosa, è tempo ormai che dichiari una data, ma nei giorni in cui sto scrivendo questo mio articolo, non si sa nulla; nemmeno se effettivamente esistano delle nuove canzoni.
Probabilmente ci sono, ma i Gojira non hanno problemi ad ammettere di essere sempre più lenti. Più le strutture dei brani si fanno semplici e più diventa complicato; più cresce l’attenzione per i dettagli e più crescono i dettagli a cui fare attenzione. E siccome oramai hanno uno studio proprio in cui trascorrere tutto il tempo che gli serve, ora che hanno anche un nome consolidato e soprattutto una grande richiesta di concerti, loro possono concedersi di sospendere i lavori, partire per un nuovo tour e poi riprendere da dove hanno lasciato a incidere o mixare.
E io questa cosa la adoro. Mi piace che un grande gruppo non pubblichi dischi ogni due anni. Penso sia sano darsi il tempo, nutrire la propria creatività prima di tornare a esprimerla, anziché ingolfare tutto con prodotti interlocutori, progetti paralleli, smanie presenzialiste e forsennati ritmi contrattuali che non portano da nessuna parte; escludendo il vicolo cieco della noia e della prevedibilità.
TRA LA VITA E LA MORTE
Il tempo è solo un’illusione. Lo dimentichiamo fin troppo spesso. Pensiamo: “Ok, ora ho 32 anni, 34 tra due anni e forse sarò morto entro i 50”. Ma la vita si svolge esclusivamente nel presente. Una volta capito questo, si può realizzare il proprio pieno potenziale. Questo è il punto che innumerevoli maestri spirituali cercano di trasmettere.
Chi ha paura della morte non può vivere pienamente. Perché come si può dedicare la propria passione, il proprio cuore e la propria anima a qualcosa, se si ha paura di non avere un futuro? – Joe Duplantier
Ovviamente qui parliamo di filosofie orientali. Joe è patito di meditazione, o almeno lo è stato per un po’ di tempo. Oggi sembra che non la pratichi più e che abbia problemi a riprendere quel filo. Ha una famiglia, è padre, vive a New York e da lì amministra gli affari dei Gojira. Me lo vedo al 40esimo piano di un grattacelo mentre si sforza di ascoltare il proprio respiro, di focalizzare i peli del naso che si piegano mentre lascia uscire l’aria dalle narici e intanto la sua mente lo tartassa perché ha lasciato squillare il telefono e poteva essere qualcuno di importante. Anche io ho un trascorso simile con la meditazione, ovviamente lontano da New York e dai grattaceli. Concordo con lui però quando dice che meditare, se non lo si fa da tanto tempo, possa essere addirittura doloroso.
C’è un’altra cosa che mi ha suscitato una certa simpatia nei confronti di Joe. Ci ha scherzato in varie interviste intorno al 2008, ammettendo di essere andato in crisi appena superati i 30 anni.
Da bravo artista ha cercato di sublimare questa sua consapevolezza facendoci una specie di concept. “The Way Of All Flesh” è infatti un album dedicato quasi totalmente alla caducità, all’invecchiamento, alla fine fisica. Joe è entrato in una specie di trappola in cui finiamo quasi tutti. Passi i primi vent’anni della tua vita pensando di avere infinite possibilità: puoi fare grandi cose e diventare ciò che desideri. Poi superi un certo anno e capisci che la tua vita corre troppo veloce. Se vent’anni ci hanno impiegato così poco a trascorrere e non hanno lasciato quasi nulla, il resto della vita sarà altrettanto rapida a concludersi e probabilmente altrettanto avara di soddisfazioni. Sembra una banalità ma arriva un momento preciso in cui la faccenda diventa concreta e soffocante.
A mano a mano che gli anni passano si inizia ad archiviare certi sogni, progetti, ambizioni. A 30 non sarai mai un calciatore della Nazionale. A 40 anni non potrai più diventare una rockstar e a 45 non potrai più laurearti in filosofia, medicina, psicologia, giurisprudenza per farne una professione. A 50 anni non avrai più molto tempo per essere il figlio di qualcuno. A 60 anni non sarai mai in definitiva tu stesso “qualcuno”. Potresti morire entro altri cinque anni di tumore alla prostata e lasciare solo una serie di incipit smorzati, qualche lettera mai spedita e una scatola piena di ridicoli segreti e pochi spicci.
Il tempo è il grande inganno, da esso proliferano un’infinità di cuccioli illusori nel nostro modo di pensare. Non siamo mai stati eterni e non abbiamo mai avuto “tutto il tempo del mondo”. Quello è solo un modo di dire, ma c’è un certo periodo della nostra vita in cui effettivamente ci illudiamo di poter contare su una vita luuunga in cui spendere grandi ambizioni, fissare progetti e sproloquiare pazzesche filosofie. La verità è che potevo morire a quindici anni, un mattino freddo di gennaio, mentre andando a scuola mi consolavo con l’idea che un giorno sarei stati un importante scrittore. Ora invidio quel ragazzino e non possiedo più la medesima capacità di lasciarsi ubriacare dai sogni e le visioni, ma è solo perché io so che lui aveva effettivamente davanti molti anni. Anni che però io ho vissuto, sprecato.
E ora che mi sento spacciato, già agli sgoccioli superati gli anta, potrei vivere ancora un sacco di tempo, certo, almeno altri 40 anni. Solo che li vivrò pensando che “non c’è più tempo per questo”, “non c’è più tempo per quello”.
“Non c’è più tempo per salvare il mondo!” L’avete sentita, da qualche parte?
Ecco, i Gojira riguardo questa cosa non vogliono proprio accettarlo.
Sappiamo ormai che il pubblico metal non ha problemi a seguire band con più nulla da dire, vanno bene purché ripetano ferme le solite vecchie cose.
I Gojira potrebbero limitarsi a sputar fuori EP di cover e dischi ripetitivi, ma preferiscono attendere la fame. La nostra fame. Hanno capito che il pubblico è capace di coltivare una genuina curiosità rispetto a ciò che potrà venir fuori ancora dal loro cilindro.
Per quello che mi riguarda sarà un ennesimo pugno di buone canzoni e purtroppo, ancora una valanga di retorica vitalistica, ambientale ed energetica su come gestire se stessi.
Se c’è infatti una cosa che fatico a sopportare dei Gojira, in particolare nella persona di Joe Duplantier, il loro frontman e leader, è questa attitudine impegnata, la spiccata tendenza allo spirituale propositivo e quel modo incessantemente modesto, umile di godersi i risultati raggiunti con la band, affrontando le avversità della vita a testa alta. Mi rendo però conto che questo è il carburante che manda avanti il gruppo e lo sta portando molto più in alto di quanto siano riusciti ad arrivare i Mastodon. Hanno costruito il proprio studio da soli, in un posto in cui non era stato subito possibile avere l’acqua corrente e che per i fratelli Duplantier ha voluto dire spaccarsi le mani con cemento secco e cagare in buste di plastica per un lungo periodo.
Una volta finito lo studio ci hanno inciso uno dei loro dischi più belli, “Magma”, che sono riusciti a completare nonostante la mamma gli moriva accanto. E proprio in quelle tese ore di agonia, Joe scopriva definitivamente di avere una voce autentica sotto tutto quel catarro, con cui pronunciare il suo lungo addio alla giovinezza e un arrivederci a sua madre.
Ho letto un centinaio di interviste a Joe e al fratello Mario. Per quanto si dica che i Gojira siano e saranno sempre quattro (comprendendo l’altro chitarrista Christian Andreu e il bassista Jean-Michel Labadie) l’immagine della band sono i fratelli Duplantier. Estrosi, talentuosissimi, carismatici, artisti visivi oltre che nella musica. Sono pure carini. Io li trovo intollerabili. Mi metterebbero di cattivo umore se non snocciolassero i propri traguardi momentanei ammettendo in modo per me credibile, la vertigine crescente e la gioia pura di chi in fondo sa di averci sempre creduto, rischiando di ritrovarsi pazzo e senza un soldo.
Dai primi due album (“Terra Incognita” e “The Link”) entrambi abbastanza superati, ho gustato una piacevole parabola verso l’alto, accompagnata dal passaggio a label più potenti (Roadrunner), l’aumento progressivo nelle dimensioni dei locali in cui esibirsi; quelle dei nomi a cui il gruppo ha fatto da supporto (Metallica, Alter Bridge) fino al traguardo dei concerti come headliner nelle arene di mezzo mondo.
Quando li ho visti all’inaugurazione dei giochi olimpici ho pensato che i francesi siano i soliti: sempre pronti a mettere su un trespolo gli artistoidi nazionali alla faccia delle glorie estere; tutto il contrario di noi italiani, del resto, capaci di non riconsiderare le nostre band, nemmeno dopo che hanno avuto successo all’estero; anzi, peggio ancora se si sono macchiate di un simile crimine.
Però i francesi hanno avuto ragione a coinvolgere i Gojira in quel modo, offrendogli tanta visibilità in un contesto inaspettato, sorprendente, perché sono in effetti una band importante a livello internazionale che avevano in casa.
Sono diventati importanti, mentre io mi distraevo appresso a tante chimere dimenticate da un pezzo (Skeletonwitch, Red Fang, Baroness, The Devil’s Blood, Valient Thorr).
La Svezia non avrebbe mai chiamato i Meshuggah per una situazione simile e da questo punto di vista non posso che plaudire i franzosi. L’esibizione dei Gojira è stata una grandissima figata.
Ma come hanno fatto a diventare sempre più grandi?
Con un’attitudine inaspettata e soprattutto dischi via via zeppi di ritornelli e riff potenti e fantasiosi. Negli ultimi tre album in particolare, hanno asciugato il proprio stile e puntato tutto su composizioni trascinanti e dall’alto tasso emotivo. Non sono diventati i Coldplay, ma di sicuro non si possono più definire semplicemente djent metal, né death e nemmeno post. Qualcuno azzarda a piazzarli nel vasto territorio del progressive rock, per quanto i Gojira non lo siano. O meglio sarebbero prog per il fatto che fanno ciò che vogliono, rispondendo solo a se stessi. Allora qualsiasi band sincera e coerente è prog. Non realizzano tormentose suite e anche con le sperimentazioni siamo all’utilitaristico puro.
Sono i Gojira e fanno metal. La loro formula è qualche bel riffone in stile groovy, una consistente varietà di colori nell’arrangio generale dei brani e soprattutto belle melodie. Ci hanno provato pure i Trivium a risolversi così, favoleggiando di puntare al trono dei Metallica, ma non so dove siano ora. Sembra che torneranno ad aprire i concerti degli Iron Maiden, come accadde quasi vent’anni fa, quando tutti gli dettero dei raccomandati.
Vogliono emularli anche gli Orbit Culture, li citano come influenze, e con risultati abbastanza incoraggianti dopo l’uscita del nuovo album, “Death Above Life” di quest’anno. Sembrano comunque dei cuccioli di Gojira.
Ascoltando la band francese non si va mai più indietro del 1992. Non lo dico in senso buono o cattivo. L’ho solo constatato. La matrice da cui sono venuti su passa ovviamente dai Metallica ma devia subito nel death metal dei Morbid Angel, la cui influenza si sente ancora, e poi passa dai Sepultura di “Chaos A.D.” e “Roots”, omaggiati in modo davvero spettacolare nel primo brano dell’ultimo disco, “Amazonia”.
Poi ovviamente ci sono i Pantera, i Tool, una spruzzata di Neurosis e i Meshuggah, ma anche Mike Oldfield, i Massive Attack, Dave Townsand e gli Strapping Youn Lad di “City”.
I Metallica sono ormai più fonte d’ispirazione per la carriera che stanno facendo e per il livello di professionalità a cui aspirano, mentre sul piano musicale ho l’impressione che il gruppo stia perseguendo come obiettivo qualcosa di più vicino agli Iron Maiden ma in un’accezione politica. Sto parlando in particolare del momento più coraggioso di Fortitude: “The Chant”.
Quello che mi piace del metal in generale è che il lato oscuro della vita può essere espresso. È il parallelo con i tibetani, ad esempio, che esprimono e abbracciano gli aspetti oscuri attraverso la danza. È un atteggiamento sano.
Molti ci chiedono perché cantiamo di pace facendo però musica così aggressiva. Per me non è una contraddizione, perché il mondo è in uno stato desolato. Tutte le guerre, la mentalità competitiva, la volontà di dominare sono in atto sul nostro pianeta. Ecco perché è così importante sensibilizzare e sostenere l’idea del rispetto. Dovremmo capire che la considerazione e il rispetto sono più importanti della competizione e del successo. Quindi, il motivo per cui stiamo gridando così forte è lo stato del mondo. Se non ci fossero guerre, pedofili, disastri ambientali o assassini, forse non faremmo death metal. Potremmo suonare musica ambient come i Buddha Lounge. – Joe Duplantier
Joe non dice tutte quelle cose sulla carica positiva della musica metal per farsi figo e scusare la sua mancanza di oscurità attitudinale. A vederlo sembra un ragazzo davvero buono e gentile e soprattutto sincero, il tipo impegnato, l’attivista genuino, non il fanatico stronzo che per salvare le popolazioni povere del terzo mondo, abbandona i figli a qualche zio pedofilo. Lui sostiene che la carica del genere metal nasca dal bisogno di ribellarsi e questo io ce l’ho presente da sempre, solo che per convincere il pubblico a seguirlo, occorre una magia in grado di farlo sentire una cosa sola con lui.
LA MUSICA RIBELLE
Il metal è musica che mira a essere ribelle; è musica che ha uno scopo, come la techno e i rave party. Proprio come il blues esprime sofferenza e malinconia, anche il metal ha una funzione. E questa funzione si è un po’ persa negli anni 2000, quando il metal ha iniziato a diventare più una musica da esibizionisti… Ma siamo sempre stati molto legati a questa funzione del metal, che è quella di avanzare richieste e scuotere le cose. – Joe Duplantier
Nel tempo questo bisogno di mandare affanculo ciò che non ci piace, si è trasformato in nichilismo, in satanismo edonistico e in vacuità filo-depressiva. Joe vuole invece che la gente, dopo aver ascoltato dischi come Magma corra fino alla spiaggia più vicina e urli improperi contro i pescherecci a largo.
Non voglio entrare nel merito delle aspettative che i fratelli Duplantier ripongono nella propria musica ed eviterei di focalizzarmi sulle effettive conseguenze eco-sistemiche dei tour e contro-tour che i Gojira fanno quasi ininterrottamente da più di vent’anni, percorrendo in lungo e in largo il mondo con i cazzo di aerei. Lì casca l’asino e e si sfracella al suolo. Joe può arrampicarsi sul più impervio degli specchi per giustificarsi ma di fatto lui e la sua band portano un messaggio ecologico e inquinano tantissimo per farlo. Dice che è il prezzo da pagare per condurre la musica alla gente e renderla migliore, ma posto che i live dei Gojira siano davvero entusiasmanti, in fondo la musica non ha bisogno di essere condotta fisicamente al pubblico, oggi che abbiamo internet, no?
Di fatto lui è pronto a lasciare un’impronta al carbonio grande come un piede di Polifemo perché ha bisogno di suonare per vivere. Punto. Quello che mi interessa però non è l’uomo Duplantier, che sicuramente avrà le sue ombre e i suoi limiti, come tutti, compresi i santi e i poeti. Non esistono brave persone o cattive persone. L’inferno e il paradiso sono dentro di noi, non fuori. Insomma, non voglio idealizzare nessuno. Ho passato quella fase molti anni fa.
Io sono qui per le canzoni e trovo davvero importante che quattro musicisti metal oggi cerchino di usare il proprio talento per diffondere energia positiva e un senso di comunanza. Da quanto tempo non c’è un cazzo di gruppo heavy che si inventi una melodia da far cantare a migliaia di persone? A parte i Maiden e i Manowar non lo fa più nessuno da un sacco di anni. E questo perché ogni band è divenuta cinica e agisce pensando di non poter combinare niente, se non far vendere qualche birra agli stand là sotto e le proprie magliette.
I Gojira vogliono cambiare le persone con la musica. Una volta lo credettero anche i Queensryche e non è un caso che smisero di fare grandi album appena persero la speranza. Potete deridere Joe e Mario Duplantier, alzare tutte le barricate dell’ironia, ignorarli, ma il punto importante per me è che questa band ha una visione, vede un futuro pieno di cose da fare.
Sì, dice di vedere un approssimarsi di eventi terribili, ma sempre un cazzo di futuro è. Nel mentre i dischi diventano sempre più focalizzati, più audaci e pregni di rabbia buona, sembrano uscire non per rimettere in moto la macchina commerciale, ma per riprendere un lungo comizio poetico: il prossimo passo sarà sempre sullo stesso fottuto sentiero invisibile che svelano a loro e noi nell’atto stesso di attraversarlo. I Gojira hanno questo di speciale; sembrano non sapere cosa stiano facendo di preciso e condividono lo stupore di riuscire a farlo.
IT’S EVOLUTION, BABY
Se fai un passo indietro e guardi la nostra discografia, c’è un’evoluzione in ogni nostra uscita. All’inizio avevamo una persona tutta rannicchiata su se stessa, che guardava dentro di sé, il che simboleggiava l’introspezione. Nel secondo album, “The Link”, avevamo un albero che andava letteralmente dalla terra verso il cielo. Nel nostro terzo album siamo andati nello spazio con balene, pianeti, una sorta di concept psichedelico. E per il nostro quarto album siamo tornati con i piedi per terra con “The Way Of All Flesh”, verso la morte. Era una sorta di fine di un ciclo, una sorta di lutto. Poi c’è stata un’idea di rinascita con il “bambino selvaggio” e da lì è partito un nuovo ciclo. – Mario Duplantier
Tante band suonano perché gli piace, perché amano l’adorazione dei fan, ma a me non basta. Non corrono rischi, non stanno esplorando il proprio mondo spirituale e non arricchiscono il nostro. Parlano da satanisti fatti e finiti ignorando un dettaglio, vale a dire che il vero satanista a un certo punto, se fa sul serio, dovrebbe smettere di esserlo e trasformarsi in qualcosa di più personale.
I Gojira sono rassicuranti e avvicinano un sacco di gente che con il metal non si sente a proprio agio. Questo non mi interessa, sia chiaro. Non credo che il genere abbia bisogno di nuovi proseliti e tornare quel fenomeno commerciale del 1987. Voglio però gruppi come i Gojira, con un cazzo di ideale. L’arte è come la gigantesca vela della barca su cui siamo tutti quanti: le idee nei secoli l’hanno gonfiata e con essa ci siamo tutti mossi verso nuove direzioni. Abbiamo viaggiato, emozionandoci e nutrendoci lungo la traversata. Ora le idee non ci sono più, ovviamente, la vela è sgonfia e la nave è ferma e in attesa.
Abbiamo bisogno di capitani coraggiosi, folli, con una visione, che si mettano al timone. I Gojira però più che con quel matto di Achab, si identificano con la balena: è il simbolo che ricorre, soprattutto nella prima svolta della loro storia, quella di “From Mars To Sirius”. Per loro, nel concept di quel disco le balene erano gli emissari e i messaggeri di un ritorno dell’uomo in un mondo sommerso dall’acqua. Trovo sia molto potente questa immagine, quasi quanto canzoni come “Ocean Planet”.
IL POTERE INDIVIDUALE
Abbiamo provato quasi tutto: comunismo, capitalismo, niente funziona, dove stiamo andando?! E penso che la chiave risieda nel risveglio individuale. Se sentiamo che il mondo non sta andando bene, allora le nostre azioni, le nostre azioni, devono essere coerenti con ciò che facciamo, e dobbiamo trovare quella via di mezzo, e questo è uno sforzo che dura tutta la vita. Ma abbiamo il potere. È nei nostri portafogli, anche se ci sono solo 10 euro. Il potere è lì: cosa compriamo? Quali idee sosteniamo? Finanzieremo le persone che finanzieranno la deforestazione amazzonica? Dobbiamo chiedercelo ogni volta che spendiamo un euro. – Joe Duplantier
A pensarci, il soffio di una nuova idea si avverte da un po’. Basta girare sul web e potrete trovare tonnellate di video dedicati alla meditazione, all’auto-analisi psicologica, all’auto-affermazione, alla guerra contro i narcisisti pazzi che dominano la nostra vita lavorativa, le nostre relazioni, il nostro piccolo nido interiore. Non attecchiscono più le idee di rivoluzione in piazza o di condivisione delle risorse, ma il bisogno di tornare a noi stessi e capire prima cosa vogliamo e dopo realizzarlo.
Le organizzazioni comunitarie hanno avuto il loro momento fino a trent’anni fa. Oggi è chiaramente una battaglia personale contro i guai del mondo; e quello che sostengono i Gojira è figlio del nostro tempo. Tra venti o trent’anni, capiremo cosa stava succedendo nel 2021 o nel 2025, ascoltando dischi come “Magma” o “Fortitude”, cosa che non si può dire nel caso dei lavori come “Ravening Iron” degli Eternal Champion o “72 Seasons” dei Metallica.
Vorrei essere chiaro fino in fondo. Non sto dicendo che quanto sostengono i Gojira nelle proprie canzoni e tutto ciò che hanno fatto per ottenere i risultati che hanno raggiunto, sia bello e giusto. Riconosco però in loro il merito di credere nella musica come energia che scuote il mondo e questa è la fonte d’ispirazione che trasforma i loro dischi in qualcosa di speciale.

