Il caso Wings Of Steel

Amici Sdangher!iani, io so come voi ben sapete (punto, due punti, abbundantis in abbundandum) che il sogno di ogni metallaro è sfidare il mondo musicale affermando che gli ultimi 30 anni sono il miraggio d’un abbaglio d’un incubo visionario, peggiore di quello squarcio d’orrore che è “Paura e delirio a Las Vegas”, dove realtà e alterazione sono talvolta invertite per assurdità. E non ci nascondiamo, no, che vogliamo indietro quel mondo musicale, pronti a ripartire dal 1992-93. E vorremmo rivedere le tribù Rock invadere le strade senza omologazioni, i locali riempirsi, le riviste rinascere, i luoghi di ritrovo propagarsi…
C’è una profonda verità: vorremmo confrontarci col mondo portando esemplari forme artistiche convincenti e dire “questo siamo”.

Non i Ghost, si parla d’inequivocabile iconicità anche per gli esterni al genere. Negli anni 1980 ci fu un punto mediano da proporre, i Judas priest che andavano dal quasi Blues di “British Steel” alla modalità onnivora di “Painkiller” ma dopo il 1994 chi poteva ambire a essere definito alfiere e sacerdote di quell’insieme di suono, fama, immagine e attitudine?

Non certo i Metallica della (?) svolta, né l’ambiguo Brian Warner o i minoritari Immortal, per non dire dei mai lanciati Cannibal corpse. Incessantemente cerchiamo qualcosa fuori dall’estremismo, valido davvero per tutte le istanze interne ed esterne: certo l’Heavy tradizionale s’è trasformato in tradizionalista e offre con gli Enforcer la formula meno stantia fra i revivalisti, mentre Jorn Lande e i Last In Line sono quella più muscolare, ma restano fenomeni limitati.

Non scrivo del Metal Epico che in questi ultimi 15 anni ha tenuto in piedi la baracca con le uscite migliori, ma di quello che guarda al prete di Giuda e assume su di sé l’onere di essere biglietto da visita per l’intero Metal. Che forse nel ricordo evocato da certi suoni.
Evocato, ma reale: oggi parliamo del caso Wings Of Steel.

Qualche anno fa, il solerte Fuzz non mi rispose quando gli proposi di scrivere gratuitamente un pezzo su questo gruppo, e devo ringraziarlo, perché scoprii grazie al suo rifiuto Sdangher. Ora, se Pascoletti ci legge, troverà un’ottima pastura nel materiale sonoro tralasciato in favore delle fangose produzioni pseudo anni 1970 che ha propagandato negli ultimi tempi.

Altri ringraziamenti vanno al fedele lettore che ha segnalato come la voce dei Messa suoni meglio dal vivo che su disco (causa produzione): rafforza la nostra tesi sull’inadeguatezza produttiva acquisita nel tempo, combinata alla mancanza di esemplarità che le voci devono avere.

Questo pezzo nasce dall’aver trovato un addentellato al problema in questa vicenda. I Wings of steel sono nati nel 2019, gruppo (per ora) indipendente guidato da voce svedese e chitarra statunitense, locati in Los Angeles. L’esordio omonimo fa stella polare del fragore ottantiano: suono potente e rifinito, influenze che viaggiano sullo spettro storico del periodo di riferimento, immagine curata, copertine tematizzate su Yin e Yang formato coppia di Pegaso bianco e nero (applaudi, o stalla).

Nel 2022 le canzoni paiono arrivare da un altro pianeta: inizio bellicoso seguito dall’omonima quasi speed, poi un trittico audace composto da ballata, brano acustico per voce e chitarra Jazzata infine epica chiusura heavy prog.

Un disco poderoso: batteria felicemente colorata, chitarrismo shred, basso amalgamante ma distinguibile, voce che spara e prova anche a interpretare. Ovviamente (?) pubblico e stampa tirano in ballo due nomi: Queensryche e Whitesnake denotando la solita impreparazione, ma il secondo disco spazza via questi riferimenti.

QGates Of Twilight” estende il rapporto espressivo, con in copertina i due Pegaso che pare invitino a muoversi verso due colonne che, col manto dei quadrupedi sanno di Yakin e Boaz stagliate sotto la costellazione del Cigno.
A questa decisa allegoria occulta segue la coerenza con gli archetipi dell’esordio ma in un senso di sfida al moderno che appaga per il solo gusto di esistere ora, fra noi.

L’ascoltatore attento noterà i veri riferimenti posti in un terreno esaltante fra Steelheart e Crimson glory, sublimato dall’epica malinconia arroventata di Garden of Eden.
Fa sorridere chi scrive cose come “nulla d’originale ma ben fatto”: quì c’è una padronanza non scontata nel continuo oscillare fra polarità che sembrano inconciliabili come in “Leather And Lace”, ponte fra il calore dell’ondata roots che investe Hard e Glam alla fine del periodo d’oro e la cristallina purezza del Metal Power della seconda metà degli anni ’80.

L’ultimo disco uscito quest’anno, “Winds Of Time”, presenta il produttore del precedente (Damien Rainaud) come batterista stabile e inizia con una suite di oltre dieci minuti e prosegue sulla stessa riga, forse inglobando certi elementi del Power groove di inizio millennio e incursioni nel Doom epico.

Musicalmente meno estremo, più cupo fin dalla copertina e orientato verso testi sul totalitarismo contemporaneo, il nuovo disco conferma l’astro nascente di nuove leve che più di tutti sembrano incarnare quel desiderio di inequivocabile potenza metal da portare in trionfo in faccia ai detrattori e alle orecchie del pubblico collaterale.

Ortodossia sonora e visiva, per far ripartire il treno del genere, ormai da troppo fermo sui binari dell’inconcludenza.

E la questione vocale?

Beh, se ascoltate il gruppo dal vivo prima di quest’anno la voce talvolta sembrava andare fuori dal seminato (come nel “Live in France”), mai stonata in sé ma stridente con l’armonia generale; oggi anche dal vivo I Wings Of Steel mantengono le promesse d’un futuro che potrebbe essere diverso da quello patito finora.