“Governavamo il mondo. Eravamo i re di Hollywood, amico. Se eri in una rock band potevi fare qualsiasi cosa. Era fantastico. Sunset Strip e oltre. A volte mi guardo indietro e penso: non posso credere di essere sopravvissuto, figuriamoci di averlo vissuto. La gente spesso non ti crede. Dice: “Dai, non hai fatto davvero queste cose…”. Sì che le ho fatte, e ho anche i mandati di arresto per dimostrarlo. E i documenti del tribunale”. (Jack Russell)
Un breve preludio

Nella mia personale lista di “cose da fare prima di morire” c’è un viaggio a L.A. lo ripeto in famiglia fino alla noia al punto da risultare fastidioso persino a me stesso. La città, a detta di chi c’è stato, è uno schifo, ma è anche quella che più di tutti ha forgiato il nostro immaginario collettivo. Ci sarà un motivo se nei kolossal americani, Godzilla, gli Alieni o chi vi pare distruggono sempre New York, ma mai Los Angeles.
Passerò da quel benedetto Sunset Strip, dove lo sperma scorre(va) a fiumi, respirerò l’aria di quei luoghi che tanti artisti ha ispirato, consumerò un piatto al Rainbow Bar & Grill, passeggerò fuori dal Trobadour e dal Guitar Center rendendo onore a quella futile, cotonata irripetibile stagione musicale. Vestirò i panni del più scemo dei turisti, consapevole che non potrò né assaporare né rivivere lontanamente quello che è stato, e che probabilmente tutto quanto sarà una delusione. A mano a mano che passa il tempo ci si ricongiunge col proprio vissuto e con le stagioni migliori di una vita. Guardare al passato non è necessariamente un modo per tributare un’epoca idealizzata, o esaltare ciò che col tempo ci appare più bello di quanto non fosse.
La cronaca naturalmente diventa storia, e le occasioni per parlare, raccontare o svelare retroscena inediti, legati al vissuto dei protagonisti ma soprattutto al “behind the music”, assai più interessante, sono aumentati in maniera esponenziale negli ultimi anni.
C’è una felicità interiore, legata a una o più fasi della vita, solitamente quelle di quando si è giovani; ma c’è anche una felicità esteriore, dettata dal contesto e dalle condizioni, e nessuno mi leva dalla testa che un adolescente dell’85 avesse una visione e un vissuto assai più ottimista e incantata di un ragazzo del 2025.
Queste le premesse. Da mesi volevo tornare a parlare di una band che non voleva morire, i Great White da Huntington Beach, California.
Un passo fuori dall’oscurità

Ci sono gruppi semantici che assumono un significato diverso a seconda del periodo storico. Per molti anni, parole come America profonda, Midwest, Maga, White Trash, Redneck, bifolchi, NRA hanno evocato un mondo lontano e per certi versi bizzarro. Lunghe strade statali, taverne arredate anni ’50 e vecchi juke box arrugginiti, una band country rock che suona, un manipolo di camionisti che tracanna birre per poi sciogliersi in dolce compagnia dentro a quattro passi di ballo country. Quelle stesse parole oggi sono l’anticamera dei nostri peggiori incubi; l’America delle radici ci ha svelato la sua doppia faccia, un battito irregolare e silente che non potevamo immaginare.
Erano una grande band i Great White, per tanti motivi. Tutti decantano il talento dei suoi elementi di spicco, la voce alla Robert Plant di Jack Russell, il tocco blues sopraffino di Mark Kendall. Tutto vero, ma aggiungo, erano una grande band perché andavano alle radici; ci si arriva facile, non servono chissà quali discorsi. Basta scorrere i commenti delle loro canzoni su social come YouTube. È incredibile quanti ricordi, momenti di vita vissuta siano legati a questa band.
L’America profonda ha un cuore che batte nei piccoli gesti, nelle storie della gente comune: un matrimonio, un viaggio in auto col papà, la mamma che canta in cucina, il camionista che ha consumato la cassetta di “…Twice Shy” nei suoi interminabili viaggi. Quel decennio è entrato nella memoria collettiva degli americani più di quanto pensiamo e la stessa sorte è toccata ai Great White, anche se hanno molte meno visualizzazioni dei Guns, dei Ratt, dei Poison, di quasi tutti.
D’altra parte, ai tempi del grande licenziamento collettivo (come vogliamo definire l’inizio dell’epopea grunge ai danni di quelle band?) fu proprio lì che band come Great White, Slaughter e Ratt si rifugiarono. Nel cuore del paese. Se l’Europa è un continente, l’America è qualcosa che va oltre. Da noi sarebbe impensabile un ricollocamento di questo tipo, eppure laggiù molte band hanno continuato a vivere in quel loop eterno di radio locali, piccoli club, casinò, parchi a tema, eventi per famiglie. E ha funzionato almeno fino ad oggi.
I Great White praticavano la semplicità. Keep it simple, o less is more, per dirla alla loro maniera. Che poi è la grande lezione del blues. Diceva un mio amico musicista che il blues ti asciuga, ti toglie gli orpelli dalle mani e dallo stile, rendendoti essenziale. Niente di più vero nel loro caso.
Oltre a questo, venivano dalla spiaggia. Avete presente? Huntington Beach, Redondo Beach. Nomi che solo a sentirli evocano un gran bel vivere. Gente che la prende con calma, col sole in faccia e la salsedine sulla pelle. Tavole da surf. I loro brani non trasmettono nessuna urgenza. Non erano i Guns, animali metropolitani in lotta per la sopravvivenza.
Certo, in quanto a storie selvagge il loro campionario è interessante, ma concentriamoci sulla musica. Ogni loro brano è come un aereo in fase di rollio, come una jam session, uno strumento per volta, un riff elementare, che sale lentamente e ti trascina. E poi quella voce, l’unico erede di Robert Plant era proprio lui, peccato che ce ne siamo accorti tutti quanti molto tardi.
Mica è sempre stato così però; agli albori della loro carriera i Great White aprivano per i Judas Priest di “Defenders Of The Faith”, non esattamente una manica di debosciati espressione del rock decadente. Come se non bastasse, dichiara Jack Russell che “puntavamo ad essere come loro”. Più realisti del re, insomma. “Una sera incontrai Rob Halford al Troubadour, era passato di lì per caso, e gli dissi: “Amico, tu non sai chi sono, ma uno di questi giorni aprirò i concerti per te.” E lui mi rispose: “Va bene, in bocca al lupo.”
Due anni dopo stavamo davvero aprendo i concerti per lui nel tour di Defenders Of The Faith. Gli dissi: “Non te lo ricordi, ma…” e lui fece: “Questa è una storia incredibile, ragazzo.”
“Out Of The Night” se uscisse oggi farebbe guadagnare alla band uno slot al Keep It True. Suona come tanti dischi revival delle cosiddette band di New Traditional Heavy Metal. Qualche metallaro Neanderthal su metalarchives arriva persino a dire che era la migliore incarnazione della band, prima della merda di MTV.
Balle.
Si tratta di un disco sì genuino ma intriso di quella rozzezza e ingenuità tipiche di una metal band agli esordi. Quelle band della prima wave, Quiet Riot, Ratt, Great White, suonavano per certi versi molto simili e in molti passaggi del disco se chiudete gli occhi confonderete facilmente quelle band.
Il successivo “Shot In The Dark” è invece il classico disco di passaggio, quello in cui per la prima volta vengono introdotte le tastiere nel sound della band. È un disco blues e heavy con un suono molto carico di tastiere, con qualche buona canzone e nulla più.
Quanto detto finora però resta nella sfera della soggettività. C’è invece un elemento concreto che li distingueva allora. Un dettaglio che non lo era. Erano una band con tastierista.
“Quando abbiamo iniziato a lavorare al nostro primo album, non avevamo le tastiere, eravamo solo un trio. Nel nostro secondo album, Michael (Lardie) aveva lavorato come secondo fonico in studio, e volevamo mettere le tastiere in una delle tracce. E lui ci ha detto: “Suono le tastiere”. Allora abbiamo accettato, gli abbiamo mostrato cosa ci serviva e lui ha aggiunto delle tastiere all’album. Così, dopo aver finito l’album, gli abbiamo chiesto: “Che ne dici di venire a suonare le tastiere? Ti mettiamo dietro le quinte o qualcosa del genere”. Lui ha risposto: “Beh, non solo so farlo, ma so anche suonare la chitarra ritmica”. Allora ho detto: “Oh, sarebbe fantastico perché così otterremmo un suono esattamente come quello del disco”. E così abbiamo iniziato in quel modo, gli abbiamo messo una pedana sul palco e ben presto le ragazze gli davano la caccia. Alla fine lo abbiamo inserito nella band, e questo ha ampliato la nostra gamma musicale, aggiungendo tastiere e più orchestrazione. E si possono fare più cose dal vivo. Ci piacciono le tastiere, la chitarra ritmica e le due chitarre. Abbiamo due parti di chitarra, quindi è un po’ come il modo in cui gli Aerosmith mettono insieme le chitarre. Non suoniamo mai la stessa parte. È sempre un arrangiamento in cui suoniamo entrambi due parti musicali diverse. Ed è piuttosto bello. (Mark Kendall)
Colpiscimi, eccitami

“Penso davvero che i Great White avessero più sostanza di molti dei nostri contemporanei. Eravamo una band di blues rock. Una band da festa, da birra a un dollaro. La più grande party band del mondo. Ci divertivamo. Ci piaceva suonare. Ci piaceva scrivere belle canzoni. Non scrivevamo per piacere al pubblico, scrivevamo per piacere a noi stessi. (Essere chiamati hair band) penso sia una mancanza di rispetto verso un’intera generazione. Non mi piace essere chiamato così, ma preferisco quello piuttosto che non essere chiamato affatto. Quindi chiamami come vuoi”. (Jack Russell)
Non scrivevano per piacere al pubblico? Difficile crederlo col senno di poi e con svariati dischi di platino in bacheca. Eppure, scorrendo l’evoluzione artistica della band, l’affermazione è credibile.
È nell’87 che i GW passarono all’incasso pubblicando il bellissimo “Once Bitten”. Rock asciutto e incendiario, subdolamente ispirato al blues e trainato da due singoli fra i più iconici di un’intera stagione. “Rock Me” è un brano atipico per gli standard di allora come per quelli odierni, un gioiello di rock blues che si dipana in ben sette minuti, parte su una linea di basso alla maniera di una qualsiasi jam session per dividersi su un filo di armonica che fa poi esplodere il brano in tutto il suo vigore. Non erano in molti a suonare così in quegli anni. “Save Your Love” sembra la solita ballad di stagione ma è un brano sentito come pochi. Inizialmente la band e il management non la volevano sul disco perché la ritenevano “troppo moscia”. Jack Russell ci teneva così tanto che disse: “Se questa canzone non va sul disco, non ci vado nemmeno io.” Finì su disco e divenne una hit milionaria.
Era stata provvidenziale l’intuizione del manager Alan Niven a suggerire di lavorare su sonorità più calde e tradizionali, o almeno di tenerne di conto. Siamo soliti immaginare il manager come quella figura che scappa col malloppo lasciando alla band le briciole, ed è senz’altro vero, ma quella figura è storicamente anche un gestore di risorse, come traduzione letterale vuole, capace di valorizzare il talento e le attitudini delle band.
Col successivo “…Twice Shy” la band conferma l’intenzione, consapevole di avere fra le mani alcuni brani potenti; sarà una scelta felice, in termini commerciali e di critica.
“Devi conoscere le tue radici. Studiare il blues, capire da dove nasce il rock. Lo consiglio a ogni musicista. Anni fa parlavo degli Aerosmith come ispirazione e Joe Perry mi mandò un messaggio dicendomi: “Sai, mi fa piacere quello che hai detto, ma devi guardare più indietro.” Così ho iniziato a studiare molti vecchi bluesman per capire davvero da dove tutto questo provenisse, gente come Lightnin’ Hopkins, Howlin’ Wolf e Willie Dixon. E ho cominciato davvero a scoprire da dove nasce il rock & roll: da questi vecchi tizi seduti sui portici in Kentucky che cantavano cose tipo: “mi sono preso un cane nuovo e poi mi è morto.” In questo modo ho iniziato a scoprire le vere radici della musica e questo ha reso la mia scrittura molto più varia e ricca, proprio perché capisci da dove viene tutto quanto. Ed è quello che consiglio a qualunque musicista che dice: “Oh, Justin Bieber è la mia influenza.” Devi tornare indietro e scoprire davvero da dove arriva la musica. Ti aiuterà moltissimo.”. (Mark Kendall)
Chiamalo Rock n’Roll – 2 febbraio 1988

“Con i Guns abbiamo fatto solo un concerto assieme… noi eravamo in pausa dal tour con gli Whitesnake e il loro “Appetite For Destruction” credo fosse appena diventato disco d’oro, quindi “Welcome to the Jungle” stava andando alla grande in radio e tutto il resto…e abbiamo fatto un concerto a New York in un posto chiamato “The Ritz”, MTV era lì, hanno messo in onda lo spettacolo e l’hanno filmato. In realtà abbiamo aperto il concerto, anche se all’epoca avevamo venduto più di 2 milioni di copie e avevamo avuto un grande successo con “Rock Me”. Ma a New York c’era così tanto fermento per i Guns N’ Roses che il nostro manager disse: “Perché non aprite voi?” e noi accettammo. Abbiamo suonato entrambi lo stesso set, ma abbiamo suonato per primi. Ed è stata una serata fantastica per entrambe le band”. (Jack Russell)
La storia non è fatta di date, diceva il mio professore di storia contemporanea, ma se le fissiamo sul calendario un motivo deve pur esserci. Una città, New York. Un luogo, Ritz Theater, e una data, il 2 febbraio 1988, scolpita nella cronologia del rock duro.
La storia è fatta di sliding doors, o se volete darvi un tono, è semplicemente la teoria del caos di Aristotele. La conosce bene Alan Niven, uno di quei manager/ impresari musicali che ha visto passare gli anni migliori che si possano ricordare. A quel tempo aveva due assi fra le mani, il buon Alan, dai colori neppure troppo diversi. Great White in una mano, Guns n’ Roses nell’altra. Gli uni quasi nel loro prime, perfetti sconosciuti i secondi. E se proprio vogliamo scomodare ancora Aristotele e le sue teorie, bastava vederli in faccia ai secondi per capire che i Guns erano dei predestinati anche se il loro debutto, uscito sei mesi prima, non era ancora esploso in tutto il suo fragore.
Chissà cosa sarebbe successo, e soprattutto se i primi se lo sono mai chiesto, se Niven non avesse avuto ben due idee malsane, quella di farli suonare assieme e quella di invertire l’ordine in scaletta. Riconoscere il talento è prerogativa di pochi e sono convinto che anche il buon Mark Kendall abbia poco da recriminare davanti ai Guns di quegli anni. Le briciole raccolte dai Great White saranno di tutto rispetto: due milioni di copie vendute col successivo “…Twice Shy”, una nomination al Grammy, airplaying a tutto spiano.
Ad avercene album di ricordi così. Dietro il multimilionario successo del disco, e dell’omonimo singolo c’è lo zampino, manco a dirlo, di quella vecchia volpe di Izzy Stradlin.
“Avevamo un album intitolato “Once Bitten”, quindi abbiamo pensato che il seguito più ovvio sarebbe stato “…Twice Shy”, e Izzy Stradlin, che suonava la chitarra nei Guns N’ Roses, venne dal nostro manager con quel pezzo di Ian Hunter. Non l’avevo mai sentito prima. Conoscevo un po’ i Mott the Hoople e li avevo ascoltati, ma non avevo mai sentito Ian Hunter, nessuno dei suoi lavori da solista…comunque, Izzy Stradlin portò quella canzone e disse: “Sarebbe fantastico per voi farlo, perché avete l’album ‘Once Bitten’ e poi c’è ‘…Twice Shy'”. La presentò al nostro manager. Noi non l’abbiamo ascoltata. Al nostro manager piacevano molto il testo e tutto il resto, quindi ce la fece ascoltare e noi pensammo che andasse bene, ci piaceva. Ci abbiamo semplicemente dato il nostro tocco personale”. (Mark Kendall)
Izzy Stradlin’ meriterebbe un ciclo di articoli a parte, perché in pochi a memoria d’uomo hanno avuto un impatto così grande in rapporto agli anni di carriera come lo scapestrato chitarrista dei Guns, ma questa è un’altra storia. Il video di “Once Bitten Twice Shy” venne diretto da Nigel Dick, che negli anni avrebbe lavorato anche con Guns (ovviamente), Oasis e Britney Spears, scalò le total request di MTV e contribuì ai successi di cui parlavamo.
Una città di psicopatici
Siamo passati da tre milioni di dischi venduti a 750 mila. Ed è stato tipo: “ehi… aspetta un attimo”. C’è una bella differenza.
A un certo punto i formati radiofonici cambiarono, era tutto Nirvana, Nirvana, Nirvana. E non posso nemmeno biasimarli, perché tante rock band venivano messe sotto contratto per il look. Le case discografiche pensavano: questi vendono dischi, sono su MTV… guarda quanto sono carini, guarda i capelli… le ragazze impazziranno. Quando non si è trattato più solo di musica, ma di immagine, il problema è arrivato. Toglievi i video e le canzoni non reggevano. A nessuno importava davvero e tutto ha iniziato a suonare uguale: omogeneizzato, pastorizzato, lugubre. Non era più rock… era una fotocopia e più copie fai, più ti allontani dall’originale. C’erano 98 Guns N’ Roses, 45 Ratt, 15 Great White, 27 Dokken. Cloni sempre meno simili agli originali. Non ti serve più di un Dokken. Non ti serve più di un Mötley Crüe. Non ti serve più di un Great White. Quegli spazi erano già occupati. Ma le etichette li riempivano comunque… “assicuratevi che abbiano i capelli”. Ci hanno tolto il terreno da sotto i piedi. E la gente era così desiderosa di un cambiamento che ha accettato persino il grunge, rendiamoci conto”.
“Hooked” uscì nel ’91 a breve distanza da “…Twice Shy”. La band era in un momento felice e il disco è ancora il prodotto di un’attitudine audace per l’epoca. Sempre più blues, sempre più acustici, sempre meno heavy. La band fece qualcosa di rivoluzionario, se consideriamo il contesto. I tempi dei Judas Priest erano davvero lontani.
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l singolo di lancio “Congo Square” durava sette minuti ed era una “Rock Me” lavata nel Mississippi e messa ad asciugare sulle rive del Delta. Il titolo rievoca la piazza della vecchia New Orleans in cui gli schiavi si riunivano nei giorni di festa per fare mercato, cantare e ballare, gettando di fatto le basi per la nascita del blues e del jazz.
A chi si rivolgevano i Great White? Alla comunità afro? Agli amanti del blues? Ai rockers bianchi di Los Angeles? Non era cool parlare di certi temi all’epoca. Fu semplice ispirazione, la stessa che partorì gioiellini come “Call It Rock n’Roll” e “Desert Moon” perfetti esempi di quel rock spicciolo descritto da Russell, efficaci nella loro semplicità e tanto attuali che piacerebbero a Joe Bonamassa.
D’altra parte, come sempre nel caso dei Great White, il titolo parlava da sé (“Hooked” dall’inglese si traduce con “completamente rapito, attratto”) a dimostrazione che l’amore per il blues era molto più di una semplice infatuazione.
Il successivo “Psycho City” esce nel settembre 1992 e viene simbolicamente dedicato alla propria città natale. Che non passa un bel momento, sono trascorsi pochi mesi dalla famosa rivolta e dai fatti di Rodney King; la grande città ha i nervi a fior di pelle e finita l’era dell’edonismo apparve evidente che c’erano delle vecchie questioni da sistemare.
La copertina ritrae l’insegna di un motel che esiste ancora oggi, frequentato da prostitute e fumatori di crack, fra Long Beach e Compton. Un posto da America profonda, dove i Great White sono andati a trarre ispirazione e dove avrebbero finito per ricollocarsi fino alla fine dei giorni. Russell e soci stavolta un po’ di messaggi li mandarono e neanche troppo nascosti. La voce che si sente all’inizio della title track era quella di un tipo che lasciava messaggi all’ufficio del loro management. Sosteneva che Russell fosse entrato in casa sua e gli avesse rubato “House Of Broken Love” dalla testa. “Non tornerò mai a Psycho City”, canta la band, e sarà così in qualche modo.
“Psycho City”, come il precedente “Hooked”, è il manifesto di una band che non sembra porsi il tema di dove andare, perché in cuor suo sa di aver già vinto, sa di aver rubato un piccolo pezzo di cuore dell’America. “Maybe Someday”, “Love Is A Lie” (una versione estesa e pompata di “Angel Song”), “Old Rose Motel”, “Step On You”, sono pezzi su cui la band piazza tutta l’artiglieria che l’ha resa famosa: Mark Kendall non suona la chitarra, la fa letteralmente cantare, caricando assoli su assoli perfetti nella loro semplicità, Russell scava e spazia su tutte le possibili tonalità simil blues, Michael Lardie è molto più di un terzo violino, è un vero jolly e sui tasti d’avorio apre spazi infiniti, come sul break di “Love Is A Lie”. E se volete apprezzare il talento e lo stile di Ausdie Debrow, fate un passo indietro a “…Twice Shy”. Su quel disco c’è una traccia, “Hiway Nights”, che è la dimostrazione di come si possa costruire un semplice brano hard rock da una jam, partendo da un pattern di batteria che tiene in piedi tutto quanto il pezzo.
Diamoci dentro

Sappiamo tutti cosa accadde alle band dopo che il ciclone grunge ebbe riasfaltato tutto il Sunset Strip. Chi indurì il sound, chi abbraccio nuove sonorità, chi sull’onda della pressione (e delle droghe) mollò tutto, chi si presentò dallo psicologo, chi alle agenzie di lavoro.
I Great White fecero quello che nessuna di quelle band fece, a memoria d’uomo. Seguirono l’ispirazione. Come se niente fosse, quasi come l’orchestra del Titanic, ma con risultati assai meno tragici, almeno per qualche anno. La band non smise mai di andare in tour; certo, passò dalle arene ai club, ma non cessò di esistere, a differenza di tutti gli altri.
Nel 1994 pubblica nell’indifferenza del music biz “Sail Away”. Un disco antistorico, con una copertina antistorica. La band vive serenamente nella sua nuova dimensione, incurante di ciò che musicalmente accade fuori. Si tratta di un’opera acustica e intimista, che come dice il titolo si lascia tutto alle spalle. Clarence Clemons della E Street Band impreziosisce una ballad sontuosa come “Gone With The Wind”; ci sono strumenti nuovi e inusuali, banjo, sitar e sax, testi introspettivi e personali ed è’ uno dei dischi preferiti di Jack Russell.
La storia vissuta della band finisce qui, Alan Niven chiuderà il sodalizio un anno dopo e di fatto un’epoca irripetibile per tutti. Quello che avviene poi è degno di una sceneggiatura: il concerto d’addio nel 2001 (ovviamente sul Sunset), lo split della band, i tragici fatti del 2003, i goffi tentativi di onorare la memoria delle vittime, la reunion, il nuovo split. Jack Russell ci ha lasciati il giorno di ferragosto nel 2024, un mese dopo l’addio ufficiale alle scene. Anni di problemi fisici e mentali, un grande talento dilaniato oltre che dalle droghe, anche dalle conseguenze del rogo allo Station Club in cui morirono oltre cento persone, una tragedia che niente e nessuno potrà mai comprendere né superare in tutta la sua drammaticità.
Mark Kendall ha reso noto a novembre 2025 di essere in cura per un tumore al rene al quarto stadio. Il suo messaggio è di quelli che non lasciano indifferenti.
Per essere chiari, non ho bisogno di aiuti economici ma accetterò volentieri preghiere e messaggi di incoraggiamento! Combatterò questa cosa e starò bene. Le persone che fanno parte del mio gruppo di supporto hanno ricevuto la mia stessa diagnosi anche vent’anni fa, quindi questo è incoraggiante!
Saluti a tutti!” (Mark Kendall)
Dopo appena un mese sono arrivate le buone notizie, Mark sta bene, la band continua a programmare date per il 2026 e a tributare se stessa. Aggiorna quotidianamente la sua pagina raccontando aneddoti, storie divertenti, foto di famiglia e ricordi. Il tutto con la leggerezza e la signorilità di chi è grande davvero.
“Ogni anno eravamo soliti fare colazione con i Guns N’ Roses per Natale, mentre il nostro manager gestiva loro e noi. E Axl mi trattava sempre con un atteggiamento davvero strano e distaccato. E una mattina a Natale, gli dissi: “Ehi, Axl, sembra che ci sia un problema tra me e te, qual è?”. Lui rispose: “Non ti ricordi di me, vero?”. E io: “No”. E lui: “Beh, ti ho incontrato al Troubadour anni fa perché andavo sempre a vedere Dante Fox, e ti ho dato il mio demo [pre-GN’R]. Ti ho chiesto di dargli un ascolto e di farmi sapere cosa ne pensavi. E tu l’hai ascoltato. Hai detto che pensavi che cantassi alla grande, ma la band faceva schifo. Ti ho odiato per questo. Ma sai, avevi ragione. La band faceva schifo e alla fine li ho lasciati. Apprezzo il complimento sulla mia voce, ma per molto tempo sono stato solo incazzato con te, ma ormai credo di aver superato la cosa”.
Gli risposi: “Fantastico. Mi avevi chiesto di dirti cosa pensavo e sono stato onesto”. Se qualcuno vuole farmi una domanda, non gli dirò cazzate. Non servirà a niente. (Jack Russell)

