Dorothee Pesch ha finalmente deciso di mettersi in proprio, iniziando la sua carriera solista, abbandonando i suoi ex-compagni d’avventura.
Musicisti scelti per questo nuovo progetto sembrano essere Tommy Henrickesen al basso (recuperato dall’ultimissima line-up dei Warlock) e tale John Devon alla chitarra. Il primo disco della formazione è previsto per il 1989. (Vecchia news di HM)
Non sono cresciuto con i dischi dei Warlock, non mi hanno mai impressionato molto, eppure la loro vicenda mi ha suscitato interesse dopo tanti anni, scartabellando tra le interviste a Udo Dirkschneider. Cosa c’entra lui con loro? Niente, ma c’entra.
Al tempo, quando la “Cantantessa del metal”, la signora Doro Pesch, decise di mettersi in proprio, decretando automaticamente la fine dei Warlock, gli appassionati di questo genere e soprattutto i militanti più serrati di allora, la accusarono di essersi svenduta e di aver ucciso il gruppo a cui doveva tutta la sua notorietà. Nello stesso momento, Udo si lasciò con gli Accept, portandosi dietro tutta la coerenza, l’integerrima stazza, si fa per dire, e il suono del gruppo natale.
In entrambi i casi, queste percezioni erano basate su una serie di equivoci e di mancanza d’informazioni. Purtroppo chi si occupava di queste cose, il cosiddetto giornalismo metal, non era attrezzato per scoprire come stessero le cose. Lo vedremo nel caso di noi italiani, le varie penne di riferimento, si limitarono a fare l’eco a chi sparlava e recensire.
La vulgata nazionale, ben riscontrabile dalle vecchie riviste di allora (HM e Metal Shock) accolse da subito questo passaggio al cammino in solitaria dell’allora Dorothee, come un tradimento. E i dischi che lei pubblicò a suo nome, dal già troppo morbido “Force Majeure” (1989) passando per i successivi “Doro” (1990, prodotto da Gene Simmons), “True At Heart” (1991) e “Angel Never Die” (1993) furono prove della sua malafede, dal momento che non erano più metal alla Warlock, ma vicino al rock radiofonico americano, pieni di ballate, di cover furbesche e con un cambio d’immagine della frontwoman, da leprotta borchiata a fighetta floreale anni 90.
A riprova di tanta cattiva condotta, una sequela di flop commerciali che finirono per eclissarne l’immagine.
Già, per quanto ora la nostra Doro sia uno degli inamovibili santini del trueista alla Keep-It-True, a metà anni 90 nessun defender la rimpiangeva e le cose non migliorarono quando tornò con un paio di lavori vicini all’industrial.
Se vi interessa c’è un bellissimo articolo di Marco Tripodi sul suo blog.
Piergiorgio Brunelli: Un’artista che ha problemi di carriera e che qualche colpa può certo addurla all’etichetta. La sua carriera solista non è che vada a gonfie vele ed è dai giorni di semi-gloria dei Warlock che Doro non fa più sensazione! Per la verità il colpo più grosso fu quando Enfer pubblicò quella foto di lei a tette nude, ma anche quella è acqua passata. True At Heart pubblicato solo in Germania, recensito anche altrove, ma lì ha venduto poco e negli altri paesi, dove è stato comunque recensito, non l’ha comprato nessuno, visto che arrivava con prezzi d’importazione. Il promuoverlo adesso sa di minestra riscaldata.
Ancora su HM:
Siamo di fronte al solito heavy-rock di facile ascolto ma di scarso interesse. Si sente oltretutto la mancanza di sincerità e si intravede che il prodotto è stato confezionato per vendere e niente di più… Nonostante gli anni di esperienza nella scena metal, la voce della cantante tedesca è poco flessibile.
Oltre alle sue quotazioni, pure quelle dei Warlock crollarono. Vinz Barone ammise che la band si era sciolta prima di raggiungere il suo “momento topico” e Wolf Hoffmann degli Accept, incalzato da Maurizio De Paola in un’intervista post-reunion degli Accept, ammise che i Warlock in fondo “non erano mai esistiti” e che la band era stata “sempre e solo lei”.
La percezione della Pesch è interessante, perché dopo che un settore quasi esclusivamente al maschile, l’aveva esaltata come eroina del metallo, adesso era accusata di tutte le cose di cui di solito lo è una femmina occidentale nel mondo sociale degli uomini: infedeltà, opportunismo, puttanaggine.
Chi avrebbe dovuto indagare, tirar fuori i fatti, vale a dire i “giornalisti” di HM e Metal Shock, non indagò. Erano anche loro più che altro dei giovani metallari irritati dal voltafaccia della cantante tedesca e preferivano riempire le introduzioni di pettegolezzi, illazioni e giudizi frettolosi, fingendo (ceeerto) di non credere a tutte quelle voci, ma di badare ai fatti, vale a dire alla musica, che del resto, trovavano brutta, falsa e soprattutto non metal.
Un altro esempio, sempre da HM:
C’era chi sosteneva che Doro avesse deciso di “silurare” i membri del gruppo per dar vita a un progetto solo molto più commerciale (diciamo alla Pat Benatar) e abbandonare lo status di “heavy metal queen” un titolo che negli anni passati si era conquistata con tutta legittimità. Altri rumori annunciavano che la cantante di Dortmund si era in un certo senso lasciata manipolare dal capoccia del music-business, spingendola a spazzare via il passato per creare un nuovo personaggio… niente più cuoio e borchie in favore di un look più soft e femminile. Adesso finalmente tutto è pronto e saranno i fatti a parlare chiaro: niente più congetture e pettegolezzi!
Ammetto che in quel periodo non fosse facile scoprire come stessero le cose e che gli indizi ufficiali portassero tutti a certe conclusioni, ma la verità era assai più dolorosa di quello che si pensava. Intanto, a dispetto della sparata dello zio Wolf, i Warlock erano stati una vera band e non un progetto cucito intorno a Doro; questo almeno fino a “True As Steel”.
Vero è che a un certo punto, il gruppo si accorse che i soldi la band li stava facendo, ma che erano tutti nelle tasche del management. A rendersi conto dell’andazzo fu Peter Szigeti, uno dei due chitarristi.
“E poi abbiamo scoperto che all’improvviso c’era un ufficio Warlock a Düsseldorf, su due piani, con due auto e una segretaria. Centinaia di pacchi con una macchina affrancatrice pronti per la spedizione. “Ci stanno fregando”, dissi, “Doro non voleva crederci”. – Peter Szigeti
Il racconto di Szigeti è davvero molto deprimente. Da una parte c’era un gruppo promettente e di talento, una vera band con una cantante un po’ rustica ma adattissima al ruolo, dall’altra dei manager pescecani senza scrupoli che sfruttavano e ingannavano un pugno di ragazzini pieni di sogni prosciutteschi sugli occhi.
Dal canto loro, i ragazzini, si stavano divertendo proprio tanto e non volevano muovere nulla, per paura di dover scendere dall’ottovolante. Quando subentrò un altro manager americano, per gestire l’ascesa del gruppo negli Stati Uniti, la situazione peggiorò.
Una volta Skin degli Skunk Anansie disse che i manager e le etichette, cercano sempre di spingere il cantante o l’elemento di maggior attrattiva del gruppo, alla carriera solista. Se lo sentì dire Jim Morrison, Freddie Mercury e tutti gli altri. “Loro non ti servono, il pubblico ama e vuole te”. A volte gli artisti ci credono e lasciano i compagni, altre volte rifiutano e restano fedeli alla band. Ma perché si fa così con loro? Perché è più facile manipolare una sola persona”, dice Skin, “di quattro o cinque insieme”. Nel caso dei Warlock andò così.
Doro iniziò a essere circuita dalle sirene americane e Zsigeti tentò di impedire che le cose andassero in quella direzione. Nel giro di poco tempo, i membri dei Warlock che rifiutarono di abbassare la testa e limitarsi a fare da comparse al trionfo di Doro, dovettero licenziarsi. Prima toccò a Peter, poi all’altro chitarrista, Frank Rittel. Dopo un altro album il manager tagliò fuori il batterista Michael Eurich. Solo Tommy Henriksen rimase in formazione quando Doro passò alla carriera solista, sebbene lui fosse già un rimpiazzo di Rudy Graf, allontanato anni prima per alcolismo.
Doro avrebbe rimpianto tutti quanti, almeno ufficialmente, in particolare Rudy, per quanto la trascrizione di HM da Rudy lo trasformò in Woody.
Quando uscì “Force Majeure” le paure dei fan e i sospetti del mondo metal si concretizzarono del tutto. Lei provò a spiegare che avrebbe continuato a tenere in vita i Warlock se avesse potuto e che quel disco doveva uscire con il loro nome. Ovviamente quelli con Rondinelli alla batteria non erano più i “veri” Warlock, ma nemmeno la formazione di “Triumph And Agony” era già più accostabile a quella di “Hellbound”. Cose che succedono, è il musicbìz, bellèz.
Di sicuro Doro era stata preparata a questo salto, ma il vero motivo che la spinse a lasciare, almeno per ciò che sostiene ancora lei, dopo tanti anni, è che il vecchio manager, all’insaputa del gruppo, aveva depositato a se stesso il loro nome, detenendone tutti i diritti quando la band lo licenziò. Per rivalsa quindi impedì a Doro di sfruttare ancora Warlock.
La verità però, sembrerebbe non essere nemmeno questa. Ma ci torniamo dopo.
“Force Majeure” era a tutti gli effetti il nuovo lavoro dei Warlock e rappresenta in effetti un passo naturale dopo “Triumph And Agony”, già più morbido e radiofonico dei tre precedenti lavori. Quando lei ufficializzò la fine del gruppo e l’inizio di “Doro”, si ritrovò un album bello e pronto da consegnare al pubblico; cosa che era già accaduta due anni prima, all’altro protagonista di questo nostro viaggio, vale a dire Udo Dirkschneider.
Lui, dopo essersi separato dagli Accept, aveva portato avanti “il verbo del vero metal”, mentre gli altri si prostituivano alla radiofonia americana. Di fatto, la band aveva regalato a Udo il suo primo album fatto da tutti loro. “Animal House”, non necessariamente con questo titolo, avrebbe dovuto essere l’ennesimo lavoro degli Accept, il successore di “Russian Roulette”. Una volta realizzate tutte le canzoni però, Hoffmann e Baltes, ammisero di non voler più andare avanti per quella strada e di essere stanchi delle solite cose.
Era chiaro che per fare ciò che avevano in mente, il vero limite fosse la voce di Udo, perfetta per cose come “Fast As A Shark” e “Metal Heart”, ma non in grado di sostenere un ulteriore alleggerimento verso l’AOR. La separazione fu consensuale. Non è che se Udo avesse detto, ok, figo l’AOR, facciamo un disco così, gli altri sarebbero stati felici e tutto il gruppo avrebbe continuato sulla stessa strada. Era pacifico per tutti quanti, che si togliesse di torno. Del resto lui, una volta fuori, si ritrovò un album nuovo da pubblicare, firmato dagli Accept e questo era un buon biglietto per viaggiare in solitaria ma soprattutto, dal punto di vista degli altri Accept, era una sorta di regalo di scuse per averlo costretto a rinunciare al suo posto in mezzo a loro.
Gli serviva solo una buona band per inciderlo di nuovo, visto che le tracce suonate dagli Accept probabilmente non erano presentabili o forse, bisognava rendere meno spudorata la cosa.
Il pubblico sognò tutta la faccenda a modo suo: “Udo se ne era andato sbattendo la porta, lasciando i suoi ex compagni disgustato, non ci teneva lui a far parte di quello sputtanamento ed era ripartito dal buon vecchio sound, surclassando gli Accept con una serie di lavori ineccepibili.
La verità è che Udo, non avrebbe potuto suonare nient’altro, con quella voce e quel fisico e non sarebbe mai stato in grado di affrontare un cammino solista, il duro mondo là fuori, senza il supporto dei suoi vecchi amici degli Accept. Loro non lo abbandonarono ma lo sostennero nel nuovo corso, perché glielo dovevano e lui ne aveva un bisogno cane.
Inoltre, per il suo nuovo gruppo, Udo raccolse i due transfughi dei Warlock: Zszigeti e Rittel, accaparrandosi così una coppia di asce mirabile e consolidando un nuovo percorso all’insegna del risentimento nei confronti dei “traditori del metal”, vale a dire Accept e Doro.
Qualche giornalista molto suggestionabile ebbe la pensata di incendiare la folla mettendo in giro la voce che la ex band di Udo, avrebbe sostituito lui con Doro.
Wolf Hoffman negò a più riprese questa storia, ma per il pubblico sarebbe stato il matrimonio perfetto per gli indegni infedeli.
Ovviamente al tempo ci fu un’altra storiella comune per entrambe queste carriere soliste avviate da poco: non si trattava di gruppi cuciti su misura per Udo e Doro, ma di “vere e proprie band”. Tsigeti e Rittel si accorsero che così non era, dopo aver inciso “Animal House” e per questo se ne andarono. Uno dei chitarristi che arrivò in sostituzione, Mathias Dieth, testimonia di un cammino condiviso, tra Udo e gli altri Accept. Al tempo delle registrazioni di “Mean Machine”, primo vero disco della U.D.O. band, gli altri Accept erano nello studio vicino a registrare “Eat The Heat” con l’americano David Reece e tra i due gruppi avvenivano frequenti visite e scambi di impressioni. Soprattutto Udo faceva affidamento sulle opinioni di Baltes e di Stefan Kaufmann, il batterista che poi avrebbe prodotto gli U.D.O. e sarebbe addirittura entrato a far parte della band anni più tardi come chitarrista.
Intanto, per quanto stesse ben attenta alle parole che usava, Doro fece intendere che la situazione con i Warlock era diventata penosa e che per lei era stata una liberazione allontanarsi da quel nome. Aveva vissuto, dall’uscita di Szigeti e Rittel, il cammino successivo del gruppo con un senso di angoscia crescente. I suoi ex comprimari avevano sperato che lei restasse dalla loro parte. Come dice Peter, anche senza quei manager, la band sarebbe rimasta: erano loro ad aver bisogno del gruppo, più del contrario. Doro però non ebbe la forza di dare contro agli americani. Era da poco negli Stati Uniti e se ne era invaghita. Sentiva che per la sua carriera quello di andare lì era un passo necessario che le avrebbe permesso di crescere ancora e raggiungere il livello successivo. Dovette sopportare la morte professionale dei suoi vecchi amici e tirare avanti, mantenendo in piedi una parvenza di gruppo.
Szigeti racconta un episodio che se è vero la dice lunga: il management lo convocò negli Stati Uniti perché c’erano delle cose da discutere e lui doveva essere presente. Al tempo era il compositore e portavoce del gruppo, era il galletto del pollaio da neutralizzare per primo. Arrivò e gli misero davanti un certo Tommy Bolan, un chitarrista. Gli dissero di fare un po’ di prove con lui. Szigeti non capiva. C’era già un chitarrista nella band, a parte lui. A cosa serviva quel tizio? Domande lecite. Il tizio invece sapeva tutte le risposte ma doveva fingere di non capirci nulla neanche lui. Era stato già selezionato da Doro, felice di averlo nella band. Che Szigeti fosse prossimo al licenziamento non era una sorpresa per lei, probabilmente da prima che lui partisse per gli Stati Uniti.
Tempo dopo la Pesch disse a Bolan che loro due erano come Jegger e Richards. “Triumph And Agony” è stato scritto molto proprio da lui. Successivamente, Doro ammise di essersi pentita di averlo lasciato andare, quando sciolse la versione più professionale e più scontenta di sempre dei suoi Warlock. Nonostante l’affiatamento e la stima di Tommy, non aveva esitato a sostituirlo, forse perché iniziava a pretendere qualche diritto in più. Al suo posto il talentuoso e giovanissimo Jon Devin, poi sostituto di George Lynch nei Dokken degli anni 2000.
Tendo a considerare “Force Majeure” un falso disco solista più di “Animal House”, anche se probabilmente il secondo lo è più del primo. Incredibile però come queste due uscite, nate per uno scopo e pubblicate per un altro, in fondo siano legate più di quanto si possa pensare, per quanto pubblicate con due anni di distacco.
Il primo simboleggiò una resa alla tentazione, mentre il secondo fu preso per il contrario.
Quando poi la Pesch si affidò a Gene Simmons per il suo primo vero disco solista, intitolato programmaticamente “Doro”, fu davvero evidente che qualcosa stava cambiando sul serio in lei. Nonostante i suoi proclami di fedeltà all’heavy metal e di odio per il pop e la dance, risalenti ancora alle interviste promozionali di “Force Majeure”, la biondina iniziò a incidere quasi solo ballate e potenziali hit radiofoniche di rock leggero, liberandosi da un’immagine improvvisamente troppo gravosa, con tutte quelle giacche di pelle e borchie. Lecito, per carità, se non fosse per la frase di Szigeti che mi è rimasta in testa da giorni e ancora mi ronza nel gozzo. È tratta da una intervista di qualche anno fa, la stessa da cui ho preso tutte le sue dichiarazioni per questo articolo:
Intervistatore: Doro lo ha detto in molte interviste. A quanto pare, Peter Zimmermann, il vostro vecchio manager, si è assicurato i diritti sul nome e poi è scomparso. Quindi non c’era altra scelta che operare con il nome Doro.
Peter: Doro l’ha detto nelle interviste? Suona molto meglio, vero? Immagina se Doro dicesse: “Sì, allora ho fatto vietare il nome in modo che altri non potessero mai usarlo”.
Intervistatore: Beh, questo dipingerebbe sicuramente un quadro completamente nuovo.
E in effetti sarebbe così. Qualche anno fa poi è venuta fuori la reunion dei Warlock. In fondo niente di straordinario; ormai lo sono di più i gruppi che restano sciolti e non si riformano più. Loro si esibirono dal vivo in alcuni festival e la cosa passò un po’ sottotraccia. Come mai poterono farlo? Il nome non era bloccato?
Doro ha ammesso due anni fa che in maniera davvero rocambolesca, il gruppo ne è tornato in possesso, perché hanno scoperto che Zimmerman, andatosene in Turchia molti anni prima e facendo perdere le tracce, è stato avvelenato da ignoti e la notizia gli è stata data da un giornalista olandese. Quindi ora “Warlock” è di nuovo libero e pronto all’uso.
Splendido, no?
Ma che storia avventurosa, poi. Il manager scappato e poi ritrovato cadavere… Beh, in effetti, la formazione che suonò come Warlock all’inizio del millennio, fu bloccata dopo un paio di uscite ufficiali, da un’azione legale di qualcuno.
Pesch spiegò allora:
“Abbiamo provato per lo spettacolo, ma ci sono state delle complicazioni importanti. Da ieri (29 luglio) non ci è stato permesso di esibirci; sono intervenuti gli avvocati e siamo stati minacciati di tutto, da sei mesi di carcere a una causa per 250.000 euro. Abbiamo passato l’inferno nelle ultime due settimane”.
Curioso perché la reunion interrotta comprendeva sia Doro che la formazione di “True As Steel”, senza il solo Szigeti. Oltre lei, a detenere la paternità morale del nome era l’ex chitarrista Rudy Graf e infatti pare sia stato lui a far scrivere al gruppo dagli avvocati. Ma se il diritto sul nome era di Zimmerman, che cavolo c’entrava Graf, sfanculato per ubriachezza inveterata molti anni prima?
Si trovò una soluzione: i Warlock suonarono come Warlock 1986 un’altra data e poi tutto finì di nuovo. Ancora oggi per la band non ci sono novità, anche se due anni fa, a vent’anni esatti dalla reunion, Doro ha dichiarato di essere ufficialmente tornata in possesso del nome, raccontando il modo rocambolesco in cui l’ha riottenuto.
Doro ha raccontato la storia del manager trovato morto e dei vent’anni in cui le fu impedito di usare Warlock. Vent’anni. Ma se facciamo un calcolo dal periodo in cui scoprì che il nome era di Zimmerman, vale a dire quando poi uscì Force Majeure a suo nome, il 1989, questo significa che nel 2004, era ancora dell’ex manager il diritto di usare il nome, non di Graf o di lei.
Boh. Oggi Doro non riapre più il discorso. Le sue interviste sembrano quelle di una mamma oca, felice di aver realizzato tutti i suoi sogni di ragazzina, di aver conosciuto i propri miti ed esserci diventata amica, di raccogliere ancora così grandi consensi dalla scena metal che la ama tanto.
E nessuno si azzarda più a criticarla come artista. Fa dischi uguali da più di vent’anni, tradizionalissimi e metallari come si deve. Il pubblico vuole questo da lei, il passato è perdonato e dimenticato. Così dimenticato che è quasi stato rimosso.
Tornando a Udo. Nonostante Szigeti e Rittel se ne fossero andati perché il manager di Udo si era lasciato scappare la frase “dopotutto questo è il gruppo di Udo”, Dirkschneider mise insieme una line-up fissa a partire dal disco “Faceless World”, l’unica vera band che abbia mai avuto, a parte gli Accept.
Anche il suo ritorno all’ovile negli Accept, dopo una carriera dignitosa di quattro album metal than metal, considerata impeccabile dai truisti, fu festeggiato come un trionfo per lui e una disfatta per gli altri Accept, costretti a riprenderlo pur di rimanere in piedi, rimuovendo il passo falso “Eat The Heat”, considerato uno scempio per la storia del gruppo.
Paradossalmente tra il gruppo e Dirkschneider, a svendersi, a quel punto fu proprio lui.
Tornò nella band solo per un motivo: soldi. Lo ha sempre ammesso. Capì che per una serie di investimenti che doveva affrontare in quel periodo, gli ci voleva un album con gli Accept, anche perché “Faceless World”, che probabilmente è il migliore dei primi quattro dischi solisti, aveva un po’ diminuito i consensi perché pericolosamente vicino al class metal, e “Timebomb”, di ritorno caprino al metal europeo, aveva sbattuto su un mercato molto diverso e prossimo alla resa. Cosa avrebbero mai raccolto gli U.D.O. nel 1992 o il 1993?
Quando lo disse ai suoi ragazzi, a Dieth e gli altri, che lui tornava negli Accept, la delusione tra loro fu tanta. Dieth smise di suonare e tornò a studiare legge, diventando un avvocato di successo. Gli altri restarono più o meno nel settore. Del resto, dopotutto quella era la band di Udo, e lui era libero di disfarla quando voleva.
Si rimise con gli Accept ma se ne pentì, perché nonostante il successo del primo “Objection Overruled”, la convivenza con gli altri si fece presto molto forzata, con risultati discografici modesti e un calo dei consensi già in parte dovuto alla crisi del metal tradizionale.
Per capirsi, negli anni 90, un tizio come Udo, con quella voce da elfo ebbro e il genere di metallone squadrato in cui è da sempre incapsulato, con i testi pieni di parole altisonanti e vacue, tipo “Thunderball”, veniva deriso dalle nuove generazioni dimesse e intimiste dell’alternative metal anni 90; le stesse però stravedevano per il tizio che cantava in falsetto con gli AC/DC e scapocciavano lieti al ritmo di “Thunderstruck” o “Big Guns”. Mah…
Dirkschneider artisticamente però tenne duro e alla fine ha avuto ragione lui. Ha sempre optato per la tattica di sopravvivenza degli Opossum della Virginia, molto diffusa nei paesi teutonici. È rimasto immobile in attesa che il mondo cambiasse idea intorno a lui. E così, mentre negli anni 90 il pubblico lo derideva o al più ignorava, negli anni 2000, soprattutto in Europa, Udo fu consacrato definitivamente santino del metal.
E con lui la vecchia Doro Pesch.
Nel decennio in cui tentò di trovare una propria strada commerciale, facendo disperare i metallari e lasciando indifferente il resto della specie umana, probabilmente Doro faceva dischi meno risibili di quelli degli U.D.O., mentre dal nuovo millennio, ha seguito pedissequamente lo stesso percorso di Dirkschneider: ripeti sempre il tuo disco più venduto e datti alla coerenza.
Ora fa parte anche lei del Pantheon all’ingresso del Wacken, luogo dove, al tempo di “True At Heart” o “Angels Never Dies”, avrebbe potuto entrare solo come spettatrice ben camuffata.

