Alcatrazz – Due galli nello stesso pollaio

Nella storia del rock, poche collaborazioni hanno brillato con l’intensità meteorica di quella tra Graham Bonnet e Yngwie Malmsteen negli Alcatrazz. Come stelle binarie destinate a consumarsi reciprocamente nell’abbraccio gravitazionale della propria magnificenza, questi due colossi della musica hard rock e heavy metal si trovarono vincolati in un’orbita artistica tanto luminosa quanto effimera. La loro congiunzione, sebbene brevissima, appena un album, “No Parole from Rock ‘n’ Roll” del 1983, rappresenta uno dei capitoli più affascinanti e tormentati della musica degli anni Ottanta; un’epoca in cui l’eccesso stilistico e l’ambizione smisurata costituivano non soltanto la norma, ma il linguaggio stesso attraverso cui si articolava l’espressione musicale.

Graham Bonnet giunse agli Alcatrazz già ammantato della gloria di collaborazioni leggendarie. La sua voce aveva già conferito lustro ai Rainbow di Ritchie Blackmore nell’album “Down to Earth” e ai MSG di Michael Schenker. Il vocalist incarnava il paradigma del frontman puro: carismatico, visivamente anticonformista con i suoi capelli biondi corti in un’epoca di chiome fluenti, camicie hawaiane, un piglio da “James Dean” del microfono, quasi un attore prestato alla musica. Dotato di un registro vocale che spaziava dalle tonalità cristalline dell’hard rock melodico alle profondità viscerali del metal più aggressivo, non aveva fatto rimpiangere Dio quando Blackmore lo convocò alla sua corte, seppure avesse dato ai Rainbow uno spolvero meno epico e più “radio friendly”.

Tuttavia, dietro questa facciata di professionalità impeccabile, si celava una personalità complessa, forgiata nelle fucine delle collaborazioni con autentici despoti della sei corde come Blackmore e Schenker. Bonnet aveva sviluppato un’autonomia artistica feroce, una determinazione adamantina nel preservare la propria visione musicale e un’allergia profonda verso qualsiasi forma di subordinazione creativa. La sua concezione della band era essenzialmente democratica, o quanto meno orientata verso un equilibrio in cui la voce, il suo strumento, potesse dialogare pariteticamente con le chitarre anziché essere relegata a mero ornamento di virtuosismi strumentali. Dall’altro versante di questa equazione esplosiva si ergeva Yngwie Johan Malmsteen, prodigio svedese giunto in America con la furia di un conquistatore vichingo armato di Fender Stratocaster.

A soli vent’anni, Malmsteen aveva già codificato un linguaggio chitarristico rivoluzionario, una sintesi alchemica tra il barocchismo di Johann Sebastian Bach, la virtuosità violinistica di Niccolò Paganini e l’energia primordiale del rock’n’roll. Il suo approccio alla chitarra non era semplicemente tecnico: era filosofico, quasi messianico e cristico. Malmsteen concepiva se stesso non come membro di una band, ma come LA band. La sua personalità, notoriamente difficile, era quella del genio romantico ottocentesco: titanico, intransigente, convinto della propria superiorità artistica con una certezza che rasentava, e spesso superava, l’arroganza pura. Talento geniale in una veste umana poco tollerabile.

Gli Alcatrazz nacquero nel 1983 dalla mente di Jimmy Waldo (tastiere) e Gary Shea (basso), entrambi reduci dalla band New England. La loro visione era ambiziosa: creare un super gruppo che combinasse la melodia hard rock con virtuosismo tecnico, cavalcando l’onda del movimento NWOBHM (New Wave of British Heavy Metal) ma con un’impronta più accessibile e radiofonicamente appetibile.

L’ingaggio di Graham Bonnet rappresentò il primo colpo di genio: la sua voce conferiva immediatamente credibilità e potenziale commerciale al progetto.

Tuttavia, fu l’arrivo di Yngwie Malmsteen a trasformare gli Alcatrazz da promettente aggregazione a fenomeno destinato a ridefinire i parametri del virtuosismo chitarristico nel metal.

L’incontro tra questi due talenti fu, sin dall’inizio, caratterizzato da una tensione dialettica produttiva ma precaria. Bonnet, veterano del rock, vedeva in Malmsteen un fenomenale strumentista al servizio delle canzoni; Malmsteen, al contrario, concepiva le composizioni come veicoli per la sua espressione chitarristica.

Questa divergenza epistemologica, canzone versus virtuosismo, avrebbe costituito il fulcro di ogni successivo conflitto. Dinamica che Malmsteen aveva già sperimentato con Ron Keel nei Keel, quando fu inserito nella band da Mike Varney della Shrapnel Records, non dando i frutti sperati.

L’album di debutto degli Alcatrazz si presenta come documento sonoro di straordinaria potenza ma è anche una mappa topografica delle tensioni interne alla band. Registrato in condizioni di pressione temporale ed emotiva considerevole, “No Parole from Rock ‘n’ Roll” è un’opera dicotomica: metà inni hard rock melodici magnificamente cantati da Bonnet, metà esplosioni di pirotecnica chitarristica malmsteniana.

Il brano “Island in the Sun”, che divenne il singolo di maggior successo, incarna l’ideale di Bonnet: melodia accattivante, arrangiamenti equilibrati, spazio per la voce. Viceversa, composizioni quali “Jet to Jet” e soprattutto l’incendiaria “Kree Nakoorie” si configurano come manifesti del credo malmsteniano: tempi vorticosi, assoli di densità orchestrale, strutture che privilegiano la dimostrazione tecnica sull’immediatezza emotiva.

Le cronache dell’epoca, insieme alle testimonianze successive dei protagonisti, restituiscono un quadro vivido delle tensioni in studio. Si narra che Malmsteen pretendesse un numero minimo di battute per i suoi assoli in ogni composizione, indipendentemente dalle esigenze strutturali del brano.

Bonnet, esasperato, avrebbe risposto sarcasticamente che se la chitarra doveva suonare così tanto, forse le canzoni non avevano più bisogno di testi. Un episodio particolarmente sintomatico riguarda la registrazione di “Hiroshima Mon Amour”. Malmsteen aveva concepito un’introduzione chitarristica elaboratissima, quasi un concerto nel concerto, della durata di oltre due minuti.

Bonnet contestò violentemente questa scelta, sostenendo che l’ascoltatore medio avrebbe cambiato stazione radio prima ancora dell’inizio del cantato. Ne seguì una discussione furibonda in cui Malmsteen accusò il cantante di “mentalità commerciale” e “mancanza di visione artistica”, mentre Bonnet replicò definendo lo svedese “un masturbatore sonico incapace di servire una canzone”.

Il produttore Eddie Kramer, veterano che aveva lavorato con Jimi Hendrix e Led Zeppelin, tentò ripetutamente di mediare, ma con scarso successo. In un’intervista rilasciata anni dopo, Kramer ricordò: “Era come arbitrare una partita di boxe tra un peso massimo e un altro peso massimo, entrambi convinti di essere Muhammad Ali. Non c’era possibilità di compromesso perché nessuno dei due concepiva l’idea stessa di compromesso”.

Al cuore del conflitto Bonnet-Malmsteen giaceva una questione fondamentale: quale doveva essere l’identità degli Alcatrazz? Una band di hard rock con elementi neoclassici o un veicolo per il virtuosismo chitarristico con supporto vocale?

Malmsteen, forte del crescente riconoscimento critico per la sua tecnica rivoluzionaria, riteneva che la band dovesse evolversi verso sonorità sempre più complesse e strumentalmente dense. La sua visione era quella di un progressive metal sinfonico, in cui la voce fosse uno degli strumenti, non necessariamente il principale.

Questa concezione si radicava nella sua formazione culturale: lo svedese era stato influenzato non tanto dai cantanti rock quanto da compositori come Bach e Vivaldi, in cui la “voce” era quella degli strumenti. Bonnet, al contrario, proveniva da una tradizione in cui la canzone, la “song”, costituiva l’unità fondamentale dell’espressione rock.

Per lui, l’assolo di chitarra, per quanto brillante, doveva rimanere al servizio della composizione complessiva, arricchendola senza soggiogarla. Questa filosofia derivava dalla sua esperienza con Blackmore, che per quanto virtuoso e difficile, aveva sempre compreso l’importanza di equilibrare tecnica e melodia accessibile.

Jimmy Waldo e Gary Shea si trovarono in una posizione particolarmente scomoda. Come fondatori della band, avevano teoricamente autorità decisionale, ma la realtà del business musicale imponeva una logica diversa: Bonnet era la voce riconoscibile, Malmsteen il fenomeno emergente di cui tutti parlavano.

Tastierista e bassista, per quanto competenti, non possedevano lo stesso potere contrattuale o carisma pubblico. Nessuno che andava a vedere i concerti degli Alcatrazz si muoveva per loro; le “stelle” erano Bonnet e Malmsteen, punto e basta.

Le testimonianze suggeriscono che Waldo tendesse a schierarsi con Malmsteen, forse riconoscendo nell’approccio del chitarrista svedese una complessità armonica che dialogava meglio con il suo strumento. Shea, invece, mostrava maggiore simpatia per la posizione di Bonnet, comprendendo i rischi commerciali di un’eccessiva auto-indulgenza strumentale. Il batterista Jan Uvena, ultimo arrivato nella formazione, cercò di mantenersi neutrale, ma questa neutralità fu interpretata da entrambi i contendenti come vigliaccheria o, peggio, complicità con l’avversario. La frattura non era più soltanto artistica: era divenuta personale, tossica, insostenibile.

Il tour promozionale di “No Parole from Rock ‘n’ Roll” trasformò tensioni latenti in conflitto aperto. Sul palco, le esibizioni oscillavano tra momenti di brillantezza genuina, quando entrambi i protagonisti dimenticavano le rivalità e si lasciavano trasportare dall’energia performativa, e sequenze di sabotaggio reciproco: Malmsteen che allungava gli assoli oltre ogni ragionevolezza, Bonnet che abbreviava i brani o modificava le scalette senza preavviso. Un concerto particolarmente disastroso al Hammersmith Odeon di Londra divenne leggendario per i motivi sbagliati.

Malmsteen, insoddisfatto del mix audio che secondo lui seppelliva la sua chitarra, interruppe più volte l’esibizione per protestare con i tecnici del suono. Bonnet, furioso per questo comportamento che giudicava poco professionale, lasciò il palco a metà concerto. La band completò il set come quartetto strumentale, con Malmsteen che improvvisò un assolo di venti minuti davanti a un pubblico perplesso e in parte ostile. Quando Yngwie Malmsteen abbandonò gli Alcatrazz nel 1984, dopo appena un anno, le ragioni ufficiali parlarono genericamente di “differenze creative”. La realtà era infinitamente più complessa e stratificata:

1. Incompatibilità filosofica: Malmsteen e Bonnet incarnavano due concezioni antitetiche del fare musica. Nessun compromesso era possibile perché entrambi vedevano il compromesso stesso come tradimento artistico.

2. Ambizioni personali: Malmsteen stava ricevendo offerte per una carriera solista che gli avrebbe garantito controllo assoluto. L’idea di un album interamente strumentale o con voce subordinata alla chitarra era allettante e infatti proseguì in quella direzione.

3. Pressioni commerciali: la casa discografica spingeva per un suono più accessibile, più allineato alla visione di Bonnet. Malmsteen percepiva questo come inaccettabile ingerenza.

4. Deterioramento personale: i due non si sopportavano più nemmeno sul piano umano. Smisero di parlarsi, comunicando solo tramite intermediari anche in studio. Spesso vennero anche alle mani, con liti furibonde e dispetti di varia natura.

5. Questioni economiche: emergevano dispute sulla suddivisione dei diritti d’autore, con Malmsteen che rivendicava maggiori quote dato il suo contributo compositivo strumentale.

Dopo l’addio di Malmsteen, gli Alcatrazz proseguirono con Steve Vai, producendo il notevole “Disturbing the Peace” (1985), molto diverso dallo stile del primo album.

Bonnet avrebbe poi continuato a navigare le acque del rock con varie formazioni, sempre fedele alla sua concezione melodica e song-oriented della musica.

Malmsteen, dal canto suo, lanciò una carriera solista folgorante con “Rising Force” , album che vinse il Grammy come Best Rock Instrumental Performance e consolidò definitivamente la sua reputazione come uno dei chitarristi più influenti della storia del rock.

La sua produzione successiva, prolifica fino all’eccesso, avrebbe dimostrato sia i punti di forza che i limiti della sua visione: album tecnicamente stupefacenti ma talvolta ripetitivi, magnifiche costruzioni sonore che sovente mancavano di calore umano.

Negli anni successivi, entrambi gli artisti hanno rilasciato dichiarazioni sulla loro collaborazione, raramente generose: Malmsteen, in un’intervista del 1988, commentò: “Graham è un cantante fantastico, ma non comprendeva la musica che stavamo cercando di fare. Voleva continuare a fare ‘Island in the Sun’ per sempre. Io avevo bisogno di libertà creativa totale”.

Bonnet replicò caustico in un’intervista del 1990: “Yngwie è probabilmente il chitarrista più veloce del mondo. Ma la velocità non è musica. Avrebbe potuto imparare qualcosa sulla dinamica, sull’emozione, sulla sottrazione. Invece voleva solo dimostrare quanto era bravo. Diventa noioso dopo cinque minuti”. Queste dichiarazioni rivelano ferite mai del tutto rimarginate, ma anche un’onestà brutale: entrambi riconoscevano implicitamente il talento dell’altro, pur rimanendo irremovibili nelle proprie posizioni estetiche.

La storia della collaborazione tra Graham Bonnet e Yngwie Malmsteen negli Alcatrazz rappresenta uno dei paradossi più affascinanti della creatività artistica: due talenti genuinamente straordinari, ciascuno capace individualmente di ridefinire i parametri della propria arte, si rivelarono incapaci di coesistere in armonia. Come elementi chimici che separati manifestano proprietà nobili ma insieme producono reazioni esplosive, Bonnet e Malmsteen crearono un artefatto musicale brillante ma insostenibile.

“No Parole from Rock ‘n’ Roll” rimane testimonianza di ciò che poteva essere e di ciò che non avrebbe mai potuto essere: un album potente, imperfetto, attraversato da correnti sotterranee di conflitto che paradossalmente ne aumentano il fascino. Ascoltandolo oggi, a distanza di decenni, si percepisce la tensione creativa, quella frizione generativa che spesso accompagna i momenti di transizione nella storia della musica.