Vedi gli Hammerfall e poi… ti diverti!

Si chiama eterogenesi dei fini. Hai uno scopo prefissato ma per qualche motivo il risultato invece di essere quello che aspettavi, diventa la risultante di fattori oggettivi e soggettivi che portano a un esito tutt’altro che intenzionale. Situazioni che si verificano anche quando vai a vedere un concerto metal di lunedì sera. Mi è capitato con gli Hammerfall. Ero partito da casa con la scusa di rivedere qualche amico, fare il balletto sulle note di “Hearts On Fire” e tastare il polso ai trueissimi Tailgunner, per concludere come l’Avvocato Agnelli che se ne andava a metà partita. Mi ritrovo alla fine, sì, con una buona prestazione per i Tailgunner, dicevo, ma inaspettatamente mi ricredo sugli Hammerfall.

Non è la prima volta, badate. Si tratta di una band con cui ho sempre avuto un rapporto incidentale, che non ascolto neppure per sbaglio o in sottofondo, di cui non possiedo dischi e fra i quali, se proprio dovessi, ne salverei giusto quei due-tre degni di nota. Perché loro sono sempre lì. Dall’Alcatraz alle folle oceaniche dei festival, questa è una band che non teme il palco e che porta sempre a casa il risultato. Qui non si molla per un cazzo come direbbe Gianni Della Cioppa, light show, presenza scenica, suoni ai limiti della perfezione e quel tanto di leggerezza che basta a fare presa sul pubblico.

Io e gli Hammerfall ci siamo sempre incontrati a casa di amici, solitamente un festival o un concerto di spalla a un nome altisonante e a ogni occasione in cui si sono presentati non mi hanno mai lasciato deluso.

Questa band è l’elogio della praticità, un po’ come il suo pubblico. Curioso che il capello lungo sia passato di moda. Le tante spazzate di radar fatte in mezzo alla folla mi hanno spinto a questa conclusione. Mi guardavo intorno e non vedevo un capello lungo che fosse uno.

Anche nel pubblico più giovane, tanto riottoso negli intenti quanto sensibile agli standard estetici sembra aver vinto la praticità.

E pure negli Hammerfall ha avuto la meglio; la praticità, dico.

La praticità nel confezionare uno spettacolo che faccia divertire. Punto.

Gli Hammerfall sono riusciti nell’impresa di recuperare un genere come il vecchio metal classico anni Ottanta, per lo più di matrice underground, con tutta la sua zavorra di significati, di rituali e di canone estetico. Lo hanno spogliato della pesantezza e tirato a lucido, ripulito di quella spocchia respingente con il semplice intento di confezionare un prodotto piacevole. Non tamarro a livelli parossistici, come è avvenuto con le band di ultima generazione e né carnevalesco.

Non è un pretesto per ubriacarsi, ma per godere. Questo è un metal più leggero, un pochino più sorridente e non è un caso che commercialmente la cosa abbia pagato negli anni. Il risultato è che quando vai a vedere un loro concerto, ti esalti, perché le hit non gli mancano.

Certo, ormai la loro produzione è diventata poco più che decente, o appena decente. Per quanto paghino il pizzo ai Judas Priest, il campionario del genere classico c’è tutto, i cori, le cavalcate, i riff grattugiati, i tempi in quarti col battere sul crash, draghi, martelli, fulmini e tricchetetracchete.

Certo, non potranno vantare titoli da inserire in una enciclopedia riepilogativa della Giunti Editori, ma chi se ne frega. La gente vuole il sangue, accendere il cervello è complicato di questi tempi e un po’ di leggerezza non fa male a nessuno. Nella giusta dose, perché altrimenti il passo dagli Hammerfall ai Grailknights può essere brevissimo.

Gli Hammerfall sono l’unica band di provenienza scandinava a non avere almeno un figo in formazione, e questo finisce inevitabilmente per fare tanta simpatia.

Sul palco Joakim Cans ti rapisce, entra in connessione con il suo pubblico, una sorta di Vanna Marchi all’aneto, due magliette a 10.000 lire, cose di questo tipo.

Oskar Dronjak è un incrocio fra Gollum, Johnny Winter e Pete Townshend. Un fratello deputato del partito liberale, una chitarra a forma di martello e qualche scampagnata nel death melodico da mettere sul curriculum. Un amico per loro ha scomodato il Tavernello. Quel prodotto che non gode mai di grande considerazione, non è cool, non entra nei calici che contano ma ti risolve la serata se ti manca del vino da sfumare e, non ultimo, fa tanta convivialità.

Non so, ogni volta che esco da un concerto degli Hammerfall ho sempre la sensazione di essermi divertito un sacco. Che di questi tempi non è poco. Quante volte vi è capitato recentemente di andarvene soddisfatti e alleggeriti (non solo nel portafoglio ma anche nel cuore) da un concerto.

Per cui, che cosa gli vuoi dire, agli Hammerfall?