Ripercorrendo la storia dei White Lion, ho l’impressione che somiglino a una meteora molto più di altri nomi che negli anni 80 ebbero grande successo, tipo Ratt, Great White, Tesla, Dokken e via così. Nessuno di questi gruppi si riconduce solitamente, nella memoria collettiva, a un singolo disco o una hit. Nel caso dei White Lion tutto nasce e muore con il successo inaspettato di “Pride”.
Certo, anche “Fight To Survive” è un album molto amato, ma sappiamo con quanta difficoltà raggiunse il pubblico, per via di un ripensamento della Elektra, che ne annullò l’uscita e successivamente a causa della sua pubblicazione di un’altra etichetta, la giapponese JVC Victor, che lo distribuì solo sul mercato interno.
I White Lion raggiunsero prepotentemente il successo due anni più tardi, nonostante condizioni iniziali avverse. Le etichette che contavano al tempo, non li considerarono promettenti. C’era qualcosa che non li convinceva. A pensarci oggi sembra pazzesco. Mike Tramp era un figo inarrestabile; Vito Bratta un grande chitarrista come se ne richiedevano negli anni 80; tutto il gruppo aveva la prestanza scenica e la capacità creativa giusta per scrivere grandi successi di hard rock melodico e scalare il mondo.
Eppure la Elektra bocciò un album compiuto come “Fight To Survive” e quando la band esplose con il successo di “Wait”, ricorda il bassista Lomenzo, i White Lion erano in giro per gli States con una specie di grosso furgone e dormivano in motel di terz’ordine, mentre da casa, i famigliari gli ripetevano che li vedevano costantemente in TV.
Se capita che un’etichetta si ritrovi una bomba sotto il sedere, non è una storia a lieto fine. Sembra, ma non lo è.
I White Lion non furono costruiti dal music business per ottenere quello che riuscirono a ottenere. Fu la band a sbaragliare i piani di chi mette a punto queste cose. Le grosse case discografiche avevano al tempo dei protocolli d’azione molto dettagliati e costruiti preventivamente su questo o su quell’artista. Il successo di “Wait” cambiò tutto e la cosa non è che mandò la Atlantic in brodo di giuggiole, perché gli toccò rivedere un sacco di cose, trovandosi in svantaggio sul cavallo buono da spingere e incasinandosi le cose su tutti gli altri competitori a cui bisognava ridimensionare il foraggio.
“Pride” raggiunse un successo enorme, oltre il budget messo a disposizione per ottenerlo. Basti pensare a due fatti: prima di girare un video di “Wait”, il brano era nelle classifiche da un paio di mesi e il videoclip realizzato per “When The Children Cry” il gruppo lo girò al volo e con i pochi spiccioli in tempi estremi per la promozione di un album, vale a dire quando era ora di pensare al successivo. Il clip provocò la deflagrazione definitiva per “Pride”, mandando una volta ancora in tilt i programmi dell’etichetta.
Durante un aperitivo con una tipa dell’Atlantic, prima che tutto diventasse davvero grande, il batterista D’Angelo ricorda che lei gli aveva fatto l’elenco dei gruppi che lei e altri avevano deciso di promuovere in quell’anno.
Mi disse: “Abbiamo avuto una riunione oggi per decidere quali dei dischi che abbiamo fatto quest’anno promuoveremo”. Ce n’erano quattro: INXS, l’ultimo di Robert Plant, l’ultimo di Debbie Gibson e Pride. Ho detto: “Oh, fantastico”, senza sapere esattamente cosa significasse all’epoca, ma è diventato molto chiaro quando siamo tornati dall’Europa, ed eravamo tutti un po’ sballati”.
La cosa che più ci dice quanto fosse tutto inatteso, anche per la band il successo di “Pride”, è la scaletta. I pezzi che avrebbero determinato i traguardi milionari del disco si trovano tutti nella seconda facciata. E al tempo il lato B di un album non era già più importante quanto il lato A. I proiettili migliori andavano sparati subito. Evidentemente nessuno si era reso conto dell’oro che c’era in quei brani.
2 – GROSSO GIOCO
Purtroppo, questa esagerata reazione da parte del pubblico, sostenuta e capitalizzata a quel punto dalla Atlantic, portò il gruppo a darci così dentro da risultare spremuto prima del round successivo.
In pratica, nella seconda parte del 1987, l’etichetta domandò ai White Lion un sacco di lavoro extra, così da recuperare quello che l’Atlantic stessa non aveva fatto in precedenza per loro. Se avessero capito da subito che la band di Tramp era perfetta per spaccare, probabilmente una volta raggiunte le cifre di vendita di “Pride”, il gruppo avrebbe potuto pianificare il terzo album con più calma e magari godere di un’adeguata promozione. Ma se mio padre avesse tre palle, sarebbe un flipper, giusto?
Chiaro che “Big Game” non aveva roba come “Wait”, quel disco però oggi appare, soprattutto per chi non visse quegli anni, un ottimo lavoro, un degno prosecutore dei due titoli precedenti e con almeno tre hit possibilissime: “Little Fighter”; la cover di “Radar Love” dei Golden Earring; “Cry For Freedom”.
Allora non fu così. Sorprende quante stroncature ricevette e in particolare colpisce il calo di quasi il 70 per cento delle vendite rispetto a “Pride”, nonostante l’etichetta fosse ormai guardinga e pronta a supportarlo.
Fu un coro quasi unanime della critica. Eccovi un paio di assaggi di quella nostrana del tempo:
Con “Fight To Survive” avevano fatto scalpore, debuttando con un lavoro già incredibilmente maturo, con “Pride” erano riusciti a entrare nel novero delle più importanti nuove realtà statunitensi e di conseguenza mondiali. “Big Game”, terzo vinile per i White Lion, potenzialmente diviene in primo luogo l’avallo delle conferme ottenute nella parentesi precedente e in un secondo momento la possibilità di stabilirsi definitivamente nel top degli artisti rock che vanno per la maggiore. Ma si sa, molto spesso la realtà non risponde sempre alle ambizioni che uno si prefissa magari anche un po’ troppo ottimisticamente e così i White Lion, questa volta, sono costretti a pagare dazio cadendo in un’inopinata battuta d’arresto. (Tiziano Bergonzi – Metal Shock Agosto 1989)
Sin dall’inizio con “Goin’ Home Tonight” springsteeniana al massimo e “Dirty Woman” nella quale la melodia viene brutalmente messa da parte, ci si accorge di aver sul piatto un album che non può assolutamente competere con i suoi due predecessori. (HM 1989 – Roberto Guarnieri)
Le scuse che il gruppo dichiarò in varie interviste promozionali risalenti al 1991, quando uscì il disco successivo “Mane Attraction”, furono solo le ragioni di chi doveva spiegare al mondo come mai fosse riuscito a provocare la pioggia in Africa un certo giorno e come mai non gli fosse riuscita l’impresa un altro determinato giorno.
“La fretta”, dissero Lomenzo e Tramp, “la scrittura dei brani in condizioni non ottimali”; “l’incapacità di ricreare la magia tra un concerto”… Tutte queste cose non spiegano nulla. Ci sono dischi realizzati nelle medesime condizioni che andarono molto meglio di “Big Game”. E la ricetta opposta peggiorò addirittura le cose in maniera irreversibile.
Quando siamo arrivati al 1988, la casa discografica chiedeva a gran voce un nuovo album, ma Vito e io avevamo bisogno di una lunga pausa. Ci mandarono in un hotel per una settimana e scrivemmo e registrammo il demo di ‘Big Game’. Prima di registrare ‘Pride’, avevamo suonato quelle canzoni nei club per un anno. Quindi, subito dopo Natale, eravamo in studio a registrare questo nuovo disco. Stavamo anche vedendo i grandi guadagni arrivare dall’album precedente e dai tour. Eravamo in studio, ma isolati dal mondo. Tutti volevano solo che questo nuovo album uscisse. Era già disco d’oro prima ancora che lo registrassimo. La casa discografica non ci disse di prenderci tutto il tempo necessario, faceva il contrario mettendoci addosso un sacco di pressione. Anche se ci sono alcuni momenti fantastici nelle canzoni, dal punto di vista della produzione e degli arrangiamenti, “Big Game” resta un album incompiuto. – Mike Tramp
3 – THE MINEFIELD ATTRACTION
Ci sono da sfatare due miti con cui ancora oggi si spiegherebbe la crisi e il fallimento dei White Lion: uno è l’arrivo del grunge e l’altro è lo scarso supporto dell’Atlantic per “Mane Attraction”.
Leggete qui: “Con ‘Love Don’t Come Easy’, pensavo avessimo scritto la canzone radiofonica americana definitiva. Ma quando l’abbiamo pubblicata, l’intera scena stava cambiando. ” – Mike Tramp
Questo non è vero. Non so che cosa stesse cambiando, ma i dischi che rappresentano a posteriori questo “cambiamento”, ovvero “Ten” e “Nevermind” non erano ancora stati pubblicati. Quindi non si può parlare di “cambio di direzione del mercato” al tempo in cui uscirono i singoli del quarto album dei White Lion. Inoltre per quel disco, “Mane Attraction”, la band non ricevette l’appoggio dell’etichetta. Questo è vero, ma solo in parte.
Il gruppo infatti poté realizzare l’album con l’aiuto di un grande produttore del momento, Ritchie Zito, suggerito e messo a disposizione dall’Atlantic, che permise a Tramp e Bratta di bighellonare in studio per un anno intero prima di richiedere l’ascolto del disco nuovo. L’etichetta non fece alcuna pressione per guastarne la lavorazione. Forse tutti quanti si erano convinti che se avessero dato respiro ai White Lion dopo averli sciupati troppo tra il 1987 e il 1989, la macchina miracolosa avrebbe ricominciato a fare dei super-mega singoli.
Fu dopo l’uscita del disco che in pratica l’Atlantic non mosse più un dito per i White Lion.
‘Mane Attraction’ in America è quasi un capitolo inesistente per la band. Nessuna intervista, nessuna vera promozione. Partimmo per un tour nei club americani e basta” – Mike Tramp
Il produttore Zito lo ripeté per tutta la lavorazione dell’album alla band: “schiaffiamo un cazzo di hit in questo album!” ma la cosa migliore che Vito e Tramp pensarono di fare a riguardo fu il pezzo “Warsong”, che è di certo una buona canzone, si tratta però di un “portatore sano”, vale a dire che non ha quell’elemento melodico in grado di contagiare chiunque e trascinare la band in cima alle classifiche ancora una volta, in un’epidemia di consensi. Nessuna delle canzoni di “Mane Attraction” aveva quell’elemento batterico.
I White Lion scrissero il disco con il massimo impegno; si concessero persino una buona serie di sperimentazioni. Fecero un album come ne hanno fatti gli Europe quando si sono riformati nel nuovo millennio, fregandosene del successo e infondendovi dentro tutto il proprio amore per la musica. Bello, peccato che bisognava cacciar fuori una nuova “Wait” o “When The Children Cry” se si voleva tener su tutto quel gigantesco sistema mediale. Il gruppo non trovò di meglio da fare che rigiocarsi, con un diverso arrangiamento e abbassandola di tono, il brano più rappresentativo del loro esordio “Fight To Survive”, vale a dire “Broken Heart”. Forse provarono una giocata tipo i Whitesnake americani con “Here I Go Again”, recuperata dal repertorio europeo e rilanciata sul mercato statunitense, ma non era esattamente la stessa situazione, da nessun punto di vista. Dimostra però come nel 1989, il disco iniziale dei White Lion non fosse ancora così noto e assimilabile agli anni felici della loro discografia.
La band di Tramp e Bratta è ancora definita in base alla capacità di ripetere l’exploit di “Pride”. Sono in pochi a dichiarare che Vito Bratta e Mike Tramp seppero realizzare grande musica dall’inizio alla fine della carriera con i White Lion; che ne fecero finché gli fu possibile.
Quei due milioni di persone che li premiarono con “Pride” non rimasero per “Big Game” e quasi sembrarono non accorgersi di “Mane Attraction”, ma questo cosa dovrebbe dirci?
Il treno del mercato aveva decelerato per farli salire qualche anno prima e ora sfrecciava davanti a loro, dopo averli scalciati via a una fermata tra le tante.
“Era la giusta direzione”, dice Tramp in un’intervista degli ultimi anni, riandando con la mente a una lunga composizione come “Light And Thunder”, oltre otto minuti e rotti ben strutturati, ma posta in modo suicidario all’inizio del disco; C’era “Love Don’t Come Easy”, con cui Mike ha ammesso di pensare di aver scritto la canzone radiofonica americana definitiva”; inoltre c’era l’omaggio ai Thin Lizzy di “One With The Boys”
Emergono più decise le tastiere e lo spirito è già in anticipo sulle future tendenze di indurimento e ritorno al passato che molti degli altri gruppi in voga nell’hard rock e il metal melodico anni 80, replicarono all’inizio della decade successiva con scarsi risultati di vendite e altrettanti interessanti spunti compositivi; almeno per chi scrive e per Gianni Della Cioppa.
Paradossalmente questo è un punto a favore dei White Lion, ormai estinti già nel 1992. Definirono la parabola discendente di tutti gli altri, ma lo fecero con grande onestà rispetto al seguito. Per loro era arrivato il momento di scrivere un disco grandioso e “Mane Attraction” lo fu. Peccato che il pubblico che si erano tirati addosso con “Pride” non era interessato a vederli crescere, evolversi, mostrare le proprie qualità stilistiche.
Non è un caso che per il quarto album, la critica fu tutta con loro, dimostrando di non condizionare già in quegli anni, le scelte del grande pubblico.
Con “Mane Attraction” torna a brillare quella stella che era rimasta offuscata per il desiderio dei quattro di voler proporre nel 1989 un lavoro in bilico tra atmosfere un po’ fosche, derivanti da quelle presenti nella prima opera della band, e quella freschezza e toni ammiccanti contenuti nell’album che rappresenta l’aspetto più vivo e creativo dei White Lion. Il lavoro nuovo risulta quasi all’altezza di “Pride” anche se la direzione musicale è mutata sensibilmente. HM – Recensione di Salvatore Fazio
4 – NON REUNION
Tra le decine e decine di reunion illustri avvenute negli ultimi trent’anni in ambito hard rock e heavy metal, è la sola realmente mai consumata, con buona pace di Tramp che ne ha riproposto il logo in varie salse. Il suo ex socio Vito Bratta ha sempre preferito restare nell’ombra e tenere il monicker in una tomba, a costo di ricorrere alle vie legali.
“Arrivammo a New York, la nostra città natale, per un grande concerto sold-out. Nessuno della casa discografica si presentò. Per me, fu un chiaro messaggio che stavano cercando altrove. Me la presi, ero davvero offeso, e con tutto il resto che stava succedendo… dissi a Vito che quando avremmo suonato a Boston il 2 settembre sarebbe stato il nostro ultimo concerto. Mi guardò e disse ok, e non ne parlammo più per 25 anni.” – Mike Tramp
La sera che Tramp, probabilmente più per un cruccio momentaneo, disse di sciogliere i White Lion, Vito acconsentì con un sorriso. Mike ci ripensò diverse volte, ma per l’altro era una decisione definitiva. Smise di suonare la chitarra elettrica per molti anni e gestendo in modo oculato il piccolo patrimonio di hit dei White Lion, ha tirato avanti decentemente da quel dì. Strano che non gli sia mai tornata la voglia di scrivere canzoni con Tramp o anche solo di rifare un giro commemorativo della sua creatura, magari ben pagato da qualche promoter. Niente. Certe cose non tornano più e visti i risultati di alcune resurrezioni, forse è meglio così.

