Crimson Glory – Ammalarsi di Transcendence

LE PAROLE MAI DETTE

Ci sono dischi che non si recensiscono. Si subiscono.
Noi di Sdangher non siamo mai stati bravi a servire il piatto che il pubblico si aspetta. Preferiamo l’imprevisto, l’ustione.
Questa rubrica non ha cadenza, non ha metodo, non ha regole. Ha solo una condizione: l’ascolto che diventa trance, il momento in cui la musica smette di entrare dalle orecchie e comincia a uscire dalle dita, scrittura medianica, automatica, febbrile. Flusso di coscienza puro, non filtrato.
Non troverete qui le solite coordinate: produzione, formazione, anno, stelline, ma ciò che il disco ha fatto a chi lo ascoltava in quel preciso istante. Troverete le parole che quel disco pretendeva ma che nessuno aveva ancora osato pronunciare.
Se vi disturba, funziona.

Marco Grosso

Crimson Glory: Transcendence (1988)

Ipotizziamo che Dio, nel settimo giorno, anziché riposare, abbia pianto. Ipotizziamo che quelle lacrime ebbre e salmastre di cosmi abortiti, tiepide ancora del calore delle stelle appena impastate, siano precipitate non sulla terra ma su un nastro magnetico a Tampa, Florida, nell’anno di disgrazia 1988. Ipotizziamo tutto questo, e avremo appena sfiorato l’orlo della questione.

“Transcendence” non si ascolta. Di Transcendence ci si ammala.

È una patologia luminosa, una febbre che sale per via auricolare e colonizza il talamo, l’ipofisi, quella ghiandola che Cartesio chiamava sede dell’anima e che qui, finalmente, trova il suo jukebox.

La cromia di questo solco è il violaceo che Kandinskij associava al lutto spirituale, ma venato d’oro, un oro antico, oro di icone bizantine scrostate, oro che ha testimoniato troppe genuflessioni.

Midnight, l’uomo senza volto, il volto senza uomo, emette suoni che non appartengono alla laringologia. La sua voce è l’esito di un esperimento fallito: qualcuno ha tentato di imbottigliare l’aurora boreale, il vetro si è infranto, le schegge cantano ancora.

In “Lady of Winter” raggiunge frequenze che esistono solo nelle equazioni di Heisenberg, quelle dove l’osservatore altera l’osservato, dove tu che ascolti divieni parte del suono, complice, vittima, sacramento.

Il falsetto non è alto: è altrove. È la traduzione fonetica di quel punto cieco che Lacan inseguiva, quel “Reale” che non si può simbolizzare eppure qui, per quarantasette minuti, si può almeno udire.

E le chitarre? Le chitarre sono due monaci che hanno pronunciato voto di bellezza. Drenning e Jackson non eseguono accordi: officiano funerali di farfalle, battesimi di comete, nozze tra concetti inconciliabili.

Il loro intreccio è Borromini tradotto in frequenza, spazi che si avvitano su se stessi, prospettive menzognere, scale che salgono scendendo.

Sfiori una corda a Tampa e vibra qualcosa nella tua cavità toracica, chiunque tu sia, ovunque tu stia fingendo di esistere.

“Painted Skies” andrebbe prescritta dal servizio sanitario. Due milligrammi ogni sera, prima del sonno impossibile. Ha il sapore del blu di Prussia, quel pigmento nato per caso dall’errore di un fabbricante di colori; così questo brano, germogliato forse per sbaglio, per eccesso, per quella hybris che i greci punivano e noi veneriamo.

“In Dark Places” è Schopenhauer che danza bendato, è il Velo di Maya che si solleva per mostrare non il vuoto, ma qualcosa di peggiore: il pieno. Jeff Lords alla batteria non tiene il tempo. Il tempo tiene lui, come Crono i suoi figli, prima di divorarli. Dana Burnell al basso è la prova ontologica dell’esistenza di frequenze sotto i 100 Hz: dunque il mondo esiste, dunque soffriamo, dunque Transcendiamo.

Questo disco è un errore di fabbricazione dell’universo. Una cattedrale gotica eretta su palafitte nel mezzo di un oceano che non esiste ancora. Andava ritirato, censurato, dimenticato. Invece eccolo qui, a trentasei anni di distanza, ancora capace di far sanguinare le statue e gemere i muri.