Mustaine, Ibrahimovic e Mourinho: lettura psicanalitica dell’ultimo Megadeth

Per tutti gli anni zero non ho ascoltato i Megadeth. O meglio, immagino che avrò rimesso qualche volta sullo stereo “So Far So Good” e “Peace Sells”, ma dopo “Risk” più o meno consciamente pensai che avessi di meglio da fare; sì, vedevo che i dischi nuovi erano recensiti bene su Melodicrock.com perché li produceva Dann Huff, ma già “Youthanasia” non mi aveva entusiasmato e una sonnacchiosa esibizione pomeridiana a un Gods of Metal di metà decennio è l’unico loro ricordo abbastanza vivido di quel periodo.
Il disinteresse fu tale che, assistendo a un altro concerto così così di spalla ai Maiden nel 2013, mi stupii dello stupore di quelli che intorno a me lamentavano la bruttezza dell’appena edito “Supercollider”: non è ovvio? mi dicevo. Brutto come quelli prima, no? Beh, ero fuori fuoco: il fatto è che per motivi personali avevo seguito pochissimo la scena nel lustro precedente, e non mi ero reso conto di come “Endgame” fosse stato accolto come un ritorno alla forma, e anche gli altri dischi avevano i loro ammiratori, insomma. Qualche anno dopo non mi sfuggì invece la piena ripresa di popolarità con “Dystopia”, vettore di un Grammy che Mustaine ha ostentato con una sboronaggine tipo Phil Collins con l’Oscar in quel vecchio episodio di South Park. Chris Adler alla batteria e un Kiko Loureiro mai stato così interessante negli Angra quale chitarrista puro: la qualità c‘era; così come poi, con più alti e bassi, in “The Sick…”.

Meno qualità c’è in questo lungamente anticipato disco d’addio, dicono un po’ tutti in giro. E non sarò io a negarlo più di tanto. Lo scarso minutaggio e il minimalismo di titolo e copertina sembrano del resto suggerire che Mustaine stesso sia consapevole che trattasi di saluto in tono minore (“The final curtain falls, a quiet end to it all”). L’impressione è che si sia ritrovato a corto di materiale umano: il chitarrista finlandese d’ordinanza si tiene abbastanza sottotraccia, mentre Lomenzo e Verbeuren sono due ottimi professionisti ma decisamente non dei propulsori creativi al pari dei migliori tra i loro predecessori. Avendo poche carte in mano Dave ha deciso di puntare su quella dell’orecchiabilità, in pezzi brevi e lineari con voce in primo piano e linee di chitarre melodiche ben memorizzabili. Del resto i momenti della carriera in cui ha dimostrato di poter essere un valido compositore “pop” ci sono stati, no? Insomma i pezzi saranno anche miserelli, ma io vi saprei già cantare tutti i cori. Non è che capiti spesso oggigiorno. Però convengo che musicalmente, al di là di una anche piacevole semplicità, non ci sia tantissimo da annotare: tre discreti pezzi thrash – o meglio up-tempo – fatti seguendo le regole e un po’ di midtempo ben scanditi. Poco, ma a suo modo onesto. Forse più onesto che certi sfoggi iperveloci degli ultimi anni. Chiudere senza sparare troppi fuochi d‘artificio è una scelta anche ammirevole, se uno ci pensa.

Non ho molto altro da dire sulla musica; infatti non voglio parlare di musica, giacché – cosa insolita per un disco metal – voglio invece parlare dei testi di “Megadeth”. Perché ciò che mi è balenato nella mente già alla metà del primo ascolto è che più che un gruppo metal stessi ascoltando un improbabile cantautore: il cantautore Dave Mustaine. La centralità del cantato nel mixaggio; la chiara scansione con cui la sua voce, ormai pacificamente brutta, espone versi ben comprensibili all’ascolto; la scelta della prima persona singolare. Tutte scelte controcorrente nel metal, ancor di più in quello moderno.
Dave Ellefson ha ragione quando afferma con malevolenza che si tratta di un addio di Mustaine più che dei Megadeth: ma il punto è che – e qui sbagliavo nei miei anni di abbandono del gruppo, ora me ne rendo conto – nel bene e magari ancor più nel male Mustaine è una persona interessante. Lo è sempre stata. Molto più della media dei metallari, a dirla tutta.
Non che i testi di questo disco spicchino per bellezza stilistica o intuizioni poetiche, giacché il grado di figuralità è bassissimo. Ma a renderli interessanti è proprio la letteralità disadorna di un cuore messo abbastanza a nudo, non sempre intenzionalmente. Al di là di un paio di temi politici un po’ vintage come le guerre per il petrolio di “Made For War”, in cui l’oscillometro mustainiano sembra stavolta vertere a sinistra (“Profits grow while children die”), si può parlare infatti di lirica confessionale, anche se l’aggettivo fa sorridere se accostato alla caricatura di “Let There Be Shred”: “On the day I was born, a guitar in my hands / The earth started rumbling a thunderous command / To bash and to thrash, to bang my head / To smash my guitar and let there be shred”. Sparata auspicabilmente autoparodica: unico termine di paragone sono qui i Manowar, con la non banale differenza che, come detto, la prima persona è singolare. Una spacconeria di un livello tale che, come quelle di Joey DeMaio, è pensata per essere presa con un sottile e sottovalutato umorismo, quello di chi da un lato è in cuor suo davvero convinto di essere il migliore, dall’altro sa di non essere riconosciuto esattamente come tale: “They say I’ve got it all, yeah right / A king without a crown”. Per questo sente il bisogno di ribadirlo in primo luogo a se stesso, come nel commiato invero un po’ teatralizzato di “The Last Note”: “I came I ruled / Now I disappear”.

Ecco che sovviene qui il primo dei due spiazzanti paragoni calcistici che andremo a proporre: Zlatan Ibrahimovic. Uno che lasciando il PSG a 35 anni dichiarò che era arrivato da re e se ne andava da leggenda; che congedandosi dalla MLS a 38 anni disse agli americani che ora potevano tornare a vedere il baseball; che nella meno fortunata veste di dirigente del Milan, nella disastrosa stagione scorsa, ebbe ancora la faccia tosta di dichiarare “Comando io, sono il boss”, poco prima di essere fatto sparire dai radar con conseguente ritorno della squadra in alta classifica. Si noterà come tutte queste dichiarazioni arrivino (a proposito di ultimo disco) già nella fase discendente di una carriera che davvero ha toccato picchi altissimi, ma inevitabilmente oscurati da quelli di due campioni coevi: Messi e Cristiano Ronaldo. Due come …ehm, Hetfield e Ulrich. Ibra ha sempre dichiarato di non sentirsi loro inferiore, ma lo pensa veramente? Di sicuro ha dimostrato di saper fare autoironia sulla boria del proprio personaggio, come negli spot per i Mondiali 2018.
Anche il proverbiale ego di Mustaine è forse pirandelliana maschera? A giudicare dalla lacrimevole apparizione nel docu-film “Some Kind Of Monster” si direbbe di sì. Ma stiamo al disco: critiche testuali psicanalitiche di varie scuole hanno teorizzato come la vera personalità di un autore spesso emerga nel testo parzialmente contro la sua volontà cosciente, in brevi interstizi rivelatori camuffati in mezzo a dichiarazioni esplicite di senso opposto. E se parliamo di “Megadeth”, quale luogo testuale più nascosto di un singolo verso all’interno del noioso e un po’ ridicolo elenco di Me ne frego adolescenziali del secondo pezzo in scaletta? “I don’t care if you call my bluff”, viene lasciato cadere senza spiegazioni, apparentemente perché ci stava bene la rima.
Ma quale bluff? A rischio di sovrainterpretare, ritengo sia quello della zlataniana braggadocio (ora la chiamano così nelle riviste anglosassoni) da rapper vecchia scuola. Già, perché nella pensata qui sì davvero cantautoriale di impostare un pezzo come personale lettera a Dio, Dave scrive “Sometimes, I feel so insecure / As I walk these streets alone”: confessione che, unita alle desolanti linee “I feel my life slipping away / There’s so much left I wanna do / The years are passing by like days”, danno una bella stropicciata alla corazza del MegaDave Marchese del Grillo.
Sta quindi in questa dialettica inconciliata tra forza e fragilità, confidenza e insicurezza, la chiave di lettura del fascino lirico di questo disco e, forse, più importante, dell’intera parabola artistica di Mustaine.

“La tieni una cosa da raccontare?”, chiede il personaggio del regista Capuano al giovane Paolo Sorrentino nella scena migliore del migliore tra i suoi ultimi film. Si tratta di una messa in scena dell’antica idea che l’arte nasca dall’elaborazione di un trauma originario.
Nel nostro caso beh, signori, è psicanalisi for dummies rinvenire quale sia questo trauma, e dirigere il punto d’approdo di questo sovradimensionato saggetto sulla largamente dibattuta chiusura del disco.
Sul fatto che il succitato Veni Vidi Vici di “The Last Note” sia un falso congedo, seguito dalla cover-non cover di quella canzone di quel gruppo lì, si potrebbe scrivere un caso clinico che manco la paziente Dora e l’Uomo dei lupi (sì, roba di Freud); ma si può anche tagliare corto con l’asciuttezza epigrammatica del recensore di Pitchfork, per il quale Mustaine avrebbe pur sempre preferito restare nei Metallica rispetto a quarant’anni di successi personali.
D’accordo, il Borges di “Pierre Menard autore del Don Chisciotte” ci ha insegnato che lo stesso identico libro riscritto da un autore e in un tempo diversi non è più la stessa opera; però la filologica somiglianza da Doppelgänger con la “Ride The Lightning” di quegli altri è scelta perturbante, che getta una luce persino sinistra su questo finale di partita. Perché fatta così, perché proprio adesso, perché in questa posizione fatidica? Cosa vuol dimostrare Dave?

E arriviamo infine al secondo parallelismo calcistico, quello con un altro interessantissimo e intelligentissimo personaggio la cui proverbiale arroganza ha sempre avuto tratti più sgradevoli, meno spiritosi e fumettistici di quelli di Ibra: José Mourinho. Uno che proverbialmente ama sentire il rumore dei nemici (“Knowing every fear / Of each of my enemies”, da “I Am War”, altro titolo significativo). Uno che è stato davvero numero uno, come forse per il breve periodo tra “Rust In Peace” e il Black Album lo è stato Mustaine, ma che ha smesso di esserlo troppo presto, o comunque prima di poterlo elaborare e accettare. Dallo 0-5 contro Guardiola del novembre 2010 il progressivo declino è stato vieppiù caratterizzato da polemiche, rancore, rabbia, sofferenza. Le vittorie ci sono state ancora, certo, ma sempre più rare, tardive; sempre meno importanti e sempre più ostentate. La Conference League di Tirana del 2022 come il primo (e presumibilmente ultimo) numero 1 di Billboard, in una settimana senza grandi uscite di un secolo in cui i dischi non si vendono più.
Gira un meme di Mou che esulta con ghigno demoniaco portandosi la mano all’orecchio: la foto fu scattata in mezzo allo stadio della Juventus, al termine di una fortunosa vittoria poche settimane prima di essere licenziato dal Manchester United. Lo stesso ghigno lo immagino sul volto segnato dalle rughe del vecchio e crepuscolare Padre Mustaine ogni volta che gli è uscito bene qualche pezzo vistoso tipo “We’ll be Back”: “Sentito? Kirk lo sa fare, questo?”.
È in questa chiave di lettura che il momento più significativo del disco – e non solo di questo – finisce per essere, malgrado tutto, il gesto (non l’interpretazione in sé) di “Ride The Lightning”.
Ce ripigliamm’ tutt’ chell che è ‘o nuost. Un cerchio che si chiude, nelle dichiarazioni ufficiali; una ferita che non smette di sanguinare, per la versione ctonia, notturna e più vera di David Scott Mustaine. Che saluta (?) al contempo con un Botto e con un Lamento.