Può una macchina emozionare un uomo? Può la sintesi fredda e meccanica di modelli che lo stesso ha creato con fatica, sudore, studio, evoluzione artistica nel corso di anni, imperfetti all’inizio e via via sempre migliori, spazzare via in poche ore tutto questo? È una domanda che contiene già il proprio abisso. Perché non stiamo parlando di un automa che replica un gesto, di un braccio robotico che avvita un bullone con precisione sovrumana. Stiamo parlando di qualcosa che dovrebbe appartenerci in modo esclusivo, intimo, non negoziabile: l’emozione. Quella scintilla che separa il rumore dalla musica, il suono dalla voce, la nota dal pianto. I cabalisti medievali modellavano il Golem dall’argilla e gli insufflavano vita incidendo sulla sua fronte la parola “emet”, verità. Ma il Golem non provava nulla. Eseguiva. Oggi ci troviamo di fronte a qualcosa di diverso e più inquietante: un Golem che non prova nulla, eppure fa provare.
Che non conosce il dolore, ma sa replicarne il tremore nella voce con una fedeltà che inganna non solo l’orecchio, ma il cuore. C’è un termine che la robotica ha preso in prestito dalla psicologia: “uncanny valley”, la valle perturbante. Quel punto in cui la replica è così vicina all’originale da generare disagio, un’inquietudine sottile, quasi ancestrale, perché il cervello percepisce che qualcosa non torna.
Per anni la musica generata dall’intelligenza artificiale ha abitato quella valle: impressionante a un primo ascolto, ma innaturale, sgraziata, con qualcosa di stridente, sbagliato, a un’analisi più attenta. Oggi, con cognizione di causa, posso dire che quella valle è stata attraversata. E dall’altra parte c’è un paesaggio che non avevo previsto.
Tutto parte da una scoperta casuale su YouTube. Un album, “Casta Diva”, di tali Farinelli, nome non casuale, evocativo di quel Carlo Broschi che nel Settecento commuoveva le corti d’Europa con una voce che trascendeva i limiti del corpo umano. Un album di symphonic power metal creato interamente in AI.
Ho premuto play con la curiosità distaccata di chi ha già ascoltato decine di esperimenti simili, uscendone ogni volta con la conferma che la macchina sapeva imitare ma non convincere. Questa volta è stato diverso. Non saprei dire in quale momento esatto è successo. Forse al primo passaggio orchestrale, quando gli archi si sono aperti con una pienezza che non aveva nulla di sintetico.
O forse quando la voce maschile ha attaccato la prima strofa, e ho sentito… sentito, non dedotto, il respiro trattenuto prima della nota alta, quel microsecondo di tensione fisica che precede lo sforzo. Mi sono ritrovato a riascoltare, a tornare indietro, a cercare la crepa, il difetto, la prova che fosse finto.
E più cercavo, meno trovavo.
Lo sconvolgimento è arrivato prima dell’emozione. Una sorta di vertigine cognitiva, come guardare un trompe-l’œil sapendo che è pittura su muro eppure non riuscendo a impedire all’occhio di vederci la profondità.
Poi è arrivato lo stranimento, quel sentimento scomodo di chi si accorge che le proprie certezze scricchiolano. E infine, lo ammetto senza imbarazzo, l’emozione. Pura, non mediata dalla ragione. Il corpo che reagisce prima che il cervello abbia finito di analizzare.
Un brivido lungo la schiena che non chiede il permesso. Le canzoni, tutte di stampo neoclassico, popolano un continente colonizzato da Malmsteen, Symphony X, Kamelot, Rhapsody, Heavenly e via così: barocco, pomposo, operistico.
Non è questo il punto focale, ma serve a delineare il terreno. Posso dire con assoluta certezza che oggi è il punto zero. Quel limite, travalicato, in cui un disco “finto” è talmente ben fatto da diventare più vero di tanti, troppi, dischi veri ma mediocri.
La bellezza di “Casta Diva”, al di là delle canzoni che mi sono piaciute moltissimo, ben “suonate”, arrangiate e prodotte, è la stupefacente umanità delle voci.
Il “cantante”, che gioca su tonalità molto acute, è talmente ben simulato che in alcuni punti si sente il respiro prima di affrontare una nota, le micro-imperfezioni studiate ad hoc, l’interazione con una voce femminile che sembra davvero rispondere, dialogare, reagire a livello umano.
Non un duetto meccanico di due tracce sovrapposte, ma una conversazione tra due presenze che si ascoltano. Se fino a ieri i dischi fatti “per finta” erano comunque innaturali, oggi la complessità di algoritmi, modelli di addestramento e potenza di calcolo ha raggiunto un livello tale per cui tutto è diventato “vero”, e spesso, dolorosamente, “meglio di”.
Non voglio giudicare, né condannare o esaltare questi processi. Lascio al lettore esprimere la propria idea. Semplicemente registro un fatto e lo porto al pubblico, senza vergognarmi di dire che ho apprezzato la musica che ho sentito. Ma sarebbe disonesto fermarmi qui, fare finta che questo sia solo un disco da recensire e non una soglia da varcare.
Perché il punto non è “Casta Diva” in sé.
Il punto è quello che “Casta Diva” annuncia.
Non oso immaginare cosa possa evolversi tra un anno, due, o dieci. Se oggi siamo al Golem che fa piangere chi lo ascolta, domani potremmo trovarci di fronte a qualcosa che non ha ancora un nome. Un mondo in cui la perfezione sintetica non si limita a imitare l’imperfezione umana, ma la supera, la raffina, la rende obsoleta, almeno sul piano tecnico.
E allora la domanda non sarà più “può una macchina emozionare un uomo?”, perché a quella abbiamo già risposto. La domanda sarà un’altra, più profonda e più scomoda: ha ancora importanza sapere chi, o cosa, ci ha fatto provare quell’emozione?
Importa che dietro quel respiro prima della nota alta non ci siano polmoni, che dietro quel tremore nella voce non ci sia un cuore che batte più forte? O l’emozione, una volta accesa, appartiene solo a chi la prova, indipendentemente da chi, o cosa, l’ha generata?
Gli scenari che si aprono sono molteplici, tanti, troppi per un solo articolo. Magari ne riparleremo. A me oggi interessa fissare un landmark, piantare una bandiera su questa data precisa. Perché è assolutamente chiaro che esiste un “prima” e un “dopo”. E il dopo è adesso.

