In quel periodo stavo lottando per la custodia di mia figlia Cassandra, nata dal mio primo matrimonio. Un giorno ho ricevuto una chiamata dalla mia ex-moglie che mi comunicava la sua decisione di trasferirsi in California, per motivi religiosi, a vivere con un gruppo di persone “molto interessanti”, e che avrebbe portato con sé Cassandra. Io avrei potuto vederla a Natale o cose del genere. Sarebbero partite il giorno seguente. Io le ho risposto: “bene, è fantastico, buona fortuna”. Ho posato il ricevitore, ho spiegato la situazione a Carolyn (mi ero risposato) e sono andato alla scuola di Cassandra per rapirla. Non si trattava di un vero rapimento, perché dividevamo ancora la custodia. Ottenni un’ordinanza dal tribunale che diffidava la mia ex-moglie dal portare Cassandra con sé. Così è partita sola. Dopo aver giurato che non avrebbe mai lasciato sua figlia, ha firmato i documenti per autorizzare l’affidamento a me ed essere libera di partire. Da quel momento è rimasta in California. Volevo che partisse perché questa situazione stava facendo a pezzi mia figlia. È come dare al diavolo quel che gli spetta. I Romani, per la stessa ragione, usavano seguire le coppie appena sposate maledicendole. È come dire che se dai al diavolo quel che gli spetta e ammetti l’esistenza delle cose più terribili, forse poi non accadranno. – David Cronenberg
Di solito, leggendo di The Brood – La covata malefica, vengono fuori un paio di constatazioni condivisibili in generale, ma su cui vanno fatte delle precisazioni. La prima è che in questo film, David Cronenberg mette da parte l’ironia e il gusto per il grottesco presente nei due precedenti horror e dirige qualcosa di molto più serioso ed emotivamente doloroso. In Il demone sotto la pelle e “Rabid – Sete di sangue”, c’è spazio per una serie di macchiette e siparietti comici, oltre a un’attitudine abbastanza compiaciuta per le cose disgustose. La verità è questa in apparenza, ma se si analizza un momento in dettaglio “The Brood”, ci si accorge che la tendenza all’ironia e al grottesco è ancora presente. Diciamo che Cronenberg è stilisticamente rigoroso e che l’umorismo, appesantito dalle amarezze della vita adulta, diviene sarcastico, ma c’è ancora e lo si coglie nei dettagli. A ispirare il film è, come si sa ormai molto bene, un divorzio e le conseguenti beghe per la custodia della figlia. La rabbia che produce piccoli assassini, che è il soggetto di studio e sperimentazione del Mad Doctor Hal Raglan, interpretato da Oliver Reed, è la principale fonte creativa che ha mosso il regista canadese alla realizzazione di The Brood. Era incazzato. Era furioso per gli eventi che aveva vissuto e per come la separazione e l’angoscia per il futuro della propria bambina avessero scavato crateri di frustrazione dentro di lui. Cosa intendo per sarcasmo nei dettagli? Beh, intanto fate caso a quali oggetti vengono usati per gli omicidi. Come riuscite a restare completamente seri mentre i volti delle vittime sono ridotti in poltiglia da delle specie di proto-teletubbies che impugnano martelli giocattolo o un battilardo da cucina?
Altro esempio?
Prendete il foglio che è posto da qualcuno sul viso massacrato della maestra d’asilo. Si tratta di un disegno realizzato dai bambini ed è usato come sudario. Sopra c’è scritto: “noi piantiamo semi di zucche”.
Secondo David J. Skal, autore del bel libro sulla cultura horror, “The Moster Show”, si tratta di un’evocazione innocente del rito di fertilità che contrapposto (e sovrapposto) al corpo della giovane donna massacrata, crea un ping pong di significati ben oltre il senso primario della scena a cui assistiamo. Per esempio che l’innocenza esiste, ma può essere comunque strumento di morte. I bambini che uccidono non sono dei veri bambini. I veri bambini però assistono annichiliti a massacri e violenze tra adulti. Questo alla lunga, come nel caso della figlia contesa dai protagonisti, genera rabbia in cerca di qualcuno da incolpare. I particolari ironici seminati in “The Brood” mostrano certo una continuità meno ridanciana e incresciosa da parte di Cronenberg, ma la volontà di non prendere le storie in modo troppo diretto, nemmeno quando è palese il bisogno di raccontare qualcosa di profondo e intimo della propria vita privata, quello è evidente. Ma ci tornerò.
La seconda considerazione, suggerita come quasi tutte le cose scritte sui suoi film, oltretutto dallo stesso regista, che è da sempre il principale teorico di tutto ciò che realizza, è che “The Brood” sia una specie di avamposto estetico di “Kramer Vs. Kramer”, il film di Robert Benton, con Dustin Hoffman e Meryl Streep.
Entrambi questi lavori affrontano le stesse tematiche, è verissimo, a parte che è il primo è un dramma commovente su un padre che deve crescere un figlio da solo, cercando di non perdere il lavoro e di impedire che la madre, una volta tornata dalla sua fuga iniziale, provi a portarglielo via. Il secondo è la stessa vicenda ma con lei che partorisce dal proprio corpo dei mostriciattoli senza ombelico, i quali uccidono chiunque la donna consideri un ostacolo tra lei e sua figlia.
Ed è qui che l’ironia è più palese, proprio davanti al nostro naso. Come si fa, vi chiedo, a prendere sul serio uno spunto simile? “Buongiorno, ho scritto una sceneggiatura su dei nani assassini venuti fuori dall’utero di qualcuno”; è uno spunto più che grottesco. Eppure Cronenberg lo usa in modo non serio ma tragico, creando un effetto ancor più destabilizzante nello spettatore.
Fate caso a quanto la faccenda però sia restituita alla sua essenza grottesca, quando sui giornali del tempo e nei saggi di cinema (o persino in questo mio scritto), serissimi studiosi e pensatori cercavano di venirne fuori senza produrre sghignazzi nei lettori, con le loro interpretazioni su uno spunto così scemo che valse al regista canadese, di diritto, il titolo di “King Of Venereal Horror”.
Prendete il caso del critico Robin Wood, il quale accusò Cronenberg di essere “un reazionario dal punto di vista sessuale”, e interpretò “The Brood” come “una fantasia maschile esorcizzante l’ascesa del femminismo radicale”.
E cosa dire dell’Observer, costretto a domandarsi il significato di “una folle casalinga, l’esternazione della cui aggressività produceva nani assassini…”?
Non fraintendetemi, anche secondo me “The Brood” “ci dice qualcosa di terribile sullo stato della famiglia di oggi e sulle paure dei maschi nordamericani”, come scrissero i più illuminati teorici di allora, ma mettetevi nei panni dei lettori di allora, i quali magari evitavano gli horror per principio. Cosa avranno pensato a leggere delle considerazioni drammose su una storia del genere?
E credete che Cronenberg fosse così strambo da non ridersela alle spalle di tutti quanti?
Vorrei ricondurre l’attenzione al fatto che nella serietà assoluta di Cronenberg, c’è un fondale di enorme ironia; in tutti i suoi film della “nuova carne”, almeno fino a “Inseparabili”, a leggerne nero su bianco le sue storie che raccontano, si basano su idee talmente sceme che solo un genio come lui avrebbe potuto realizzarle suscitando spunti filosofici, spavento e passione. Ma lui lo sa per primo che si tratta di spunti scemi alla William Castle, solo con molto più sangue, viscere in zona venerea, però capisce che per raccontare certe cose sull’evoluzione umana e per esorcizzare le assurdità dell’esperienza adulta (morte del padre, rapimento della figlia) ha bisogno di quelle storie, altro che Kramer vs. Kramer.
Riguardo il conflitto con quel film, lo stesso regista ha ammesso di averlo detestato, giudicandolo ipocrita e rassicurante, ma non è che lui uscì dal cinema e decise di realizzare la propria risposta furente a quel successo commerciale troppo buonista e fasullo. I due progetti nacquero praticamente insieme e la cosa è molto più interessante di una programmatica contrapposizione a posteriori, non vi pare?
CAPITOLO 2 – UNA STORIA VERA
“Mi sento morire al pensiero che io possa aver già rovinato mia figlia. Non ha nemmeno sei anni”.
“Ma lei non c’entra in tutto questo?”
“No, a volte mi dico: non è colpa tua. Ti hanno incastrato. Hai trovato una donna che ti ha sposato per il tuo equilibrio, sperando di cancellare la sua follia. E invece, è lei che sta minacciando il mio equilibrio”.
“The Brood” la mette molto pesante sull’esperienza del divorzio e dell’affido dei figli, ma chiunque sia passato attraverso queste cose – e chi scrive ci è passato – sa che i due film, quindi anche Kramer vs. Kramer, dicono qualcosa di vero entrambi.
Cosa voglio intendere?
Che i mesi e gli anni vissuti a dover accettare la fine di un amore su cui si credeva al punto di sposarsi e fare dei figli con qualcuno, e poi il doversi contendere i figli con quella persona, da cui si vorrebbe fuggire il più lontano possibile, porta a vivere giorni che sono una via di mezzo tra i momenti più “solari” del film di Benton e quelli più “rossi” e “neri” di Cronenberg.
In realtà quelle creature sono l’incarnazione della mia stessa rabbia, del mio senso di colpa, della mia delusione. Puoi guardare il film come un’allegoria e il film diventa molto realistico. – David Cronenberg
La rabbia di Nola, che è il fulcro da cui scaturisce tutto il caos della storia, ci distrae dalla rabbia di lui. Il marito Frank Carveth (interpretato dall’innocuo Art Hindle) il quale alla fine la odia al punto che la strangolerà inorridito. Non ci facciamo caso ma lui, in apparenza così dimesso, rappresenta lo stato emotivo e mentale di Cronenberg; e la rabbia di Cronenberg è tale da creare non solo Nola, ma l’intero universo in cui lei può essere così follemente incazzata, da defecare dei piccoli sicari albini alti un metro scarso e scatenarli nel mondo.
C’è una cosa che non è molto considerata nei vari saggi che si occupano di “The Brood”: il rapporto tra Nola e i suoi genitori. Scopriamo dalla mamma di lei, una bella e pacifica nonna ancora piacente di nome Jiuliana (Nuala Fitzgerald), che Nola non ha mai voluto farle vedere la nipotina. Juliana è grata a Frank, che invece gliela affida, quando l’uomo ha da fare con il lavoro e non può portarsela dietro al cantiere dove dirige la ristrutturazione di grandi case. Dal dialogo tra i due si comprende che la donna soffre per il proprio passato e per come la figlia le impedisca di lasciar tutto alle spalle. Ha fatto tanti errori come madre e moglie, ma ora sembra migliorata. Vorrebbe il perdono ma il solo modo di averlo da Nola è morire.
La nonna trova pace per mano di uno dei mostriciattoli, poco dopo aver messo a letto la bambina. Candice, così si chiama la piccola (Cindy Hinds) trova per prima il cadavere e incontra uno dei suoi “fratellini”.
Nei colloqui tra Nola e il dottor Raglan, lui impersona i genitori di lei. Fa parte della terapia Psicoplasmica di cui parlerò nello specifico tra un po’. Per ora vi basti sapere che il medico conduce il paziente, in questo caso la donna, a scontarsi con chi l’ha fatta soffrire nella vita. Interpretando la parte di suo padre, sua madre, suo marito o chi altri, Raglan la aiuta a esprimere la rabbia, sia a parole che emotivamente. Per gli altri pazienti, tra cui Mike (Gary McKeehan), si parla di espressioni corporee della rabbia come protuberanze ed escrescenze vistose. Con Nola si è andati davvero molto oltre.
Nola parla quindi con la madre/Raglan e poi col padre/Raglan e viene fuori una storia di violenza: la mamma era crudele con lei, la picchiava (e per questo non desidera affidarle la figlia per un solo minuto).
Il padre non faceva nulla per difenderla dalla crudeltà della madre, sovente non solo fisica ma anche psicologica. A un certo punto il papà decise però di reagire e chiese la separazione dalla donna, togliendole la figlia maltrattata.
L’intervento paterno non era però bastato a Nola per avere di nuovo fiducia in lui ed evitare la cova di questo rancore infinito.
Frank si ritrova a vivere una replica delle vicende vissute dalla moglie, a detta del papà di Nola. A tal proposito va notato che Cronenberg non semina alcun indizio per farci capire qualcosa sul trascorso familiare di Frank. Il protagonista sembra un tipo normale, venuto su da genitori tranquilli e con un’idea molto equilibrata di famiglia. Anche se nel film non lo si dice apertamente, Nola è più grande del marito e controllando le età del cast principale, al tempo in cui il film fu girato da Cronenberg, nella biologia storica dei due attori, risultano ben nove anni di differenza: Samantha Eggar (40 anni) e Art Hindle (31 anni).
Il papà di Nola, di nuovo in città dopo l’omicidio dell’ex moglie, si rivela un uomo debole, fragile e con una cronica dipendenza alcolica, alternata a fasi di astemia. L’uomo racconta a Frank di essere fuggito dal matrimonio, dalla famiglia e di portarsi dietro questa croce nata dalla rinuncia. Adesso però che la moglie è morta assassinata per mano di qualche sconosciuto, lui sente il bisogno di tornare nella loro vecchia casa e di vagare tra le stanze immergendosi nel pensiero di lei e di ciò che erano loro due insieme, magari all’inizio, quando si amavano. Le pareti e gli oggetti, gli odori e gli indizi della colluttazione gli ricordano molto di più: magari quella sagoma in terra, tracciata con del nastro adesivo dai poliziotti, avrebbe potuto essere lui ad averla stesa, molti anni prima. O forse poteva essere la sua sagoma, se non se ne fosse andato. Si ubriaca, piange, si riduce uno schifo.
Le figure dei genitori di Nola nel film sono come spettri di una relazione scoppiata tanto tempo fa, hanno continuato a tirare avanti, tranciati di netto, dimezzati, purgatoriali. Sono spettri in attesa di essere liberati dal corpo prigione.
Proprio nelle stanze dove è morto il suo amore e la sua esistenza “animica”, il papà di Nola (Henry Beckman) troverà la morte fisica, sempre per mano dei mostriciattoli che hanno ucciso Juliana. Però, ricordiamolo, i bambini sono solo degli esecutori. Si tratta di Nola che uccide telepaticamente la propria famiglia.
CAPITOLO 3 – LA FORMA DELLA RABBIA

Nel vedere per la prima volta il film di “Kramer Vs. Kramer”, mi ha sorpreso una cosa. Dustin Hoffman non piange quasi per niente. Si commuove con la voce, l’espressione ma tiene duro, non frigna, non gli escono mai lacrime dagli occhi. Forse dovremmo intuire che sia così profondo il dolore e lo sgomento, da non riuscire a esprimerlo. Inoltre non vuole che il figlio lo veda piangere, come una volta si usava fare da padri, per dargli coraggio e forza. Non so.
Sappiamo che, non solo David Cronenberg aveva vissuto il divorzio e la paura di perdere una figlia prima di “The Brood”, ma anche Hoffman, in procinto di prendere parte al film Kramer, era reduce da una separazione con figli di mezzo. Merly Streep invece, antagonista di lui e di tutti gli spettatori, aveva subito una separazione ben più drastica e dolorosa: il marito, l’attore John Cazale, era morto da poco di tumore.
Dopo anni sono venute fuori delle storie dal set di quel film: ci furono vere e proprie crudeltà compiute da Dustin ai danni della Streep. Lui arrivò a sfruttare con una battuta il lutto ancora fresco della donna, per farle esprimere meglio la rabbia verso il personaggio del marito. Tutto questo e altro ancora devono aver trasformato il set di Kramer in qualcosa di molto più inquietante di The Brood, che invece, nel dietro le quinte non sembra avere dei retroscena indigesti. Ho sempre pensato che il set di un film sia uno dei posti più tremendi e orribili che si possano attraversare, non so perché. Molti aneddoti di attori e registi me lo confermano. Non solo c’è chi ci ha lasciato la pelle su un set, ma quello che capita dietro la cinepresa, tra molestie, ricatti e vessazioni, è il sangue di cui si nutre, e ci nutriamo anche noi che lo amiamo, il Cinema.
Oliver Reed si portava dietro i suoi risaputi problemi con l’alcol, ma sembra aver rigato dritto per tutta la lavorazione di “The Brood”. La sua interpretazione del Mad Doctor Hal Raglan confonde abbastanza da non capire che il vero mostro è lui e non Nola e i suoi piccoli; mentre l’attrice Samantha Eggar (interprete di Nola), commovente e spaventosa insieme, ammise al tempo di ritrovare qualcosa della propria esperienza personale nelle vicissitudini della madre, salvo ammettere molti anni dopo, in presenza di Cronenberg, che “La covata malefica” era stato il film più disgustoso a cui le era toccato di lavorare in tutta la carriera.
Quando Frank scopre che la figlia ha dei segni di maltrattamenti sul corpicino, se la prende con la madre, considerandola pazza e pericolosa per lei, ma accusa anche Raglan di permetterlo. La realtà è ben peggiore. Candice è stata picchiata, ma non da Nola. Sono i suoi figli, che ubbidendo a un accesso d’ira della madre nei confronti della figlia, l’aggrediscono, come cani addestrati a mordere al primo segnale. Non c’è un legame di complicità tra i figli della rabbia e la bambina nata col metodo mammifero.
Verso la fine del film, Raglan sembra voler aiutare Frank contro Nola, ma solo morendo sotto i morsi dei piccoli diavoli della rabbiosa partoriente può redimersi dalla serie di responsabilità accumulate durante la vicenda. Ha permesso lui alla donna di uccidere i suoi genitori prima di intervenire contro di lei. Ha lasciato lui che quei mostriciattoli agissero. Li ha accettati come parte dell’esperimento. Li ha vestiti e ha provveduto a tenerli nascosti. Inoltre è chiaro che tra lui e Nola c’è ben di più del rapporto paziente e medico. Probabilmente si sente un po’ il loro padre.
Però il modo come il regista ha rappresentato Reed/Raglan e tutti gli scienziati pazzi prima dei suoi lavori, non significa che Cronenberg sia contro la scienza che va oltre la morale e in fondo a tutti i costi. Non bisogna prendere alla lettera i suoi film. Il regista ha sempre avuto bisogno di “drammatizzare” le proprie teorie e in “The Brood”.
A sentirlo parlare nelle interviste o leggere ciò che scrive in qualche testo biografico a proposito di “The Brood”, c’è una comprensibile partecipazione verso gli sforzi di Raglan e una sentita fascinazione per la Psicoplasmica come possibilità evolutiva interessante e in fondo plausibile. Chiaro quindi che il personaggio di Oliver Reed sia soprattutto un villain e che quello di Nola sia la classica creatura mostruosa in mano al proprio scienziato/padre/padrone/amante.
In una storia ci vuole il buono, il cattivo e la ragazza da salvare. I film di Cronenberg rispettano tutti questi ingredienti, ma non gli vanno rinfacciati. Accusarlo di vedere nell’emancipazione della donna (personaggio di Nola) un disastro da impedire solo perché nel finale, la donna/mostro muore ammazzata dall’uomo salvatore, è davvero un modo ottuso che non fa onore a chi muove una simile accusa, considerando che almeno un critico di un certo livello dovrebbe saper distinguere tra l’intreccio narrativo e i temi che sorregge. I film non sono tesi psicologiche ma prodotti d’intrattenimento, almeno nell’accezione dell’industria che ha permesso a Cronenberg di realizzare le sue opere.
Poi vi basterebbe fare due chiacchiere con lui per capire da quale parte stia. La scena in cui Nola apre la placenta di uno dei propri cuccioli a morsi, è rivoltante e non riesco a immaginare la faccia dei censori che spinsero il pulsante rosso per segnalare che andava apportato un cazzo di taglio gigantesco alla sequenza.
Per David Cronenberg quello era un momento commovente e molto significativo della storia. Inutile che scrolliate il capo e sorridiate pensando a “che sagoma sia il vostro canadese preferito”: voi non siete come lui. Quell’uomo ha una testa a parte.
Al tempo, e anche anni dopo, le sue teorie sulla nuova carne erano e restano affascinanti, ma la cosa che più lo faceva amare era questa sensazione che fosse davvero fuori di testa, come deve aver pensato Mel Brooks prima di affidargli il remake de La Mosca e come devono aver pensato un po’ tutti quelli che ci lavorarono fin dall’inizio.
Fuori di testa ma geniale.
Secondo me David Cronenberg è l’emblema dell’artista puro, trasversale, in grado di mostrarci la realtà in un modo mai immaginato da mente comune, arricchendo di significati costruttivi, qualcosa che siamo abituati a considerare distruttivo e detestabile: come la malattia, la deformità, la morte. Prendete per esempio questa dichiarazione:
Gli esseri umani potrebbero scambiarsi gli organi sessuali, o farne a meno come organi sessuali in sé, per la procreazione. Saremmo liberi di sviluppare diversi tipi di organi che potrebbero darci piacere e che non avrebbero nulla a che vedere con il sesso. La differenza tra maschio e femmina diminuirebbe, e forse diventeremmo creature meno divise e più complete.
Non sto parlando di operazioni transessuali. Sto parlando della possibilità che gli esseri umani diventino capaci di mutare fisicamente a loro piacere, anche se ci volessero cinque anni per completare la mutazione. La pura forza della volontà ci permetterebbe di cambiare il nostro io fisico. – David Cronenberg
Chiaramente non è “uno normale”, ma riesce a condividere le sue folli idee in modo affascinante e assai stimolante per le nostre povere menti da 2+3 uguale cinque.
Tornando a “The Brood – La covata malefica”, se ci fu un film da contrapporgli, ce n’è anche uno da anteporgli. Avete mai visto “Il pianeta proibito”? Si tratta di un vecchio classico della Fantascienza anni 50, con Leslie Nielsen giovane, aitante e piuttosto serioso.
Risulta affascinante come Cronenberg si accorse che stava prendendo spunto proprio da questo film molto dopo aver iniziato a scriverlo. Mentre lavorava alla sceneggiatura, all’improvviso decise di dare alla scuola dove andava la figlia di Carveth: “Krell Institute”. Allora si accorse da dove partiva lo spunto fantastico alla base della sua idea.
“Il pianeta proibito”, film che colpì moltissimo il Cronenberg ragazzino che lo vide al cinema, è la storia di un popolo, i Krell appunti, così evoluti da arrivare all’estinzione totale dopo essere riusciti a dare a se stessi la possibilità di creare, con il solo uso del pensiero, qualsiasi cosa.
Purtroppo non tennero da conto di una cosa: oltre i pensieri razionali e i desideri ufficiali, c’è un sommerso di aneliti contraddittori e oscuri, di mostri che il sonno della ragione genera, come si dice. E per questo, la mente dei Krell, partorì fisicamente il proprio bisogno di schiantarsi nel nulla, di darsi la morte.
Nola concretizza qualcosa di abominevole e lo ama, come farebbe qualsiasi madre con il proprio cucciolo, ma se immagino cosa avrebbe potuto far vivere la mia di rabbia, al tempo in cui meditavo una rivalsa sulla mia ex moglie, beh, allora è meglio lasciar perdere l’evoluzione dei Krell.
E ora parliamo della psicoplasmica o psicoplasmia. Si tratta di un altro aspetto del film che io ho personalmente vissuto. La teoria si basa sulla somatizzazione o se volete, l’esteriorizzazione con cui i corpi comunicano le emozioni. Il regista spiega che in uno stato di forte stress, il nostro organismo porta in superficie la propria sofferenza. Ed è vero. Prima che ci rendessimo conto, io e la mia ex, che era arrivato il momento di fare i conti con la realtà e riconoscere che stavamo irrimediabilmente distruggendo il nostro matrimonio, ricordo che mi riempii le mani di verruche gigantesche, le labbra di herpes e la zona inguinale di molluschi contagiosi.
Pensai che fosse il lavoro duro che stavo facendo al tempo (consegne di carne in tutta la provincia; ore e ore alla guida; poco tempo per dormire la notte) ma non si trattava di quello. Appena ebbi la forza di mollare mia moglie e affrontare il dolore e lo sgomento delle nostre bimbe davanti alla prospettiva di una separazione tra mamma e papà, il lavoro da solo, per quanto duro, non mi produsse più alcuna eruzione cutanea, in nessun posto del mio corpo. Il trauma del mio matrimonio fallito e il ricordo delle lacrime di mia figlia più grande quando la mia ex mi costrinse a comunicarlo io perché ero io che lasciavo, ancora oggi, mi fanno venire degli strani taglietti intorno al prepuzio.

