Tutti cercavano di imitare gli Europe, lo stile Joey Tempest e di essere la prossima sensazione melodica dalla Svezia. Questo riguardava chiunque: tutti erano alla ricerca di un contratto discografico! – Dan Swano
Partiamo dalla scena svedese prima e dopo “The Final Countdown”. Perché come tutte le cose, c’è un prima e un dopo. Il 1986 è l’anno spartiacque. Ma l’esplosione del fenomeno Europe, non fu un caso sporadico, imprevedibile. Le cose in Svezia, sul versante hard and heavy, si stavano muovendo da un po’ e le etichette più accorte, stavano mettendo sotto contratto almeno una band di quelle parti, in attesa che capitasse il colpaccio. Nessuno raggiunse il successo commerciale (e la grandezza) degli Europe, ma qualcuno che prima sperava di essere ciò che furono gli Europe, forte della stessa provenienza geografica, provò almeno a ripeterne i traguardi o quantomeno, infilarsi sulla loro scia. I Madison per cervi versi morirono in mezzo a queste due fasce d’azione.
I Madison, già. Immagino pochi abbiano sentito parlare di loro ma vi assicuro che avrebbero potuto essere gli Europe… se non fossero esistiti gli Europe. Parevano dei predestinati, in mani accorte e potenti potevano ribadire l’exploit della band di Tempest e Norum nel 1987-88; non avvenne per un sacco di ragioni e con i se e i ma, ci possiamo lucidare la scopa di nostra nonna, ovviamente, ma che volete, a Sdangher abbiamo un intero reparto di scope da lucidare.
Investigando sui Madison ho scoperto la faccenda che negli anni 80, tutto il mondo discografico fosse lì con un sacco pronto e l’intenzione di acciuffare il primo capretto hard rock capace di scavalcare da solo il recinto svedese.
Era nell’aria. Le etichette seguivano con grandissimo interesse quella scena e per molti esperti, il segnale sicuro per indovinare chi fosse il nome giusto, era il mercato giapponese.
Bene, tra il 1984 e il 1985, i Madison, con l’uscita del primo disco, “Diamond Mistress”, erano diventati un fenomeno vero, da quelle parti, alla stregua di una boy band.
La Sonet, che aveva grandi possibilità distributive in Europa e negli Stati Uniti, li mise sotto contratto per il secondo album. Purtroppo il gruppo, oltre a riconfermarsi in Giappone, non mosse grande curiosità negli altri mercati.
Le cose finirono lì, però non a causa di questo. C’erano delle grosse etichette pronte a scommettere sui Madison e con molta probabilità era anche il momento giusto per lanciarli. Purtroppo capitarono una serie di eventi che mandarono in pezzi il gruppo nel giro di poco tempo.
Ma torniamo all’inizio. Anzi, a prima dell’inizio, vale a dire, quando i Madison erano i Regent, gruppo hard rock piuttosto ruvido e blues venuto su dalle parti di Hudiksvall; capoluogo del comune omonimo, celebre per niente in particolare.
Il loro leader e principale compositore, oltre a suonare le chitarre, era Dan Stomberg. Il gruppo andava bene, campicchiava suonando per i locali vicino casa fin quando non coinvolse Göran Edman alla voce. Un vocalist come quello alzava davvero di tanto il livello generale del gruppo, al punto che da Regent, nome un po’ vecchiotto per il mercato heavy in ascesa, la band decise di cambiarsi in Madison.
Nome di merda, ma al tempo a questi svedesi suonava più che bene. Sapeva d’America, come il Madison Square Garden o Madison Avenue, una via di Manhattan dove giravano fiumi di soldi, negli anni 80. Non solo il monicker, i vari componenti pensarono bene di cambiare anche i propri nomi, così da sembrare più vicini alle tendenze americane del nuovo rock.
Guarda caso però, il nome Madison ebbe un’impennata di popolarità grazie al successo della commedia “Splash! Una sirena a Manhattan”, film con Tom Hanks e Daryll Hannah, uscito nello stesso anno del debutto ufficiale della band con “Diamond Mistress” di cui sopra.
Il contratto discografico arrivò dopo aver vinto un concorso tra band. Anche gli Europe erano arrivati a firmare per l’indipendente Hot Records, grazie a un concorso. I concorsi in Svezia per scovare nuove band rock, erano negli anni ’80 una delle strade principali per farsi notare dagli addetti ai lavori e venivano organizzati con una struttura quasi sportiva. Il fenomeno era talmente diffuso che esisteva un vero e proprio campionato nazionale per band emergenti, a cui arrivavano a iscriversi migliaia di gruppi nelle pre-selezioni.
Anche i Regent avevano vinto un concorso musicale nel 1981, nella propria città.
Ovviamente il legame tra Regent e Madison rimaneva profondo. Nell’album “Diamond Mistress” sono presenti alcune delle stesse canzoni della band originaria, quelle scritte da Dan Stomberg, il quale però, contrariato dal progressivo avvicinarsi del gruppo alle sofisticherie dell’A.O.R. e alle velleità commerciali da classifica, aveva deciso di tirarsi da parte poco prima di entrare in studio per incidere l’album d’esordio.
Al suo posto, la band coinvolse subito Mikael Myllynen, il quale già da tempo soffiava sul collo di Dan. Meglio noto nell’ambiente come Mike Moon, era un diciannovenne prodigioso, velocissimo, molto tecnico e dalla fisicità perfetta per i poster nelle camerette femminili.
“Diamond Mistress” ebbe un grande successo in oriente e andò abbastanza bene anche in Svezia. Lo stile era ancora legato alle origini burbere di Stomberg, quindi si avvertono chiare le influenze di Priest e Scorpions, tra gli altri, ma il successivo “Best In Show”, uscito lo stesso anno di “The Final Countdown”, mostra una somiglianza notevole con il disco degli Europe. Sia per lo stile heavy patinato che per la voce di Göran. Vi basti sentire l’inciso di “Give It Back” per accorgervi che la musa è la medesima.
Ma nonostante il gusto notevole delle composizioni e l’ispirazione di alcuni brani meravigliosi (“Shine”, “Oh Rendez Vous”) non c’è nulla che possa competere con “Carrie” o Cherokee”, per dirne giusto un paio di quel mega best-seller.
Interessante constatare come il successo di “The Final Countdown” fosse vissuto nel giro metal come qualcosa di increscioso. I recensori non vedevano l’ora di citarlo da esempio sbagliato di cosa non si debba intendere per metal. Nel caso dei Madison, “Best In Show” fu esaltato su Metal Shock nella speranza dichiarata che un’altra band svedese iper-melodica ma meno “da ragazzine” prendesse con merito il posto occupato dagli Europe nelle classifiche di vendita.
Fa un po’ ridere ma è così.
Una cosa giusta però, un tipo di HM la disse: rispetto agli Europe, i quali in “The Final Countdown” ci diedero così giù di tastiere e synth da spingere Norum ad andarsene, l’approccio è più vicino ai Deep Purple e all’hard & heavy classico.
Niente piacionismi e ruffianate, secondo i metallari di allora e questo era un punto a favore dei Madison, i quali però si trovavano già da un po’ in una situazione, nonostante le dichiarazioni determinate del chitarrista Anders Eriksson sul raggiungimento del successo rilasciate a diverse riviste europee, la band stava già sfaldandosi.
Come avrebbe spiegato lo stesso Göran qualche tempo dopo, i Madison avevano vissuto in una specie di guscio in Svezia nel 1984. Lì il pubblico li riconosceva per strada e li seguiva, ma di sicuro non li idolatrava. Quando misero piede in Giappone fu un delirio a cui non erano assolutamente preparati. Così come non si resero conto di quanto nella scena internazionale che conta, altri nomi più affermati e management molto attrezzati e spregiudicati li avessero notati e meditassero di saccheggiarne la line-up.
In particolare Edman era il più appetibile. Cominciò con una chiamata incredibile: un provino per prendere il posto di Biff Byford nei Saxon.
Non ci credete? Nemmeno io, in un primo momento. Però è vero. Quando il gruppo inglese cercava di imporsi sul mercato americano, su spinta del management, si provò di tutto, persino a sostituire il cantante originale con il singer dei Madison. La voce di Göran infatti, secondo chi curava gli interessi della band, era perfetta per avvicinare definitivamente i Saxon all’A.O.R. e al successo.
Edman racconta di essersi presentato con alcuni suoi amici musicisti svedesi (nessuno dei Madison) convinto di poter trovare posto anche a loro in seno alla band dei Saxon. E per quanto sia assurdo ancora di più pensarci ora, al tempo, per il management dei Saxon, l’ipotesi di un nucleo svedese in seno alla band inglese, era del tutto plausibile, perché tra il 1985 e il 1987 si teneva così in considerazione la Svezia come gallina dalle uova d’oro in ambito hard rock melodico, da pensare addirittura a simili scommesse.
E sempre Edman assicura che quando suonò con i Saxon, a parte l’atmosfera cupa e un po angosciata per via dell’agire alle spalle di Biff, l’alchimia tra lui e il gruppo inglese sembrò perfetta per l’idea commerciale che si erano messi in testa. Chissà cosa sarebbe successo se fosse uscito “Rock The Nations” con Edman e non Byford? Probabilmente alla maniera degli Accept di “Eat The Heat”, ma lasciamo andare.
L’audizione di Göran con i Saxon avvenne all’insaputa di Biff, che ovviamente poi lo scoprì e si riappropriò subito del microfono, spingendo all’oblio certi esperimenti con la sua band.
L’esperienza però aveva aperto gli occhi a Edman, il quale sapeva di essere cercato e richiesto in gruppi importanti. Lui come Mike Moon, assunto prontamente da King Diamond all’indomani del disco “Best In Show”, per sostituire Michael Denner nel tour di “Abigail”. Il chitarrista accettò, imparando tutte le canzoni in pochi giorni e vivendo una delle sue esperienze lavorative più appaganti, per quanto priva di seguito discografico assieme a King.
Anders Eriksson noto anche come Anders Kalson, così come il bassista Conny Sundqvist (Conny Payne) reduci dal nucleo originario dei Regent, vissero con grande amarezza l’atteggiamento “aperto al mondo” dei pezzi pregiati dei Madison, sensibili alle lusinghe dei grandi ingaggi.
I due videro a poco a poco smantellarsi un gruppo su cui qualcuno era ancora disposto a scommettere tantissimo. Intanto la label giapponese che si occupava della promozione e distribuzione sul suolo nipponico, vale a dire la Victor, continuava a investire su di loro, convinta che avrebbero raggiunto nuovi traguardi, non solo in oriente.
Così come la Enigma Records, pronta a mettere sotto contratto il gruppo per il terzo album, con un budget più alto e una spinta decisa sul mercato occidentale.
Questo a patto che cambiassero nome, perché Madison proprio non funzionava, secondo loro.
Il gruppo ebbe una botta di orgoglio e disse di no. Erano convinti di aver già costruito tanto come Madison e avevano fiducia di essere ancora appetibili sul mercato senza un’altra identità.
Peccato che la Enigma non si convinse e mollò la presa. Il gruppo attese con fiducia altri ingaggi ma non successe niente di grosso dopo quello e nel mentre, la formazione era già quasi andata a quel paese. Goran alla fine accettò l’invito a unirsi al nuovo progetto di Vinnie Vincent, per quanto seppe poco dopo che gli avevano preferito Mark Slaughter. Poco male, si rifece unendosi al progetto solista di John Norum e cantò su “Total Control” del 1987. In seguito passò tra le grinfie di Malmsteen con cui incise “Eclipse” (1990) e “Fire And Ice” (1992). Al tempo i Madison era già finita da un pezzo.
Cosa ci resta di loro, a parte il progetto di un nuovo album con il rientro in formazione di Dan Stomberg di cui ancora stiamo aspettando l’uscita? Due dischi in cui è evidente il passaggio dall’ondata metallica post-nwobhm all’A.O.R, tanto per cambiare. Di sicuro “Best In Show” suona ancora oggi come un suggestivo incrocio tra il vecchio heavy rock anni 70 e il metal da classifica della decade successiva, con un repertorio decisamente superiore alla maggior parte dei cloni post-Europe venuti dal nord Europa. Così almeno la pensa Beppe Riva, il quale ha il merito di riconoscere la classe assoluta di Göran Edmanancora prima che Saxon, Vinnie Vincent, Norum e Malmsteen lo chiamassero a lavorare con loro. Da non sottovalutare nemmeno “Diamond Mistress”: class metal notevole da recuperare assolutamente se amate il genere. Io adoro la ballad “Pictures Return” e la cavalcata “Squealer”.

