Non esiste ancora, a oggi, una biografia autorizzata degli Europe e un motivo deve pur esserci. Di articoli sulla band qui a Sdangher ne abbiamo scritti a iosa. Stiamo forse dando troppa importanza a Joey Tempest e gli altri? Va bene gli anni ’80, la nostalgia e il revival ma se andiamo a guardare, l’impatto della band si limita a un lustro scarso, e se a oggi soltanto l’ex chitarrista Kee Marcello ha ritenuto opportuno a un certo punto mettere mano alla penna, peraltro con il solo scopo di togliersi parecchi sassi dalle scarpe, ripeto, non può essere un caso.La sensazione è che, vuoi per le vicissitudini con l’ex chitarrista, vuoi per l’immagine che è stata costruita attorno alla band all’epoca, per quanto redditizia, gli anni ’80 restino un fardello ingombrante per gli Europe e che loro stessi abbiamo provato a discostarsi dalle scelte di quel periodo.
Scelte che furono in un certo senso, se non obbligate, in qualche modo “telefonate”. Sulla base di questo, il post-reunion va considerato sotto un’altra prospettiva.
E’ diffusa fra i fans l’opinione per cui gli Europe non facciano affatto distinzione fra anni ’80 e anni Duemila, ma si limitino a suonare quello che più gli piace, nei limiti ovviamente delle loro possibilità. Che, a pensarci bene, è ciò che definisce un artista vero agli occhi del pubblico; non vorrei scomodare termini come “integrità” o “libertà” ma è evidente che tanto più un artista rende conto alla sua ispirazione, tanto più suonerà genuino agli occhi di chi lo ascolta, anche a costo di dispensare delusioni e colpi di scena.
Tema trito e ritrito e che non approfondiremo, ma è chiaro che gli Europe non siano mai stati una band che apparecchia la tavola per far sentire il pubblico a suo agio; se ci riesce, è solo dopo essersi presa il rischio di cambiare almeno in parte le carte in tavola, cosa che hanno sempre, e sottolineo sempre, fatto da “Wings Of Tomorrow” in poi. Con quali risultati poi il dibattito rimane aperto.
“Lasciate che gli artisti seminino secondo la loro inclinazione naturale. Può capitarvi di gustare qualche buon frutto anche dagli alberi meno prevedibili”.
Ho letto questa frase anni fa su un forum e mi è rimasta scolpita in testa. Negli anni ’80 il pubblico metal più oltranzista e genuino vedeva gli Europe come fumo negli occhi; è curioso quanto i ruoli oggi si siano esattamente invertiti, chi infatti allora li adorava risponde con totale indifferenza alla nuova proposta musicale della band.
Le prove generali della reunion, è cosa nota, iniziano nel 1999; un ritorno fortemente voluto da un certo Jan Stenbeck, milionario di quelli illuminati che a un certo punto contatta Thomas Johansson, boss della futura Live Nation, nientemeno. Un milione a testa (corone svedesi? Dollari?) valgono bene una reunion a sei, incluso il figliol prodigo John Norum, il cui ritorno in pianta stabile era all’epoca tutt’altro che scontato.
Il ritorno della band nel 2003 e i capitoli che si sono succeduti hanno delineato un percorso stilistico piuttosto chiaro. Chi si aspettava una band in stato di criogenesi ha ricevuto un colpo basso. Nessuna concessione alla nostalgia almeno in studio: della patina di “quegli anni” non vi è praticamente traccia, i suoni si sono fatti più cupi e aggressivi, mentre i riferimenti stilistici mirano ben saldi all’hard rock di band come Rainbow e Thin Lizzy; particolare non da poco, si rileva la pressoché totale assenza di tastiere.
Serviranno ancora un paio di uscite perché il buon Mic Michaeli torni ad assumere una qualche rilevanza, e lo farà sempre sotto forma di Hammond, mai con quei suoni scoppiettanti tipici degli anni ’80.
Tutto bene, tutto bello quindi?
“Start From The Dark” scatena un certo movimento fra i fans di vecchia data più per il ritorno in sé che per l’effettiva qualità del risultato finale. Il pubblico del 2003 è composto soprattutto da giovani/vecchi rockers, le ragazzine di allora, innamorate di Joey Tempest, non sono sembrate più interessate alla band. I giovani come sempre coprono una percentuale indefinita. A chi si rivolgono gli Europe nel nuovo millennio?
“Secret Society” viene salutato e osannato dal pubblico più intransigente come un disco sanguigno, verace e diretto. “Al passo coi tempi”, quasi ad ammantare di nobiltà un percorso stilistico ben preciso. Non si capisce di cosa, nel 2006 quali sarebbero le sonorità che definiscono la contemporaneità? Gli Audioslave? Stiamo parlando di un disco piuttosto energico, ok, ma le chitarre in drop non erano una novità da quasi tre lustri, nel 2006.
I dischi usciti fino al 2010 seguono una logica progressione, sono tutti piuttosto ispirati e con una propria identità. In sede live, circa la metà dei pezzi in scaletta copre questo nuovo corso.
Qualcosa si rompe negli anni Dieci. Si parla insistentemente di svolta blues, di “Purple Europe”. Joey canta quasi strozzato, non si capisce se è l’età che avanza o se stia cercando di cucirsi addosso uno stile che non gli appartiene, idem per John Norum, sorta di Kirk Hammett scandinavo che affoga tutto in una zuppa di wah wah e riff anonimi.
Sta storia del blues ha rotto un po’ le palle, superati i quaranta ci si scopre vecchi, o maturi, e si torna alle origini, che siano personali o di un genere poco cambia. Norum peraltro nasce come chitarrista blues in una band chiamata Eddie Meduza & The Roaring Cadillacs, ma questo non significa che il genere sia completamente nelle sue corde. Per un Gary Moore che compie un’operazione del genere, c’è un Eric Clapton che viene letteralmente seppellito da generazioni di bluesmen.
Gli altri tre restano lì, immutabili e uguali a se stessi, ma comunque affidabili nella loro staticità. Paragonato ai precedenti, “Bag Of Bones” sembra un disco di ragazzini che tributano i propri idoli. Il campionario delle citazioni è completo, non ci sono pezzi memorabili, solo tanta svogliatezza e pressappochismo nella costruzione dei pezzi.
Quello che non è cambiata è l’attitudine della band, che continua ad essere una macchina promozionale: dal 2004, gli svedesi hanno macinato oltre settecento concerti, numeri davvero invidiabili e per i quali non si può certo dire che non si siano adeguati ai tempi. Ritmi del genere hanno un prezzo da pagare e non è un caso che col tempo le performance di Joey Tempest e John Norum siano andate calando. Le tonalità subiscono un vistoso ribassamento, non serve un genio per accorgersene e ormai Youtube canta al posto della carta.
Gli attriti con Kee Marcello hanno messo la band con le spalle al muro; sembra quasi che temano di perdere John Norum da un momento all’altro, al punto da volerlo mettere a suo agio assecondandone i gusti musicali. Una band insomma dagli equilibri estremamente precari nonostante l’apparente stabilità della formazione, con il tempo che passa ormai sempre più inesorabile.
Sempre a proposito di “The Final Countdown”…
“The Final Countdown” non fu un fulmine a ciel sereno. La metà dei pezzi veniva da una gestazione lunga due anni, giusto il tempo di un film intitolato “On The Loose” (dice nulla?) e un paio di tour in Scandinavia che si risolsero in un buco nell’acqua; fu l’intensa attività promozionale, prima a casa, poi in Giappone, quindi di nuovo in Europa e sempre più spesso in TV modalità playback, a determinarne il successo.
Gli Europe furono colti dalla sindrome di sovraesposizione massmediatica, non era ancora uscito il disco che John Norum di quell’andazzo ne aveva già abbastanza.
La rosa dei potenziali producer includeva nomi del calibro di Bruce Fairbairn, Dieter Dierks e Tony Platt, ma alla fine l’opzione Kevin Elson fu dettata da altre motivazioni, come riferito al sottoscritto dallo stesso Joey Tempest nell’ormai lontano 2012:
“…la Polydor aveva appena messo sotto contratto una giovane band del New Jersey, i Bon Jovi, e la Epic puntava ad avere in casa una rock band emergente per far loro concorrenza. Avevamo preso contatto anche con la Polydor ma ci risposero che avevano già una band… la CBS/ Epic dopo aver ascoltato le nostre canzoni ci offrì un contratto da un milione di dollari e Kevin Elson come produttore, ma noi aspettavamo una risposta dal produttore degli Scorpions ed eravamo in trattativa anche con Bruce Fairbairn. Dovemmo scegliere Kevin per forza di cose, “The Final Countdown” infatti fu registrato in tutta fretta dato che eravamo continuamente in tour fra Svezia, Finlandia e Giappone per promuovere “Wings Of Tomorrow”.
Un cambio di stile piuttosto chiaro, una ricerca quasi spasmodica di un produttore dedito alla causa e infine un battage pubblicitario senza eguali. Niente di quello che abbiamo raccontato descrive una band costretta a lavorare “in tutta fretta”; sembra piuttosto il frutto di un lavoro pianificato.
Ai tempi di “Out Of This World” la scelta del produttore cadde su Ron Nevinson, che aveva già messo la firma sui migliori dischi degli UFO e poco prima su “The Ultimate Sin” di Ozzy. Joey lo giustificò così:
“Volevamo Ron perché aveva prodotto gli album “Lights Out” e “Obsession” degli UFO.”
Con il successivo “Prisoners In Paradise”, la band venne rispedita in studio dalla Epic perché a un primo ascolto dei nuovi brani “non c’erano hit”. Per la serie “se ne esce solo da morti”, non puoi pensare di danzare con il diavolo e poi cavartela così.
Era il ’91 e invece di accorgersi che il vento stava cambiando la band decise di investire nel proprio sogno americano, chiamando in console Beau Hill, storico produttore di Ratt, Winger e Warrant.
Come andò a finire è cosa nota.
Corsi e ricorsi della storia, nel 2012 la band pubblica il controverso “Bag Of Bones” e alla console siede un certo Kevin Shirley. Joey ci spiega, per l’occasione, come la scelta sia caduta proprio su di lui:
“Semplicemente per via dei dischi con Joe Bonamassa. Anni fa mi trovavo con John Levèn nei camerini mentre ne stava ascoltando uno; lo trovai fantastico, in particolare il suono di canzoni come “The Ballad Of John and Henry” e “Blue Evil”. Chiesi a John chi fosse il produttore di quel disco e lui mi fece il nome di Kevin. Lo conoscevo e aveva la fama di essere un produttore molto prolifico. Così lo abbiamo chiamato e lui ci ha risposto dicendosi molto felice di lavorare con noi e che secondo lui eravamo oltretutto una band piuttosto sottovalutata”.
Il fatto che nella title track faccia la sua apparizione lo stesso Bonamassa è senz’altro una coincidenza.
L’esperimento è piaciuto tanto che la band per il successivo “War Of Kings”, prodotto questa volta da Dave Cobb, adotta lo stesso metodo. Joey infatti dichiarerà a più riprese:
“Adoro band come i Rival Sons”
Indovinate un po’ chi è il produttore dei Rival Sons?
C’è chi dice che nel caso degli Europe i continui cambiamenti siano frutto, non dell’ispirazione e di una presunta libertà creativa; a voler essere maliziosi, sembra che Joey Tempest abbia le antenne sempre ben rivolte al mercato del momento e che si diriga in quella direzione mandando però avanti il produttore di turno. Questo consente poi alla band di salvare la faccia e raccogliere consensi perché “ci siamo spinti un po’ oltre”.
Il gioco ha retto fino al 2017. “Walk On Earth” è un disco di una bruttezza incomparabile, il frontman e John Norum accusano stanchezza dettata da vari motivi, forse è la band intera ad aver dato davvero tutto. Sono passati nove anni, dischi se ne vedono e se ne vendono sempre meno, la fanbase si restringe e il ritorno a certe sonorità resta davvero un miraggio, se non addirittura un favore da fare a pochi irriducibili.
Se tutti questi dischi non avessero sopra il marchio Europe, non staremmo qui a parlarne e li tratteremmo come le ennesime anonime release buone per prendere muffa sugli scaffali o nei meandri delle piattaforme digitali. Come si suol dire in questi casi, grazie di tutto, ma anche basta.

