Ho comprato “Wild Obsession” nel 1989. In tasca i soldi contati, avevo scelto con cura il mio acquisto e me ne ero tornato a casa convinto di aver speso bene. In realtà avevo fatto una cappella madornale. Era un disco medio, nulla di più. Riff solidi, assoli puliti, quel sapore di hard rock tedesco che all’epoca aveva ancora una certa dignità. Nei due anni successivi vidi nella buca delle offerte anche “Nasty Reputation” ed “Eternal Prisoner”. Sempre riconoscibili. Sempre uguali. Si chiamavano in modo diverso, ma già allora erano lo stesso disco. Li lasciai ad altri, senza rimpianti. Axel Rudi Pell da allora ha continuato a incidere il disco che avevo già, cambiando il titolo e la copertina con la diligenza di chi porta avanti un’attività di famiglia. Ventuno album in studio, qualche live, le immancabili compilation di ballate. Sei, per la precisione.
Avete letto bene cari sdangheri, sei, come se dopo cinque raccolte di ballate ci fosse ancora qualcosa da raccogliere, e la stessa identica architettura musicale applicata su tutto, con la precisione di uno stampino industriale modello Blackmore di Temu.
Fatelo anche voi, se non ci credete: aprite le tracklist di “Knights Call” del 2018 e “Into the Storm” del 2014 in parallelo e cercate le differenze strutturali. Il brano di apertura, hard rock con riff discendente e assolo nella seconda metà, è intercambiabile al millimetro. La ballata epica obbligatoria, infinita, intro pianistica, chorus grandioso, ponte strumentale, ripresa con cori, è così codificata che potreste scriverla voi, adesso, senza aver mai sentito un disco di Pell in vita vostra.
Il brano semi-blues che guarda ai Whitesnake con gli occhiali tre diottrie sopra. La traccia nominalmente veloce che non accelera mai davvero (e qui, ogni volta, mi chiedo se lo sappia, e poi mi chiedo se gli importi).
La chiusura atmosferica con testo che parla di cose cosmiche in modo sufficientemente vago da non dire niente a nessuno. Certo, ogni compositore lavora dentro una forma, non è questo il punto. Il punto è che quella di Axel Rudi Pell non ha mai subito la pressione di un dubbio, non ha mai mostrato i segni di chi la abita davvero e la logora dall’interno, una forma.
Questa forma si è conservata intatta per trent’anni come un appartamento in cui nessuno ha mai vissuto davvero: tutto al suo posto, nessun mobile spostato, completamente morto.
Io quella forma la conosco a memoria. La conoscevo già nel 1992. Se volete una dimostrazione ancora più precisa di come funziona il sistema Pell, guardate i vocalist.
Nel corso degli anni ha lavorato con Charlie Huhn, Jeff Scott Soto, Rob Rock e per il periodo più lungo con Johnny Gioeli. Timbri diversi, personalità diverse, carriere diverse, e su ogni disco suonano esattamente uguali.
Potenza nel chorus, misura nei versi, afflato epico nei bridge. Sono tutti intercambiabili come fusibili dello stesso amperaggio.
Jeff Scott Soto è uno dei cantanti che preferisco in assoluto: ha una voce che può fare qualsiasi cosa, soul, metal, hard rock melodico, roba complicata, e qui viene ridotto a erogare chorus da discount. È come assumere Cruyff per metterlo in porta: tecnicamente può farlo, ma qualcosa nel processo è terribilmente sbagliato.
Johnny Gioeli è bravissimo, per carità, i primi due dischi degli Hardline sono lì a dimostrarlo, ma dopo due album con Pell anche lui comincia a suonare come una funzione algebrica, non una persona. Il che, detto di un cantante, è la critica più deprimente che si possa fare. Quando voci così diverse producono risultati percettivamente analoghi, la spiegazione non riguarda le voci. Si tratta di una gabbia musicale così ben progettata che chiunque ci entri assume la stessa sembianza. In un altro contesto lo chiameremmo un risultato notevole.
Qui è decisamente IL problema.
L’antitesi più precisa non va cercata nei contemporanei diretti, ma in chi ha condiviso le stesse fondamenta stilistiche rifiutandosi di replicarle in serie. Gary Moore ha attraversato il metal, l’hard rock, il blues elettrico, il jazz-rock, cedendo ogni volta a qualcosa che lo spostava in modo irreversibile dal punto di partenza.
Ha prodotto anche dischi sbagliati, ha alienato pubblici consolidati, ma ha lasciato una discografia che nessun critico riuscirebbe a descrivere con una sola frase. Quella tensione tra ciò che era stato e ciò che stava diventando è l’elemento più udibile in ogni sua registrazione.
Ronnie Montrose, nello stesso territorio stilistico, ha dimostrato come l’hard rock di impianto chitarristico potesse essere ogni volta ricominciato da capo senza tradire se stessi: dal proto-metal dell’esordio omonimo del 1973 al jazz-rock strumentale di “Open Fire” nel 1978, fino all’hard rock elettronico dei Gamma, lui ha lasciato ogni approdo non appena rischiava di diventare abitudine. Non ha mai inciso lo stesso disco due volte. Pell ne ha incisi ventuno identici. E io, ogni volta che esce un nuovo album suo e leggo la recensione, ho la stessa sensazione precisa di quando qualcuno mi racconta un film che ho già visto, con la variante che quella persona è convinta di averne appena visto uno nuovo.
Lo so già cosa state per scrivere nei commenti, quindi vi anticipo: sì, Axel Rudi Pell suona bene. Conosce il suo strumento con la disinvoltura di chi lo maneggia da quarant’anni, costruisce assoli funzionali, gestisce l’arrangiamento con mestiere autentico. Tutto vero. Detto questo, passiamo oltre. La competenza esecutiva e la necessità compositiva sono due ordini di merito che non si implicano a vicenda, e la loro confusione sistematica ha garantito l’impunità a più di un mestierante nel corso dei decenni.
Quello che si è sedimentato nel tempo non è la maturità, che implica trasformazione, ma l’abitudine, che la esclude per definizione.
Eppure vende, direte. Non su scala rilevante, ma con sufficiente costanza da sostenere trent’anni di contratti con SPV/Steamhammer, tour, ristampe e, lo ripeto, sei compilation di ballate. Intercetta una domanda reale: quella di un pubblico che nel suo disco non cerca un’esperienza nuova ma la conferma di una reazione già metabolizzata, acquisita con la stessa logica con cui si rinnova un abbonamento Netflix che non si mette mai in discussione.
Non è un giudizio su quel pubblico. È la descrizione di un meccanismo: Axel Rudi Pell ha capito, a un certo punto della sua carriera, che esiste una nicchia disposta a pagare per la conferma, invece che per la scoperta, e ci ha costruito sopra una fabbrica. Funziona. È razionale. Ma è logica industriale travestita da arte, e la differenza non è piccola: il fast food non espone il menu come se fosse un ristorante stellato. Pell sì, ogni due anni, con la stessa copertina fantasy e lo stesso comunicato stampa. Mi sono stufato di leggere recensioni che descrivono il suo nuovo disco con le stesse identiche parole, “solido”, “fedele al suo stile”, “i fan non rimarranno delusi”, come se la prevedibilità totale fosse una virtù e non una condanna.
La discografia di Pell è il caso più sistematico che conosca, (insieme a Udo) di una carriera edificata sulla rimozione deliberata del rischio. Ogni disco è concepito per non fallire perché è pensato per non tentare nulla. È una polizza assicurativa travestita da opera artistica, e il travestimento ha retto abbastanza a lungo da non essere quasi mai esaminato con la serietà che meriterebbe. Lui ha smesso di fare domande alla propria musica. E la musica a cui non vengono poste domande smette di rispondere, si stabilizza, diventa tappezzeria.

