KARNIVOOL — TREDICI ANNI DI SILENZIO VALGONO QUESTO?

Ci sono band che spariscono e le piangi come si piange un amico che si trasferisce all’estero: all’inizio scrivi, poi smetti, finché un giorno ti manda un messaggio e ti ricordi perché vi volevate bene. I Karnivool sono stati via tredici anni. Tredici. Nel frattempo sono nate e morte intere correnti musicali, Spotify ha reso obsoleto il concetto di album come oggetto sacro, e qualcuno ha persino convinto la gente che il djent fosse una cosa seria. Eppure eccoli qua, i figli prodighi di Perth, con “In Verses” sottobraccio e l’aria di chi non si è mai davvero fermato — solo rallentato, come fanno le cose buone.
L’ultimo precedente era “Asymmetry” del 2013, un’opera che nel giro di pochi mesi era diventata feticcio generazionale per chiunque volesse dimostrare di amare il prog “sul serio”. Nel mezzo: silenzio, esperimenti nello studio di Perth, e una collaborazione ininterrotta con il produttore Forrester Savell, che già aveva plasmato il suono di “Themata” e “Sound Awake”. Il risultato è un disco che non ha l’aria di essere stato costruito in tredici anni, ma di essere stato lasciato maturare — come un vino che nessuno aveva fretta di stappare.

BENVENUTI NEL VUOTO, SI PREGA DI ACCOMODARSI – Il disco apre con “Ghost”, e già qui capite se siete al posto giusto o se avete sbagliato pullman. La chitarra iniziale ha qualcosa di quasi acustico, fragile, che crea un’atmosfera spettrale prima che la pesantezza arrivi a schiacciare tutto — come quando stai guardando un temporale avvicinarsi dal finestrino e sai già che ti bagnerai, ma non ti muovi lo stesso. Liricamente, il pezzo chiama in causa il decadimento morale dell’umanità, arrivando a evocare il diluvio biblico come un reset quasi desiderato. Già al primo brano, Ian Kenny ci ricorda che la sua voce è ancora una delle cose più ingiustamente sottovalutate del rock alternativo mondiale: seta e acciaio, calore e tagliente precisione.

Poi arriva “Drone”, e qui bisogna essere onesti: quando uscì come singolo nell’estate 2025, in molti la trovarono una scelta troppo cauta per annunciare il comeback del decennio. Nel contesto dell’album, però, acquista senso pieno. Illustra perfettamente che “In Verses” non è un cumulo di banger melodici esplosivi, ma una lettura introspettiva e leggermente decentrata della musica dei Karnivool. È come se la band avesse deciso di non urlare “siamo tornati!” ma di bisbigliarlo, sapendo benissimo che chi doveva sentire avrebbe sentito lo stesso.

AOZORA E IL PROBLEMA DELLA FELICITÀ – “Aozora” è il momento in cui l’album smette di tenerti a distanza di sicurezza e ti abbraccia con una certa violenza affettuosa. Il titolo prende il nome dal termine giapponese per “cielo azzurro”, e Ian Kenny ha spiegato il concetto con quella limpidezza poetica che solo i grandi vocalist riescono a mantenere senza sembrare ridicoli: l’idea è quella di cercare libertà nell’azzurro, di trovare un’uscita alle complicazioni dell’essere semplicemente umani.
Tra le canzoni del disco, “Aozora” è quella che trasuda più compiutamente i classici stilemi Karnivool: il riffing rimbalzante esplode nel miglior chorus e nelle migliori linee vocali dell’album, con i versi più morbidi che costruiscono verso un finale di coro e outro da manuale. Se volete convertire qualcuno al culto dei Karnivool, questa è la vostra porta d’ingresso. Facile da amare, difficile da dimenticare, impossibile da spiegare a chi non capisce il prog senza sentirsi un po’ stupidi.

LA SECONDA METÀ E IL CORAGGIO DELLA QUIETE – Il materiale più morbido e la prog-power-ballad-ria consumano grosso modo metà del disco, conducendo i Karnivool lungo sentieri introspettivi e sinceri — e questa è la parte che rischia di dividere il pubblico. Chi è venuto qui cercando l’energia deflagrante di “Set Fire to the Hive” o la progressione ossessiva di “We Are” uscirà dall’ascolto con un sopracciglio alzato. Chi invece è disposto ad abitare la penombra troverà angoli di rara bellezza.
“Conversations”, taglio di metà album, porta con sé un lavoro di chitarra delicato che sorregge hook da canticchiare con la stessa naturalezza con cui respiri. “Reanimation”, invece, costruisce da riff malinconici verso qualcosa di più pesante, con hook che penetrano nel cervello e ci restano, culminando in un assolo sonico che sa di catarsi guadagnata sudando.
Il basso, su tutto il disco, si impone come il vero fulcro: stabile, avvolgente, uno scheletro ritmico che abbraccia l’ascoltatore con la discrezione di chi sa che non ha bisogno di urlare per essere indispensabile.

IL VERDETTO, O MEGLIO: LA RESA DEI CONTI – Se vi aspettate che “In Verses” sia il risultato di un decennio di succhi creativi compressi in un’unica uscita destinata a superare i loro picchi precedenti, vi state preparando alla delusione. Non è “Sound Awake 2”. Non è la continuazione di “Asymmetry”. È qualcosa di diverso: un album che suona come una band che ha smesso di competere con la propria leggenda e ha deciso, semplicemente, di fare musica perché ne aveva bisogno.
Al suo centro, “In Verses” parla di un risveglio — il rendersi conto che molti dei sistemi dentro cui viviamo non sono davvero progettati per tenerci al sicuro, e del costo emotivo che questo tipo di consapevolezza porta con sé. Non è una premessa allegra. Ma la musica, stranamente, lo è almeno in parte — e questa tensione tra peso tematico e bellezza sonora è forse la cosa più Karnivool che i Karnivool potessero fare nel 2026.
Un’opera che non raggiunge le vette vertiginose di Themata o Sound Awake, ma che trionfa nei propri termini. Tredici anni di silenzio non si ripagano con un disco — si ripagano con dieci canzoni che ti fanno venir voglia di aspettarne altre, anche se ci vorranno altri tredici anni.
E noi, ovviamente, aspetteremo.