Il cinema, il buon cinema, non è altro che un gioco continuo di rimandi, preveggenze, anticipazioni e convergenze. Nell’ottica cronenberghiana della nuova carne, il ventre squarciato di The Parasite Murders, con lo “shiver” balzante sul volto del medico, non è altro che l’annuncio dell’analoga scena interpretata dal “face-hunger” del primo Alien; così come il revolver impugnato da De Niro e compagni in The Deer Hunter nel kafkiano gioco alla roulette russa, non è altro che l’annuncio dell’inquietante scena della “pistola/arto biomeccanica” del più sconvolgente film di Croneberg, Videodrome.
Se in The Deer Hunter la mutazione veniva condotta attraverso la tortura, i topi (parallelo con i topi di Nosferatu, apportatori di peste e di morte) e il terrore, in Apocalypse Now la mutazione non avviene, non viene cioè fatta vedere in modo palese e strisciante, semplicemente perché è già avvenuta.
Partendo da una citazione del critico Domenico Cammarota, tratta dal suo “Storia del cinema dell’orrore 3” (Fanucci) ho deciso di “tornare” nel Vietnam per un po’ di tempo. Come tutti quelli della mia generazione, i nati alla fine degli anni 70, sono cresciuto con questi strani e in gran parte incomprensibili film che arrivavano dagli USA. Per molti versi il cinema cosiddetto “di guerra”, per noi ragazzini degli anni 80, erano “solo” i film sul Vietnam. E nonostante ne abbia visti davvero tanti e alcuni siano ormai nel mio cuore (“Vittime di guerra”, “Nato il 4 Luglio”) ho dovuto riconoscere di non aver mai capito granché di quella “sporca guerra”, come la chiamano gli Americani del movimento pacifista degli anni 60.
La sola cosa che arguivo da piccolo è che questi ragazzi finivano a fare i soldati nella giungla. Il loro nemico spesso era una ragazza scalza con gli occhi a mandorla, con un fucile e delle bombe nel cesto del riso. Se i soldati morivano sul campo, era forse meglio di quando tornavano a casa e davano di matto per il resto della vita tra gli scaffali di un supermercato.
Non sapevo perché gli Stati Uniti si fossero “infognati”, come si dice ormai da decenni, in un conflitto che si rivelò terribile e pieno di conseguenze sociali, economiche e politiche pesanti per loro; soprattutto da piccolo non mi spiegavo come mai la facessero tanto lunga con tutti quei film sul Vietnam.
Nel tempo mi è stato detto che i film sul Vietnam, e di seguito il cosiddetto filone spin-off dei “film sui reduci dal Vietnam”, erano sintomo di una sindrome alla Asterix, vale a dire vincere sullo schermo una guerra persa sul campo.
Poi però ho capito che questo era solo un modo facile e un po’ cinico per giudicare gli Stati Uniti, i quali tentarono solo di sublimare (o capitalizzare, se volete) con la loro arma più potente, vale a dire il Cinema, un trauma enorme della breve e giovane Storia in cui stavano forgiando la propria, fragile identità nazionalistica. Almeno per quanto mi riguarda, quei film saranno stati un buon affare, ma a livello animico non hanno risolto nulla nelle profondità sanguinolente dell’America.
La sola differenza nelle dinamiche alla base delle guerre successive dell’America, rispetto alla matrice Vietnam, è che l’ideologia capitalista o se volete anti-comunista, oggi non la usano più, ma si nascondono dietro altre fanfare patriottiche per scusare attacchi pretestuosi miranti alle ricchezze economiche dei paesi orientali.
Se non siete d’accordo con me a riguardo, poco importa. Ecco come la vedo io.
Nel caso del Vietnam era sì una guerra di potere contro la Russia, la Guerra Fredda che le due potenze combatterono usando paesi stranieri a mo’ di scacchiere e le popolazioni come pedine, ma non c’erano giacimenti di petrolio sotto le paludi di merda del Vietnam, né della Cambogia, le Filippine e tutta l’Indocina. Le risorse minerarie c’erano ma niente di irresistibile per gli americani. Lì fu tutta una paranoia intorno all’espansione del comunismo e quindi dell’impero Russo-cinese.
Per capire quanto la cosa fosse in fondo mossa da serie paure, gli Stati Uniti tennero duro fino a rimetterci su tutta la linea. Per quanto ancora oggi, numerosi giovani siano stati uccisi o menomati dalle esperienze in Iraq o in Afganistan, l’America non si ritrova più a costringere gli studenti universitari fuori-corso ad andare a farsi saltare il culo in medio-oriente. Sul sentiero di Ho Chi Minh invece poteva finirci chi non era interessato a rischiare il sedere per il paese ma non aveva scelta, a parte la prigione.
I due film di questa mia riflessione: “Apocalypse Now” e “Il cacciatore”, intanto non sono dei veri film sul Vietnam. La guerra non è intesa come conflitto storico documentato eccetera eccetera. I due registi la usano, è uno scenario espressionistico per un dramma più profondo. Si tratta di una guerra, certo, quindi di un inferno.
Poco importa chi abbia ragione e chi torto.
Siamo tutti sconfitti da una cazzo di guerra, sembrano dire Coppola e Cimino.
Confrontando i due film, e promettendo di non farla troppo lunga, mi basta sottolineare che al tempo, quando uscirono, pur trovando un vasto favore della critica e del pubblico, non furono molto capiti. Alcuni “esperti” li accusarono di essere falsi, di trasgredire e non trascendere la verosimiglianza. Nel caso di Cimino, un critico accusò la pellicola di basarsi su un falso storico clamoroso: le bische di roulette russe in Vietnam non c’erano mai state.
Nel caso di Coppola, le cose andarono bene fin quando il regista smise di spingere la storia dall’azione e le prove del viaggio omerico del protagonista, verso le tenebre, arenando la vicenda in un finale, tetro, filosofico ma troppo oscuro, quasi ermetico. Il ciccione Brando/Kurtz, che in un vecchio tempio buddista ciancia di lumache e razza umana, senza capire nemmeno lui dove voglia andare a parare. Cosa c’entravano quei monologhi con il Vietnam? Perché trasformare una storia vera in un delirio esaltato?
Tutti e due i film si basano su fonti letterarie. Quello di Coppola è una trasposizione di Cuore di Tenebra di Conrad; il secondo è su una vecchia sceneggiatura che girava a Hollywood, incentrata su un gruppo di amici che finivano in un giro nichilistico di roulette russe in Texas o non ricordo dove.
Entrambi i film hanno cercato di parlare al cuore nero dell’America, ma secondo me, non sono stati ascoltati granché. Sì, ci sono dei segmenti entrati nel gergo pop-culturale dei meme e delle canzonette alternative (Charlie non fa surf! o “Adoro l’odore del Napalm al mattino”) e ci sono gli oscar per le interpretazioni straordinarie di attori molto in gamba. Ma chi ha compreso davvero cosa volevano dirci Coppola e Cimino? Che la guerra è sbagliata? Che il mondo va a puttane?
Quei film sono la dimostrazione che il Cinema, per quanto ispirato, geniale e grandioso, non salva l’anima di un popolo, non la guarisce, non fa rinsavire il mondo che non sia già savio di suo.
Guardare l’orrore può aiutare gli spiriti gentili, ma là fuori ci sono persone con le interiora di marmo e il cervello di fango che vivranno sempre come animali scemi. E puntualmente li mettiamo a capo di qualcosa.
Di nuovo Cammarota:
Qui la mutazione prende i connotati del rimorso, del primevo. Il capitano Martin Sheen/Willard (come il Rick Deckard/Harrison Ford di Blade Runner va alla ricerca del capo dei replicanti!) finisce per tagliare la testa a Kurtz, così come Conan il Barbaro finirà per tagliare la testa al luciferino Thulsa Doom nel primo (e unico serio) film della serie omonima.
È la testa, il cervello, che contiene i germi della mutazione (e infatti Kurtz, avvertendone i sintomi cancerosi, griderà come Morlar, come tutti: “quale orrore… quale orrore!”); ed è la testa che deve venire recisa, distrutta, annullata, così come in The Deer Hunter (piombo), analogamente in Apocalypse Now, la sua atroce forma esponenziale di mutazione avvenuta, ne fanno in realtà il film dell’orrore più terrificante e sconvolgente dell’ultimo decennio, inclusi i film dello stesso Cronenberg (tranne forse per quanto riguarda l’improiettabile Videodrome).
La scelta di questo critico geniale di infilare i film di Coppola e Cimino in un contesto da saggio horror sulla categoria dei mutanti, creando un parallelo tra la pistola alla tempia di De Niro/Walken e la pistola alla tempia di James Wood in Videodrome offrendomi uno spunto molto suggestivo che mi aiuta a superare i confini di genere e che allarga la mia mente.
“Apocalypse Now” dice, non è tanto distante dai più atroci film di Cronenberg e l’espressione di Nick, alla fine di “Il Cacciatore”, è simile a quella delle vittime del parassita sotto la pelle o delle vittime vampirizzate dall’ascella di Marilyn Chambers. Sono gli occhi di qualcuno che dentro è mutato irrimediabilmente in qualcosa di alieno. De Niro scuote Nick, lo implora di tornare indietro, a casa, ma l’amico si è evoluto in una nuova specie, così da adattarsi a tutto l’orrore che ha vissuto in Vietnam. La trasformazione inizia facendo tacere l’involucro. Il povero Nick comincia a cambiare perdendo fiducia nel linguaggio. Quando l’ufficiale gli domanda informazioni sul proprio passato lui non riesce a parlare. Nel momento in cui tenta di telefonare alla fidanzata e il centralino sta per dargli la linea rinuncia. Dentro non c’è più quel cuore gonfio d’amore, non ci sono i sogni, gli alberi sopra la fonderia.
I reduci dal Vietnam non riescono a tornare alla vita di prima. Martin Sheen/Willard preferisce una nuova missione, per quanto pericolosa e disperata, anziché tornare a casa da sua moglie. De Niro torna sano e salvo ma non ce la fa a rimanere. Riprende la divisa e si fa portare di nuovo nel buio, ufficialmente in cerca del suo amico e in parte per quello che ha perso di se stesso, laggiù.
Il gruppo di amici alla fine del film di Cimino, si riunisce intorno a un tavolo; lo stesso tavolo e lo stesso locale in cui, poco prima di partire per la guerra, quegli stessi protagonisti sprofondavano in un silenzio desolato ascoltando uno di loro che al piano strimpellava una sonata di Chopin. Le cose sono cambiate in modo irreversibile da allora, persino da quel cupo e sospeso tracollo al termine di una battuta di caccia fatta di birre, cazzate e cervi abbattuti con un colpo solo. Parte di quell’orrore tra i topi del fiume, è un virus che aleggia tra i bicchieri di birra e i piatti di rassicuranti uova strapazzate.
Il canto mesto di “God Bless America”, che gli ex-ragazzi intonano tutti assieme, è come il finale de L’invasione degli Ultracorpi. Sembra la vecchia cittadina tranquilla degli Stati Uniti nel suo scorrere quotidiano, ma non lo è più davvero. Si tratta di una imitazione della normalità. Gli amici intorno a un tavolo non sono più loro. Il contagio è avvenuto grazie ai reduci.
I reduci del Vietnam, come ci mostra in modo brutale ma inequivocabile Buddy Giovinazzo in “Combat Shock” e in maniera meno traumatica Stallone in Rambo, sono mostri in mezzo a noi. La guerra se la sono portata a casa e continuano a combatterla, trucidando e massacrando i vicini di casa, le mogli e i figli.
Quello che dice Cammarota sulla “mutazione già avvenuta mi fa venire in mente le confessioni di un tizio, Arthur Shawcross. Era un serial killer che da giovane aveva fatto la guerra laggiù in Vietnam. Ai poliziotti, una volta arrestato per aver ucciso diverse donne negli Stati Uniti, confessò che lo Zio Sam l’aveva condotto lì e che nella giungla si era divertito a fare alle contadine viet-cong o quel che erano, le cose più atroci. E che lì era stato giudicato un buon soldato. Adesso lo avrebbero giustiziato per lo stesso comportamento, ma in patria.
Chiaramente in quel contesto, un essere abominevole come lui, non si notava granché. Ma non era un caso isolato. Non si faceva caso alle orecchie che i soldati americani si portavano dietro per tenere conto del numero dei nemici uccisi. Erano i ragazzini foruncolosi d’America in fissa con il rock and roll e l’erba, resi mostruosi dal conflitto o forse con dentro di sé qualcosa di folle e isterico che poté fare da concime ai semi alieni, i baccelloni che dormivano come placidi carciofi nella tenebra viva della giungla.
Solo una volta tornati in patria, come ci racconta un altro meraviglioso horror sui mutanti e il Vietnam, “La morte dietro la porta” di Bob Clark, li abbiamo visti per ciò che erano diventati. Zombi. Non è un caso che Tom Savini, soldato fotografo dalle parti di Saigon, avrebbe usato i volti sfigurati dei cadaveri ritratti nei suoi scatti, per rappresentare i morti viventi di Romero, cannibali automatici di quel capitalismo che gli USA difesero con oltre cinquatamila giovani americani, in quelle risaie.

